ARTICOLI E SAGGI SU LE COSE DEL MONDO

 

LA POESIA IN CAMMINO DI RUFFILLI di Mario Baudino
Per Paolo Ruffilli la poesia è qualcosa di mobile, perennemente in cammino, mai cristallizzata in una età, in un tempo o in uno spazio. E proprio per questo nel suo nuovo libro Le cose del mondo 1978-2019 (Mondadori), che raccoglie in qualche modo scegliendone una trama, individuandone un percorso, una lunga stagione poetica, non si ravvisa nulla di ultimativo; non è un bilancio – sarebbe una tentazione facile –  né un’anamnesi, ma semmai un punto di ripartenza. L’uscire perenne di casa, il primo gesto, come dalla stessa poesia che inaugura la sezione significativamente titolata Nell’atto di partire  («Nel porsi in viaggio, prese le distanze / e tutte le misure per quello che si può, / considerato l’angolo di fuga, l’impulso / di deriva andante dentro il vuoto...») è il gesto cauto e avventuroso che non può se non ripetersi circolarmente, all’inizio come alla fine di un componimento o di un libro. Ruffilli è un poeta del viaggio, viaggio che – questo emerge con maggior forza leggendolo nella sua continuità –  ha direi caratterizzato soprattutto o quantomeno in modo più evidente la produzione matura, ma è il nocciolo da cui si muove tutto, sin dal principio, come si è appena visto. Partire non significa solo partire, e «senza mete», nudi «di fronte all’infinito», ma creare un orizzonte e di volta in volta interrogarlo nella sua mobilità, nel suo dispiegarsi fra ombra e luce, conoscenza e nascondimento, fino alla sempre momentanea sconfitta: «Di nuovo l’orizzonte, ecco, si ricrea / come mi accade sempre in questo posto /. Ma quello che si cerca ad ogni costo /– chissà mai perché – poi non ci appare». I «veri viaggiatori» baudelairiani che «partono per partire» e i cui desideri «hanno la formula delle nuvole» si ripresentano qui in una dimensione che non è più ovviamente quella romantica dei Fiori del male: nel mondo della complessità hanno forse affinato le loro illusioni e i loro slanci per chiedersi, questo è l’altro polo della poesia di Ruffilli, quale sia il rapporto tra il viaggio, magari mentale, nell’ipotesi di realtà o nell’immaginario, e le parole che lo generano: quale sia il senso della nominazione, del gesto che indica e riconosce – e forse conferisce un’esistenza più piena proprio perché inclinata sul bilico del dubbio. Poeta del viaggio e dell’interrogazione, della apparente riduzione stilistica in una potente e tuttavia autonoma riscoperta della lirica nell’antilirica di tradizione montaliana, Ruffilli sa affidarsi a un passo segretamente ritmato. Il gioco di rime è sempre discreto, come appena accennato; gli endecasillabi sono spesso celati, persino sepolti, per sorprenderci all’improvviso, in un breve momento, a voce spiegata. È una strategia che suona perseguita in tutta consapevolezza: così, in versi come «Solo tra le braccia della vita che rinasce / si spegne la sete di risposta al buio del mistero, / consegnati da se stessi al dolore e al desiderio / di un vuoto mai riempito per intero» è evidente anche solo nella rima una sorta di auto-riconoscimento in tonalità minore della voce, dopo tanti nomi, tante esperienze (tanti viaggi), perlustrazioni, interrogazioni al corpo, come corpo del poeta e corpo del linguaggio. Vengono in primo piano gli oggetti della mente e il mistero della realtà, o forse il suo seducente segreto da tentare, aggirare, forzare talvolta. Le cose del mondo raccoglie ed esalta una esperienza poetica importante, direi primaria, fra Novecento e Duemila: dove la poesia cerca nell’ombra le dimensioni di un essere malnoto, lo mette a fuoco, ne coglie, come nella scienza moderna, se non la realtà tangibile almeno l’eco, l’onda spazio temporale. Penso a questo proposito ai versi che fanno parte della sezione Lingua di fuoco, segnati come per una spinta liberatoria da una serie iterata di domande: «Qual è il colore / che più tace / nell’urlo del silenzio?… Da dove nasce, / prima ancora / di ritrovarci nata, / tutto quello che / – senza saperlo – / siamo già stati?…» La risposta è possibile, forse implicita, oltre la soglia appena superata: dove questa lirica che ha qualità e procedure filosofiche – e perché no, leopardiane – individua non tanto i punti fermi quanto il laborioso dover essere: «… ridare intanto fuoco all’energia vitale / prima che bruciata, dissolta e via soffiata / non stia risorta di nuovo generata».
Mario Baudino
http://www.italian-poetry.org/2020/10/01/la-poesia-in-cammino-di-ruffilli/

 

LA POESIA NASCE NELLA VITA DI TUTTI I GIORNI di Franco Bottacini
La prestigiosa collana Lo Specchio di Mondadori riconosce il qualificato impegno poetico di Paolo Ruffilli, pubblicandone Le cose del mondo, una raccolta in sei sezioni che racchiude una ricerca quarantennale del poeta, già affermato per altre opere tradotte e conosciute anche all’estero.
La prima sezione, Nell’atto di partire, è una poesia che racconta di partenze, piccoli viaggi, stazioni, luci e riflessioni suscitate da immagini che scorrono come da vecchie pagine e danno il senso di un’antica precarietà che è anche esistenziale: “Stanze d’albergo da lasciare all’alba/con sollievo in fretta per un treno:/ panni, letti sfatti, bagni inospitali.”
Ne La morale della favola dedicata alla figlia si intuiscono frammenti di vicende giovanili, amori fragili o provvisori ma anche aspettativa del futuro: “Non aver fretta, sii paziente, aspetta/ e, proprio quando non ti importa/ più di niente, lascia che ti attraversi/ l’aria della vita (…)”.
Insiste più sull’introspezione la materia de La notte bianca, riflessioni sull’io, sul tempo, sull’universo, sulle incidenze intime della vita, le gioie e i dolori, “L’accendersi e lo spegnersi/ (per caso?) della vita…”, mentre ne Le cose del mondo Ruffilli resta perfettamente aderente alla quotidianità. Parla delle e con le cose che ci accompagnano ogni giorno, della familiarità degli oggetti che affollano le stanze, circoscrive e penetra anche la materia insignificante, svelando poesia in un paio di calze o in un cappello, in una matita o nel pettine, come dialogando con essi, quasi dilatandone la funzione precipua, interpretandone spunti inediti. Arriva perfino a comporre un Atlante anatomico, anche qui dribblando l’ortodossia poetica, non limitandosi a cantare il viso, gli occhi, le labbra, i capelli, le mani, il seno o internamente il cuore, ma estendendo l’attenzione ad altri organi o parti corporali come le ascelle, o l’ombelico, i piedi o il sedere, quasi a volerne riscattare la dimensione prosastica.
Nell’ultima parte, Lingua di fuoco, Ruffilli, torna a concentrarsi sui canoni poetici più acquisiti come la parola, il linguaggio e l’espressione comunicativa, la voce e il silenzio: “È dal silenzio che viene la chiamata,/ prima dispersa, giù affogata/ nel chiasso inascoltata: la voce/ che grida non parlando nel deserto/ e dando nome a ciò che è assente…”
Ma la materia poetica di Ruffilli, pur divisa in sei sezioni e trapassata da decenni, sembra scritta nello stesso momento: è ferma, unitaria e convincente nel suo linguaggio pacato, limpido, plausibile, lineare nella risultanza; il timbro e il linguaggio non accusano scarti, scatti o cadute dal rigo, pur esponendo una materia che sottende un arco di tempo quarantennale. Non occorre citare i molti poeti contemporanei in cui l’impeto puro si lascia stemperare nel tempo, perdendo la propria prorompenza. Il linguaggio della cosiddetta maturità appare in altri magari più compiuto ma di pecca maniera, è prolisso, prosastico, diluito anche nel passo, che si allunga, si sfilaccia, perdendo energia emotiva. In Ruffilli questo non accade. La sua poesia contenuta ne Le cose del mondo ha questo valore: il pregio di conservare immutate l’omogeneità e la coerenza della materia, oltre che il suo valore lirico. C'è uno spessore di qualità costante, senza variabili d'umore e di efficacia del prodotto, segno che il tempo non ha minato la freschezza poetica giovanile dell’autore.
Ruffilli ha infine la sensibilità e l’acutezza contemplativa di prendere in considerazione anche un elemento minimo della materia o della mente e riuscire ad avvolgerlo attorno alle parole, penetrarlo anche se la sua gestualità quotidiana o corporalità sembrerebbe non offrire spunti nobili di riflessione. Ma è proprio lì che affiora e diventa apicale la sensibilità autentica e non convenzionale che contrassegna la vera poesia.
Franco Bottacini
L’Arena, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi, 18 ottobre 2020

 

L’ESPERIENZA DEL QUOTIDIANO di Fabrizio Bregoli
Il nuovo libro di Paolo Ruffilli, Le cose del mondo (Mondadori), come dice lo stesso autore nella nota introduttiva all’opera, è frutto della elaborazione più che quarantennale del progetto che ha assunto appunto la forma di “Le cose del mondo”, in un percorso – immaginiamo – di successive stratificazioni, rielaborazioni e revisioni intervenute nel corso degli anni. L’obiettivo che anima il lavoro è, attraverso la poesia, comprendere il mondo mediante l’esperienza del quotidiano, delle cose che lo popolano, nel tentativo di decifrare o cercare di definire un rapporto di dialogo fra io e realtà (le cose appunto, intese sia nella accezione concreta, come vedremo, di oggetti, sia nell’accezione astratta di esperienze che si vivono nel mondo). Questa scrittura che si è sviluppata nel corso di più anni spiega senz’altro la generosità nel numero di poesie incluse nella raccolta, senza che nessuna di queste sia in realtà superflua; al tempo stesso, l’ampiezza e la varietà dell’opera non fa venire meno l’impostazione poematica, che rende la silloge molto coesa, e quindi efficace nel suo sdipanarsi passo a passo durante la lettura. Non deve quindi ingannare il titolo in apparenza semplice e lineare, titolo che in realtà consente, data la sua genericità, di istituire una serie di rimandi molteplici a diverse sfere della realtà, in virtù della natura polisemica connaturata alla dizione poetica: cose – dicevamo – come rappresentazione della realtà, dove la parola (quella poetica in particolare) interviene per “domarne” “la resistenza”, “invita ciò che chiama a farsi essenza”, perché è grazie a lei che si riesce a “rompere il silenzio” (tema questo che si esplicita sezione per sezione fino a quella – decisiva – in chiusura).
Tutta la ricerca dell’autore consiste dunque nel trasferire le cose dal loro piano oggettivo – si potrebbe dire di datità – alla sfera soggettiva dell’io, in modo che, con il tramite della loro interiorizzazione, le cose diventino esplorabili più a fondo, comprensibili e dunque dialoganti con il naturale procedere e farsi delle vite. Non sorprende quindi che ad aprire il libro sia proprio il tema del viaggio (“Nell’atto di partire”) con la sua evidente metafora (e avendo come riferimento privilegiato il treno risulta spontaneo il richiamo al “viaggiatore cerimonioso” di Caproni), a ribadire il bisogno assoluto di congiunzione dell’io con l’altro e con il mondo, consapevoli però che si è “ciascuno, solo, / e tutti quanti insieme in corsa, / proiettili lanciati nella notte.” È un senso di spossessamento che campisce a tutto tondo in questa prima sezione (“in posti alieni, straniero tra la gente”), nel tentativo reiterato di riappropriazione del mondo che tende paradossalmente a sottrarsi fino ad auto-negarsi (“Che il mondo, allora, stia nascosto, / sotto la sua ombra e il suo riflesso?” […] “O magari – è l’ipotesi più bella – / che proprio non ci sia…”) senza però per questo puntare a una desistenza, anzi rivendicando la necessità del confronto fra uomo e mondo come strada praticabile (e soprattutto responsabile).
In tal senso va letta la seconda sezione “Morale della favola”, dedicata alla figlia, che assomma in sé per l’autore – e a ben vedere per ogni genitore – “il mistero della vita e della morte” su cui interrogarsi attivamente, per evitare che “tutto accada / anche quando non ci siamo / o, presi intanto, / dentro un’altra storia, / non ce ne accorgiamo.” “Solo tra le braccia della vita che rinasce si spegne / la sete di risposta al buio del mistero”, ci ricorda infatti Ruffilli. Nel ruolo del padre, con la sua funzione di educazione (definita un “mistero fitto”) e modello innanzitutto etico per i figli (“motore di riserva / sia pure a strappi ma trainante”), sta tutta la sfida di essere uomini: abdicare alle proprie debolezze e incertezze, gettarsi a capofitto nel mondo (“la molla della vita, / la ricerca e la scoperta, la conquista”); solo così può avvenire la consapevolezza (la “Scoperta”, dice l’ottima poesia a pag.75) di essersi definitivamente trasformati da figlio in padre (e così “fare da misura / e segno, perfino, a te di direzione”) dopo “avere cancellato / […] di colpo tutta la paura” che costringerebbe allo stallo.
Un ruolo di cerniera viene svolta dalla sezione “La notte bianca”, forse la più intima del libro e quella in cui l’io emerge con particolare evidenza nel suo imperterrito interrogarsi nell’esplorazione di senso: “Memoria”, “Tempo”, “Gioia e lutto”, “Natura umana”, “Felicità”, “Universo” sono alcuni dei titoli delle poesie qui contenute che danno tutto il segno del percorso, fino alla splendida “Tardi” che chiude la sezione e in cui si ammette, con amara e disarmante consapevolezza, di essere “diventato con sorpresa (strana, mi dico / la mia sorte) via via più forte per la vita / avanzando e avvicinandomi alla morte”.
Da questa coscienza di precarietà dell’esistenza prende le mosse la sezione “Le cose del mondo”, tutta dominata appunto dalle cose – da oggetti che danno il titolo alle rispettive poesie, fra cui citiamo “Bicchiere”, “Calze”, “Cappello”, “Occhiali”, “Radio”, “Pettine” – cose che resistono imperturbabili alla trasformazione delle vite degli uomini e al loro estinguersi, testimoni muti del passaggio, dell’avvicendamento di gioie e di dolori, “contratte in vigile difesa” – ipotizza l’autore – anche in assenza dell’uomo che, apparentemente, pare governarle. È questo dare loro un nome, da parte dell’uomo, come in un atto di creazione, a conferire loro un’identità distinguibile dall’indifferenziato del cosmo, a sottrarle alla “deriva dal filo della storia”: cose che diventano “oggetto della mente” dunque, costruzioni del pensiero che così le tiranneggia, fino a privarle di una loro autonomia e “libertà”, quella di rappresentare ingenuamente il mondo, gioiosamente la vita. Ci sembra di capire che l’autore tenda ad attribuire alle cose proprio questo compito: essere compagne fedeli e silenziose delle vite e, come si dice per il bicchiere, nella splendida chiusa, “forma, incontenibile, di un contenuto” che, per estensione, è la vita stessa.
Vita che è anche e soprattutto incontro di corpi, come sanno essere così diversi quello di un uomo e di una donna (nel loro “non reciproco sentire” […] “tra gli stranieri opposti maschile e femminile”): da qui la originalissima e ironica sezione “Atlante anatomico”, in cui le parti del corpo sono descritte come entità con un’individualità propria a rappresentarle, così da “permearne ogni rilievo e anfratto / con le parole che aprono la carne”. L’autore gioca sui diversi modi di dire che si associano alle parti del corpo per offrirne un ritratto divertito, a tratti scanzonato, che in realtà è specchio delle contraddizioni e delle idiosincrasie quotidiane, della difficoltà a conoscersi davvero in profondità. Questa sezione ricorda, per la freschezza e per la leggerezza della dizione, la precedente prova dell’autore “Affari di cuore” (Einaudi, 2011) con la quale ha in comune l’ammiccamento di fondo, la rappresentazione dei corpi come terreno ambito per il confronto e per l’incontro, per l’accadere della vita.
Ma, se esiste strumento che possa renderlo davvero praticabile un incontro fra uomo e mondo, questo è la parola, “lingua di fuoco a rompere il silenzio / e pronunciare netto al mondo / ciò che aspetta ancora nell’assenza”: è lei a permettere con la semplicità dei suoi poveri mezzi “la più inedita ardua comprensione”. È con un forte atto di rivendicazione della parola al suo ruolo di nominazione del mondo che si chiude dunque questo libro, interessantissimo e ricco, nella ricerca di uno “spiraglio / gola cunicolo pertugio” che faccia da lente per la riunione con “l’anima del mondo”, per ricostruire ciò che è stato “disperso e frantumato / dalla vista” (ossia oltre la superficie fenomenica), e ridefinire nel mondo “tutto quello che / – senza saperlo – / siamo già stati” (l’essente). E, come si fa notare da parte di Cucchi nella quarta di copertina, tutto questo avviene nella forma di interrogazione (“Interrogativi” la sottosezione), senza la pretesa di risposte ultimative, ma nella tensione continua volta all’“incontro trascendente / con la totale alterità, la vera vita / assente”. “Con la ragione che si fa linguaggio” […] “pieno e consistente”: si chiude così il libro, in un perfetto percorso circolare, a conferma di quell’unità di cui si diceva.
Non è possibile chiudere questa nota senza un obbligato riferimento allo stile, anch’esso essenziale nel contribuire a questa unità d’insieme: tutte le composizioni sono monostrofa, per lo più brevi, con versi di lunghezza nell’intorno dell’endecasillabo con alcune deviazioni in ipermetri (unica eccezione le poesie di “Interrogativi” dove il tema ha imposto la scelta di versi più brevi) , con un uso molto calibrato di rime, rimealmezzo, assonanze per creare un gioco ritmico affabulatorio, segno di un gusto che crede ancora nell’importanza della musicalità del verso, senza però essere stucchevole o artefatta. La dizione è sempre nitida, composta, segno distintivo di un autore che non ha necessità di stupire, di alzare il volume o ricorrere a effetti retorici sopra le righe: insomma un autore che crede ancora che si possa fare poesia con misura e garbo (doti sempre più rare), puntando al contenuto e alla comunicazione prima di tutto, combinati con immagini efficaci e pensiero poetico originale. Tutte qualità queste, a cui Paolo Ruffilli ci ha abituato da anni, con la cifra limpida e coerente della sua poesia.
Fabrizio Bregoli
http://poesia.blog.rainews.it/2020/03/paolo-ruffilli-lesperienza-del-quotidiano/

 

SCRIVERE IL VIAGGIO: IL NOME E IL DOMANI di Elisabetta Brizio
Una ricognizione previa. Per Paolo Ruffilli poesia non è rispecchiamento della realtà, semplice mimesi, magari schizomorfa immagine del mondo. È rifondazione e riorganizzazione del tempo in cui il vissuto si struttura e si dispiega. E ricostruzione dei processi semantici. In questi termini potrebbe apparire una riproposizione della poetica novissima, o forse di quella, oggettiva e oggettuale, della linea lombarda (il che, per altro, entrerebbe in conflitto con la settecentesca dolceamara cantabilità di Ruffilli). Siamo di fronte invece a un tertium datur, alla terza ipotesi esclusa dalla filosofia. Qualcosa può, insieme, essere e non essere, porsi al di là dello stesso principio di non contraddizione. Come nella ontologia quantistica o nella logique des ensembles flous, una logica sfumata, per cui tra vero e falso, reale e irreale, non c’è netta esclusione, bensí una gamma indefinita e potenzialmente illimitata di sfumature e gradazioni.
Ricreare per verba, quindi. Una delle difficoltà a riguardo è lo scontro con le leggi della logica, ma non a vantaggio di una radicalità extralogica. Diciamo allora: ricreare per verba una omologia di opposti in assenza di connessione logica, a partire dalla contraddizione che riflette e traduce quell’elemento certo che è l’incoerenza delle cose, il solo orizzonte in cui le cose del mondo si rivelano. Anche la poesia è antilogica, ma spessissimo è alogica, cioè, inevitabilmente, analogica. La rappresentabilità del mondo passa per l’opposizione, che a sua volta si basa sulla complementarietà con una implicita controparte e sui tratti contestuali delle cose. Oltre il dominio di questioni reciprocamente irriducibili, come nelle filosofie orientali, Ruffilli si muove nel campo di una unità dinamica, nella convergenza di fattori divergenti. Rimettendosi alla necessità dell’antitesi – tratto saliente del suo versificare, nella collocazione simmetrica degli elementi in contrasto –, o dell’antifrasi, come tempestivamente rilevava Roland Barthes.
Contestualità delle cose, acquisizione di senso nella prossimità incongruente, intersettorialità: i vari gradi e le forme dell’essere (inanimate, animate, parti di noi, e noi, privati di ogni sublimità) non vanno inquadrati settorialmente. In linea con tale premessa, Le cose del mondo (Mondadori, «Lo Specchio», 2020, nota di Maurizio Cucchi) si presenta come un composto, l’attuazione di un progetto unificante. Dopo l’eclissi del soggetto poetante in Natura morta (2012), con Le cose del mondo rientrano, senza mai declamarsi, il locutore e la sua dimensione personale, che tuttavia tornano a sgretolarsi già dalla terza sezione dell’opera («La notte bianca», da Jurij Živago: «la notte bianca che tante cose ha rivelato», trad. dello stesso Ruffilli) per la qualità plurale degli assunti e l’incalzare di un destino unanime, cui meglio si attaglia un anonimato che enfatizzi l’aura contemplativa, la condizione riflessiva della poesia.
Nel viaggio attraverso la propria scrittura Ruffilli configura un arduo amalgama di anni, temi, stilemi. Configura l’interna coesione dell’opera nella trasposizione del discordante in simultaneità. Come uno è il corpo qui diviso in sottosistemi che rinviano a una totalità complessa. È da notare un distanziamento dalle seduzioni della memoria, cosí come l’azzeramento di ogni residua descrizione di atmosfere in dissolvenza, salvo in alcuni punti della prima sezione. La destinazione del viaggio è arrivare a designare le cose del mondo, e farlo senza temere stridenze e disfemismi. «In poesia le sillabe fanno l’amore», fu detto. E in Affari di cuore (2011) l’amore è sí coinvolgimento, nodo che avvince, forse destino. Ma anche insidia, sviamento, sindrome amorosa, souffrance. Un sentimento di cui non vengono risparmiati gli aspetti piú scabri, come, appunto, nella poesia di Ruffilli in generale.
Ma questo viaggio non disegna una deriva, non è senza nostos. Là dove esso termina, e cioè nel ritorno a casa, inizia il viaggio di scrittura. Tuttavia, dire scrittura riferito a Ruffilli può sembrare elusivo e riduttivo. Sono esclusi dal suo orizzonte proclami di autoterapia o di autobiografia: non si tratta qui di mettere in sillabe i nostri silenzi, né di constatare e contrastare la nostra finitezza affidandoci a lettori a venire. Anche alla domanda ultima, sulla morte, risponderebbe che è un incontro con la domanda sul recondito senso o sulla insensatezza della vita. Esclusa anche l’urgenza di uno schermo, scrivere per Ruffilli è qualcosa di piú esigente, selettivo, impegnativo. È misurarsi con la realtà – mai assunta come patria lontana – per intercettare quelle «parole sciolte via dal laccio / che le lega nel piú profondo strette, / assetate sempre di libertà e di arbitrio». Scrivere è nominare, cioè «riplasmare in lettere una essenza». E alla radice del nominare si situa l’immaginare metodico, che in accezione ruffilliana abolisce la distanza dalla vita e dalla realtà, dirada le forme di dogmatismo e punta al quintessenziale: nel suo esito precipuo, il fingere, il dare forma a verità altrimenti inintelligibili. L’immaginazione quale fonte di intelligibilità è il criterio di base, se disatteso le cose non oltrepasserebbero lo stadio intrasparente e stratiforme del quasi-essere, che in una gerarchia di gradi di essere costituisce qualcosa di impensabile tanto quanto il non-essere.
Un gruppo di motivi tipicamente ruffilliani figura nella prima sezione, «Nell’atto di partire», combinati con il paradigma del viaggio. «L’imprevisto che è legato al moto»; il movimento che relativizza e inverte ogni prospettiva; la necessità di «perdersi / per potersi davvero ritrovare»; le sembianze intraviste, «ombre che fuggono di scena»; la fortuità-necessità, proustianamente, di un incontro: ma che poteva solo essere; il motivo già leopardiano e pascoliano «che piú si va e meno si trova / e non si arriva da nessuna parte»; la vita come «inseguimento di se stessi»; gli effetti della distanza; l’asintotico senso delle cose, «perduto prima / di averlo conquistato». E lo squallore delle stanze di albergo, l’odore stantio dei corridoi per accedervi, «nel cono di polvere / che sale con la luce nebulosa», la stessa stazione quale luogo di assenza di tensioni proprio nel suo essere l’acme delle tensioni rivestono quasi una funzione correlativa: la vita è un «moto inerte», a conti fatti è sradicamento, solitudine, estraneità. Benché «tutti quanti insieme in corsa», come in treno. Oppure, come Virgilio morente: «ciascuno è circondato da una foresta di voci, ciascuno vi cammina smarrito per tutta la vita, cammina e cammina e tuttavia è immobile nell’impenetrabilità della selva delle voci» (Hermann Broch, La morte di Virgilio, 1945, nella traduzione di Aurelio Ciacchi).
Nel lungo lavoro di Ruffilli Le cose del mondo profilano una prospettiva lustrale. Disperse le scorie adulteranti e inarmoniche, i titoli intermedi non piú significanti, i passaggi non obbligati, l’opera – l’autore dice – vuole essere «unitaria, come costruzione poematica, ed è l’esito di una lunga elaborazione, di un lavoro piú che quarantennale». Dove rileviamo un progressivo illimpidimento del lessico e dei fatti di stile, insieme a una crescente complessità dei contenuti del pensiero fingente. Tra i lati costanti della sua ispirazione c’è l’assunzione delle cose del mondo – e l’umano con esse – nei loro differenti livelli di esistenza: dalla dimensione oggettuale costitutivamente irridente verso l’umano e il suo decadere, al materiale empirico, alla morale per la figlia, a un consuntivo sulla vita e al conto aperto con essa, alla nominazione della autorità del corpo – senza che alcun misticismo del corpo o allusioni al soma-sema interferiscano. L’ultima sezione, pur incrementandosi con interrogativi-asserzioni, e in ultima istanza con il senso stesso dell’interrogare, sigla la piú che consolidata visione dell’essere, della vita e dell’arte verbale di Ruffilli consegnataci con Natura morta.
Non sfugge il paradigma del riuso di sé – riscrivere, riscriversi –, la riproposizione dislocata di brani poetici antecedenti. Qual è la ragione di quell’emblematico indice che è la replica? Che qui si definisce come ripresa, cioè un prendere di nuovo, un nuovo inizio, e quindi anche un nuovo sguardo, dopo una sosta. Ruffilli sembra anzitutto mobilitare il lettore all’altezza di correlare il già scritto a nuovi contesti. La ripetizione – la «compagna amata di cui non ci si stanca mai», come Kierkegaard la definiva – allontana lo spettro della staticità ed imita il dinamismo temporale dell’esistente, che nel suo divenire altro porta con sé tracce di anteriore. E il dinamismo è un elemento-chiave di una poetica difficile perché fondata sulla metamorfosi. Se la metamorfosi è la regola del mondo, in poesia dà luogo a nuovi nessi e a improvvise disgiunzioni: «È proprio andando che si capisce / qual è il rovesciamento di ogni prospettiva». Il che dà la misura della inesaustività della ricerca di Ruffilli.
Con il nome ripetuto si tende a qualcosa, e questo qualcosa costituisce la base per una nuova ripetizione. Purché non ci si attenga letteralmente alla retorica, per cui la ripresa di un nome o di frasi mira al consolidamento di un concetto. Anche per la circostanza che quel concetto, distolto da quel tempo e installatosi in un altro assetto, ora non c’è piú. È chiaro che in Ruffilli il modello retorico non è vincolante. Ciò che ritestualizzando si intende intensificare è forse un particolare dato di esperienza, qualcosa che non è andato definitivamente smarrito per avere piú di altro inciso in una maniera di essere. Ma Ruffilli guarda sempre in avanti (non è un caso che l’opera inizi con l’immagine, letterale ed emblematica, del treno, guardando dal finestrino: «Scoprendo che la vita ci precede / nel mentre stesso che rimane indietro»). E sul senso della Gjentagelsen l’appena richiamato Kierkegaard diceva: «ripetizione è un termine risolutivo per ciò che fu ‛reminiscenza’ presso i Greci», per i quali conoscere è ricordare. Fu Leibniz, secondo Kierkegaard, a focalizzare il discrimine tra ricordo e un diverso rapporto con il tempo: l’intera esistenza è una ripetizione, un ricordare seguitando. Diversamente Montale: «Altro comfort fa per noi ora, altro / sconforto». Mentre in Ruffilli il ricordo si svincola da legami e contingenze temporali, si differisce e si rinnova, si rimette al corrente con il tempo. Søren Kierkegaard, La ripetizione. Un esperimento filosofico (1843): «Ripetizione e ricordo sono lo stesso movimento, tranne che in senso opposto: l’oggetto del ricordo infatti è stato, viene ripetuto all’indietro, laddove la ripetizione propriamente detta ricorda il suo oggetto in avanti. Per questo la ripetizione, qualora sia possibile, rende felici, mentre il ricordo rende infelici» (come traduce Dario Borso).
E Ruffilli: «Nella felicità ci sfiora il tempo / senza lasciare tracce vere / e poi il ricordo, per quanto faccia, / non è capace di far rivivere il piacere». Può esserci allora una felicità meno labile, o diversamente labile, magari nella scrittura? Nel reperimento dell’adeguato nome? Cioè l’integrale sintesi di contenente e contenuto, di incorporante e incorporato? Negli Appunti per una ipotesi di poetica (che seguono Natura morta) affermava di non guardare nostalgicamente al tempo irreversibile, il che comporterebbe vivere un presente imbrigliato in ciò che è stato. Per lui, se da un lato non ha senso la nostalgia per ciò che con la metamorfosi costantemente si ricrea, non c’è cosa destinata all’estinzione (e questo è sempre stato uno dei suoi assunti piú alti), dall’altro lato mostra di concepire la nostalgia come un sentimento dispersivo, che talora si combina con la voluptas del tempus edax e della caducità. Quello dello spostamento in avanti è un tratto nodale della sua ricerca, e quando il nome riesce a circoscrivere l’informe sfuggente, a stringere la cosa, se non di felicità, si può almeno parlare di felicità linguistica per il conseguimento del suo obiettivo supremo: scongiurare la landa poetica, fin dai lontani anni Settanta. Insisto sul motivo dello spostamento in avanti anche perché spesso la ripetizione chiama e chiede una verifica. Inoltre, l’iterazione legata al dinamismo è il contrario del ricordo che sbarra le vie di fuga e inibisce la durevolezza delle cose del mondo e, di conseguenza, spegne ogni nostra speranza. Cosí Ruffilli: «L’enigma si disvela nel linguaggio: / le cose vive hanno radici lunghe / che pescano sempre nelle cose morte. / Ciò che rinasce puro si trasforma, prolungandosi, nella speranza del futuro». E il futuro è l’àmbito dell’agire, un passaggio quindi, non una meta.
Le sezioni «Il nome della cosa» e «Atlante anatomico», oltre il loro posizionamento strategico prima dell’affondo finale, se condividono l’idea del catalogo, almeno per un verso ne divergono radicalmente: le cose non sensibili ci sopravvivranno. I nostri organi sono deperibili, mentre le cose hanno i requisiti per resistere al disfacimento. La loro dissoluzione ha tempi lunghissimi, e nessuno se ne avvede. Ma Ruffilli tende ad oltrepassare la mistificazione insita nell’evidenza, quindi suo obiettivo in entrambe le sezioni resta la tensione nominante: volta ad arrestare – senza la certezza di averlo sequestrato o nitidamente identificato, giacché il divenire è anche il fato del nome, come la modalità dell’iterare suggerisce – quell’istante, lo stabile nel fluttuante, quel rapporto essenziale affrancato dal qui ed ora, tra le diverse proprietà della cosa (abbiamo frequenti incipit in elencazione ellittica, in particolare nella sezione «La notte bianca»: sono prove di nominazione? Di ricostruzione di processi, come dicevo all’inizio?) ben sapendo che quel quid può per lo piú godere di una decisa pronuncia unicamente attimale, per poi impallidire, regredire al rango di accenno, di allusione, avvisaglia, tornare fuori campo ed essere ingoiato dall’indifferenziato fondo della realtà.
Quanto al catalogo delle parti anatomiche, il nominare incontra la difficoltà di superare la dualità degli «stranieri opposti maschile e femminile». Anche le parti del corpo vogliono essere rianimate attraverso parole scritte che le ravvivino strappandole al vuoto, cioè all’ancora senza contenuto. Le parole, se profondamente incise, se fondanti una sinergia tra tempo e spazio, costituiscono un frammento di mondo, un àmbito contratto, evocano una densità spaziale che dilata i nostri sensi e lambisce le questioni ultime.
Nel nominare «È la ragione che si fa linguaggio / volto a spiegare perfino il sentimento». Ma il nome rende fedelmente l’originale che designa? O non può non adulterarlo? Il solito dualismo: un conto è viaggiare, un altro è scrivere il viaggio. Qualora non si attinga alla «visionaria immaginosa verità» di una parola che abbia incorporato le differenze di cui si compongono le cose. Che abbia sorpreso il loro rapporto omologico. Questo climax sulla nominabilità come plasmabilità di una essenza culmina nell’ultima sezione dell’opera, «Lingua di fuoco»: qui la parola scritta «emerge su dal fondo», «di colpo cessa di essere in procinto», «esonda», dà «corpo all’ombra», «forma al fantasma». La parola scritta coglie qualcosa di sopradialettico, e restituisce «forma contorni e consistenza» al retroscena del visibile.
Da qualsiasi lato lo si prenda, il metodo di Ruffilli comporta uno scatto in avanti: rimette continuamente in gioco i termini della sua ricerca, riprende nodi in forma di parole che si sciolgono nel corso del tempo e in corso d’opera, sicché ogni clausola non sarà mai, letteralmente, conclusiva. Come, per rubare una metafora alla musica (territorio ruffilliano di elezione), in una perpetua cadenza d’inganno, oppure in una wagneriana melodia infinita, in cui l’udito e l’anima, delusi dalla mancata quiete dell’obbligato ritorno alla tonica, della costante convergenza verso il centro di gravità dello spazio sonoro, sono ogni volta ridestati dalle nuove evoluzioni, dai sempre risorgenti arabeschi della melodia e dell’armonia.
Elisabetta Brizio
https://www.bibliomanie.it/?p=4106
https://www.paginatre.it/online/le-cose-del-mondo-di-paolo-ruffilli/

 

FILOSOFIA E MISTICA DELLA VITA IN RUFFILLI di Vittorio Cozzoli
Devo cominciare citando alcuni brani per affrontare il mio discorso intorno a Le cose del mondo di Paolo Ruffilli, edito nella prestigiosa collana dello Specchio Mondadori.
“Che stato di piacere / quello in cui  da fermi / si segue con lo sguardo / qualcuno in movimento / più lontano.”
“La cosa fastidiosa / è che tutto accada / anche quando non ci siamo / o, presi intanto / dentro un’altra storia, / non ce ne accorgiamo.”
“Mi preme su / dall’orlo nero dell’assenza / e mi impedisce / di passare i suoi confini / mi spinge e stringe / nella morsa amplificata / non mi dà tregua / ma non mi stanca / la notte bianca.”
“Eccolo, il nome della cosa: / l’oggetto della mente / che è rimasto preso e imprigionato / appeso nei suoi stessi uncini / disteso in sogno, più e più inseguito / perduto dopo averlo conquistato / e giù disceso sciolto e ricomposto / rianimato dalla sua corrosa forma e / riprecipitato nell’imbuto dell’immaginato.”
“Non c’è parola che possa dire / per due persone di genere diverso / la stessa cosa al non reciproco sentire, / meno che mai se in relazione al corpo: / voce già impressa nominandola incarnata / mentre esce spinta fuori dal soffio della gola / e, incarnandola nel sogno, dal desiderio / intanto delirata in due disegni e modi / alieni per usi e per mestieri, per forma / e per sostanza, per DNA e per stile / tra gli stranieri opposti maschile e femminile.”
“Emerge su dal fondo, esonda la parola / lingua di fuoco a rompere il silenzio / e pronunciare netto al mondo / ciò che aspetta ancora nell’assenza, / ciò che fluttua nell’andare più indistinto / ancora lì senza la forma e i contorni / e che di colpo cessa di essere in procinto / e si fa vivo da incolore, si assume e circoscrive / dentro il magico reticolo del nome / come contenuto del suo contenitore.”
“Il nominare chiama e, sì, / chiamando ecco che avvicina / invita ciò che chiama a farsi essenza / convocandolo a sé nella presenza. / È la ragione che si fa linguaggio / volto a spiegare perfino il sentimento, / musica interiore che su da sotto sale / e consegnandosi all’urto materiale / delle precipitose scaglie ondivaghe sonore / parla del suo scontrarsi per domarla / con la resistenza delle cose.”
I passi citati – che di necessità si sono fatti segni/segnali di un percorso esistenziale e linguistico, e come tali tesi ad incontrarsi per fare di sé una cosa sola – sono il filo di Arianna che consentono a Ruffilli di affrontare, finalmente, la propria storia di uomo e di poeta. E questo non solo per questioni anagrafiche, ma per altre, meno esteriormente individuabili da parte di un  lettore che legga poesia con la consueta attenzione e curiosità di lettore uso a praticare la letteratura. solo letteraria-mente. È bene dare corpo a questa premessa, così indicativa e nello stesso tempo ambigua o equivocabile, ma necessaria per intendere il tutto che risponde a Le cose del mondo. Dunque, immaginiamo un uomo  che rischi, litteraliter et allegorice, di annegare e che giunga in limine mortis ma che, inspiegabilmente esca da quel gorgo mortale e improvvisamente, inspiegabilmente venga restituito alla vita. E che sia da una parte costretto a guardarsi indietro e dall’altra a tornare a guardare davanti a sé. Che fare, se si tratti di un poeta, per esprimere tanta esperienza? Che fare per restituire il bene della vita restituita guadagnandone tanta coscienza, se non indicibile gratitudine? Come esprimere al corpo/mente il significato della ‘cosa’ che dà significato e valore alle ‘cose del mondo’? Come lasciare che l’altra parte di sé, la invisibile e la indicibile – chiamiamola anima/spirito – chieda di riunirsi al nodo ‘corpo/mente’ e faccia del tutto una cosa sola? E che valga non solo per la quotidianità del comune vivere, ma soprattutto per il compimento di sè come poeta? Cioè, come chi debba fare i conti non solo col corpo e con il linguaggio, ma con lo scopo di dare alla ragione una ragione che non sia solo meccanica nelle sue funzioni espressiva e relazionali? Da qui la ‘storia’ di ogni poeta, ma ora, in particolare quella della poesia di Ruffilli. Il quale, elaborando per circa un quarantennio questa “costruzione poematica”, intende giustamente sottolineare l’unità della propria ‘storia’, di cui il lettore sta iniziando a riconoscere, passo dopo passo, le tappe del percorso. E che il poeta ricostruisce con grafia altra, precedendo le sezioni della sua costruzione poematica. Tratta di una storia, la sua, che mostra i segni di una lenta conversione, di un venire-alla-luce: come accade in ogni parto, compreso quello della nascita definitiva di sé. Ecco il filo d’Arianna per il lettore, che ci rinvia a quello di Dante quando esce dal buio dell’inferno, e, capovolgendosi, si mette in ascolto di un suono vivo che lo chiama al di là del precedente, inquieto ed inquietante io. Finalmente. Si rilegga l’ultima delle ’indicazioni’ per il lettore: “Il nominare chiama e, sì,  / chiamando ecco che avvicina / invita ciò che chiama a farsi essenza,  / convocandolo a sé nella presenza.” Essenza, presenza: non siamo più nel linguaggio della filosofia o della teologia, ma in quello ben concreto di una mistica, che qui consiste nel dono di aver finalmente capito della vita ciò che più importa. E che, perciò, accompagna con la speranza di essere compreso. Così, dopo tanto dolore causato dalla percezione della ‘assenza’ – segno dominante della Modernità – il riapparire della “presenza” come esperienza di ciò che rende vivo il vivente. Che la si chiami ”essenza” è un atto di coraggio testimoniale, di rinnovata fiducia nel “nominare”, come è dato al poeta con la sua poesia. Che ha fatto quotidiana esperienza dell’assenza (in attesa della presenza) dell’insensatezza (in attesa del senso e del significato), del vuoto (in attesa di ciò che dà pienezza alla patita miseria di una quotidianità solo subìta). E così via. Ma così giunge alla comprensione della “ragione che si fa linguaggio”: certo una ragione che non è solo ragione illuministicamente e riduttivamente intesa. Se questa solo questo fosse, il Leopardi sarebbe un altro poeta, rispetto a quello da noi amato, uno che non avrebbe inteso le ragioni del cuore, anzi, che vorrebbe impedirle. Se questa solo questo fosse, Dante non avrebbe dato ben altra testimonianza alla ragione, figlia della mente: “Onde si puote omai vedere che è mente: che è quella fine e preziosissima parte de l’anima che è deitade” (Cv.III,vi). Non paia inopportuna qui questa citazione dantesca, proposta ora per adempiere al consueto gioco dell’investigazione delle fonti (Leopardi, Caproni, ecc. ecc.), ma unicamente per rimandare Ruffilli a Ruffilli, all’autenticità del suo vissuto e all’onestà della sua testimonianza. Sabiana, se riandiamo al dovere di ogni poeta: fare della ‘poesia onesta’: onesta, da parte del poeta, verso la verità della propria vita. Dunque, passo dopo passo, questa costruzione poematica va manifestandosi come un viaggio dalle “cose del mondo” alla verità della loro natura (‘de rerum natura’) ed all’investigabile, o ininvestigabile, loro perché. A partire dal perché della loro realtà, e in primis da quella dello stesso nostro corpo e dal suo modo di condizionare la stessa intelligenza. Il corpo va conosciuto, esplorato, capito per quanto può e per quanto non può dare (“l’interesse / spiccato più per il corpo che per la persona”). E’ a partire dal corpo che nascono non solo le nascite, ma le stesse conseguenze delle nascite: “Ma tu, papà, mi ami?”. Domande come questa mettono a nudo i limiti delle cose, se lasciate solo alla loro astratta cosità e al loro incessante porci quegli interrogativi cui la poesia cerca di rispondere poetica-mente. E non importa più di tanto se, in questo fare ‘la cosa chiamata poesia’, il registro sia prelirico o postlirico. La poesia è ancor più in là e più a fondo delle modalità retoriche che vorrebbero continuare a governarla. Certe novità non intendono più essere contenute in otri vecchi, ma chiedono il coraggio di un rinnovamento. Come è questo, a suo modo coraggioso, del ritornare alla presenza ed alla essenza. O meglio, alla verifica della stessa realtà del vivere: se sia tutto un sogno, o, usciti dal sogno, emerga la scelta ultima della verità: il suo amore o il suo odio. E ciò vale per la vita e per la morte, soprattutto per la necessità del morire (“C’è che dovrò morire anch’io?”; “Quel che sento non sarà più mio?”). Da qui – ed è ancora Dante che ce lo ricorda –, giunti nella ‘selva’, la scelta ultima è tra cedere e lasciarsi morire oppure resistere e voler tornare a vivere. Ecco l’essere restituiti alla vita. Ma questo atto finale ha per ciascuno di noi, e per ogni poeta, tutta una sua segreta storia, vissuta tra “le cose del mondo”. E allora ecco, all’atto di partire, il “piacere” provato nell’uscire dal sogno:  “da fermi, / si segue con lo sguardo / qualcuno in movimento / più lontano”. Ecco il gioco ora possibile: far apparire “qualcuno in movimento” a chi sia fermo nel luogo dell’arrivo e lo segua nel suo venire da lontano e nell’andare “più lontano”. Verso dove? Si leggano, poesia dopo poesia, i movimenti, le stazioni, i pensieri che ne nascono, il filo che le raccorda in una collana, divenuta, a suo modo, gioiello. Che può darsi solo a chi alla fine abbia compreso e vinto “la resistenza delle cose”: non le cose in sé ma la loro materialità non accompagnata dal  loro significato, quello che il corpo solo esteriormente crede di comprendere. Resterebbe da dire almeno qualcosa sulla contemporaneità di questa poesia, non tanto per un giudizio di valore del suo essere bella o meno bella, ma su quello del suo manifestarsi e noi come contemporanea. Sì, perché questo è un punto ben decisivo per dare maggiore o minore valore alla poesia che in questo drammatico tempo viene scritta. Il dramma, più che in quello del cambiamento climatico è quello del cambiamento della concezione della vita, degli scopi del vivere, dell’inutilità di una morale fondata non sull’utile, ma sulla verità ultima delle cose. E la poesia è misurata con questo metro, ineludibile, non più governato dalle ideologie o dalla retorica. Ruffilli va riletto anche in questa chiave. Certamente morale nella sua urgenza, a partire da quella delle relazioni familiari, tra le prime da richiamare quando pensiamo a ‘le cose del mondo’. Dunque, le relazioni familiari, i triangoli affettivi, mai equilateri. Ora il padre sta sulla base, ora senza accorgersi di come questo accada, si trova sul cateto. Commovente è nel libro l’affettuoso gioco delle parti. Avessimo ii coraggio di affermarlo apertamente, si tratta di un’epica familiare che in tanto disfacimento si fa incoraggiante e consolante. E il tutto scorre con  un ductus narrativo mai enfatizzato  ed indisponibile a scendere al prosastico o salire ad un più alto, e forse meno credibile, lirismo. In questo senso può stupire la normalità del senso che governa questa costruzione poematica. Certo, è solo qualcosa di quanto finora detto, ma è bene che ognuno dei suoi lettori legga, come è giusto, in proprio e ne ricavi, così come io ho fatto, un bene. Che non può, come tale, non essere anche bello. E non importa se l’hanno fatto uscire dall’orizzonte di senso. Riemergerà, piano piano riemergerà. Intanto ecco la grande ricerca, la ricerca di nuovo grande: il senso delle cose, la realtà della realtà, la coerenza tra la coscienza e il reale, le quotidiane resistenze, l’improvviso, momentaneo, intravvedere il senso stesso delle cose. Sì, questo e altro ci offre la quarantennale costruzione poematica di Ruffilli.
Vittorio Cozzoli
http://www.pelagosletteratura.it/2020/02/29/filosofia-e-mistica-della-vita-in-ruffilli/

 

RUFFILLI E LE COSE DEL MONDO di Maurizio Cucchi
Nel suo percorso poetico, Paolo Ruffilli ha praticato strade diverse, sempre confermandosi in una coerente, limpida solidità di pronuncia pur nella varietà di tematiche e argomenti. Questo libro permette di seguirne il cammino per un arco di tempo pressoché quarantennale, trattandosi di un’opera unitaria composta a partire dagli anni Settanta, un ampio work in progress arricchitosi nel tempo. Un’avventura poetica ed esistenziale che prende il via con la metafora del viaggio e degli incontri che il viaggio offre, della quotidianità onirica e a volte sgradevole di chi comunque si trova «straniero tra la gente». Fino al ritorno, dal quale riparte la meditazione turbata sul senso delle cose e della vita, nelle incertezze e negli equivoci degli umani rapporti, tra vuoto, amore e violenza, mentre felicità «sempre si confonde / con la dissolvenza». Nel capitolo che dà titolo al libro, Ruffilli si muove a diretto contatto con gli oggetti di cui si popola la vita, e che si impregnano del nostro passaggio, trovando il senso non banale della loro presenza, si tratti del cappello o del bicchiere, della barca o di un diario. La sua fitta narrazione è affascinante, minuziosa, affabilissima, una sorta di insolito canzoniere dedicato a una realtà tanto essenziale nel vissuto quanto raramente indagata, come in queste pagine, con la concretezza maniacale dell’osservatore sensibile. Del poeta, appunto, che perlustra oltre la semplice superficie delle cose, e che qui prosegue con apparente orizzontalità il suo viaggio in un “atlante anatomico”, dedicandosi alla bocca o alla caviglia come al cuore o al cervello, non senza ironia delicata, producendosi nell’esercizio acuto e antiretorico di un corpo a corpo con il corpo stesso. Nella sezione conclusiva, infine, il poeta pesca nelle profondità e negli anfratti del dire, nella formidabile, paradossale e «visionaria immaginosa verità» della parola, alla quale chiede risposte, ben sapendo, nella sua saggezza, che troppi interrogativi rimarranno inesorabilmente aperti.
Maurizio Cucchi
La Repubblica, 24 febbraio 2020
http://www.italian-poetry.org/2020/01/23/le-cose-del-mondo-di-ruffilli/

 

LE COSE DEL MONDO: “PARTO SOLO PER TORNARE” di Neria De Giovanni
“Le cose del mondo” è l’ultimo sorprendente libro di poesia di Paolo Ruffilli per la prestigiosa collana “Lo specchio” di Mondadori (2020, pag.208, 20 euro).
Il volume porta il titolo di una delle sezioni che presenta, in ordine alfabetico, appunto l’universo di oggetti che ci circondano dall’Anello e l’Armadio con la A al Tacco e Vocabolario nella conclusione. Il corsivo che chiude questa sezione ricorda l’antico dilemma filosofico se le cose esistano al di fuori del nostro sguardo che le osserva, il perenne dissidio tra la realtà oggettiva e la soggettività del reale: “Ma cosa fanno le cose quando/sfuggono di vista al controllo/che su di loro esercitiamo?” (…) O basta che solo che le pensiamo/ e di per sé succede che il pensiero/nominandole faccia da tiranno/ ad annullare la loro libertà?”
Paolo Ruffilli sembrerebbe, dunque,  il poeta delle cose, del rassicurante mondo degli oggetti che vivono perché noi esistiamo.
Noi con il nostro intero corpo, il nostro completo sentire con tutti i nostri sensi, i nostri organi, anch’essi diventati oggetto poetico nella sezione “Atlante anatomico”dalla “A” di “Ascelle” alla “V” di “Vulva”.
“Le cose del mondo” condensa l’esperienza poetica di oltre trent’anni, con voce originale e riconoscibile anche attraverso e oltre le mode che si sono susseguite.
Si apre con il viaggio, racconto in versi “Nell’atto di partire” come si intitola la prima parte. Assistiamo alla descrizione del poeta alla stazione, in treno, a contatto con viaggiatori frettolosi o pensoso di fronte al finestrino. Ma come dice Ruffilli “parto sempre solo per tornare” e non soltanto paesaggi dietro i finestrini di un treno in corsa, ma anche “pullulare di case” e “ un qualche interno:/ il letto sfatto, un bagno e la cucina./ Il gatto e un vaso, al pavimento”. L’interno dell’appartamento su cui il poeta getta uno sguardo sembra profeticamente riprodurre la quotidianità di questi nostri giorni: “Dalla vetrata aperta sul terrazzo/qualcuno che tenta di sottrarsi e/che si stende in fretta sul divano/lasciando un braccio sollevato in alto,/ la mano senza presa tra le tende al vento”.
Ma il treno della vita di Paolo Ruffilli e della sua poesia riprende la corsa e il poeta in giro per il mondo “vivo un’altra volta”.
Paolo Ruffilli non ha timore di condurci dentro i più intimi e personali affetti, nella sua vita non soltanto intellettuale ma più privatamente personale come dimostra la sezione “Morale della favola”, dedicata alla figlia. Riflessioni sull’importanza di un tempo che fugge facendoci correre il rischio di trascurare persone o eventi importanti nella nostra vita. In “Conferme” la domanda “Ma tu, papà mi ami?” sintetizza paure a volte incomunicabili.
Il viaggio poetico di Paolo Ruffilli continua tra code  interminabili in uffici, in sale d’aspetto, petizioni e istanze per poi accorgersi che la vita come diceva il grande Eduardo non è altro che un’esame continuo: “Ma poi finisce che non è mai finita/e c’è ancora e sempre un’altra cima/da conquistare su per la salita/(...)” dalla lirica significativamente intitolata “Successo”.
Certo in tutte le sezioni del libro, è sempre l’io poetico l’occhio guardante ed osservante “le cose del mondo”. Eppure non possiamo certo definire la voce di Paolo Ruffilli come narcisistica o ego-centrata. È anzi la volontà di chi affronta il viaggio della vita nella consapevolezza che solitudine e  incomprensione facciano parte della nostra esistenza, che si rafforza nonostante il vuoto ed il dolore non taciuti.
Così in “Tardi”:  “Quanti deserti ho attraversato .../Mai per un attimo neppure/arreso all’evidenza della mia ferita. (...)/capace invece contro la mia attesa/di trarre l’energia dal vuoto e dal dolore (...)/diventato con sorpresa (strana, mi dico,/la mia sorte) via via più forte per la vita/avanzando e avvicinandomi alla morte”.
La poesia di Ruffilli è una poesia racconto e di tale modalità ha il verso lungo, colloquiale, quasi diretto.
Ma affronta anche l’iconicità della parola rarefatta, con figurazioni metaforiche e stilisticamente ardite proprio nell’ultima lirica “Interrogativi” che si snoda in nove momenti, come una piccola rapsodia. Il primo, “L’urlo del silenzio”, si apre con una sinestesia tra vista ed udito: “Quale è il colore/che più tace/nell’urlo del silenzio?” e si va avanti fino al punto nove che si chiude anch’esso con una interrogazione, motivando il titolo del poemetto: “La nostalgia del mare” può trascinare con sé mostri, fantasmi, “dispersa e trascinata/dalle onde?”
Come la vita.
“Le cose del mondo” di Paolo Ruffilli ci conduce dunque in un viaggio tra cose conosciute aprendo spiragli di dubbi e saggezza. Il suo verso è sempre ancorato alla concretezza della vita, con capacità speculativa che restituisce al linguaggio poetico una delle sue più antiche e originarie funzioni.
Ed il lettore si accomoda accanto al poeta sul vagone di un treno “Carico di gente, di storie e luoghi”.
Neria De Giovanni
https://www.portaleletterario.net/notizie/arte-e-cultura/1522/le-cose-del-mondo-di-paolo-ruffilli--parto-sempre-solo-per-tornare--di-neria-de-giovanni

 

SU PAOLO RUFFILLI di Roberto Deidier
A distanza di sei anni da Variazioni sul tema, apparso da Aragno, Paolo Ruffilli ha congedato un nuovo libro, Le cose del mondo, per lo Specchio Mondadori. In realtà, come l’autore ci avverte nella premessa, questa impresa affonda in un tempo piuttosto remoto, originandosi da un antico progetto risalente agli anni Settanta. Piace quindi pensare che Le cose del mondo scorra in parallelo ai maggiori titoli di Ruffilli, da Piccola colazione a Camera oscura, da La gioia e il lutto ad Affari di cuore, di fatto accompagnando, nella speciale coerenza espressiva che da sempre caratterizza questo poeta, il farsi di un’opera ormai vasta, di cui, con ogni probabilità, rappresenta se non la summa certamente l’approdo.
Forse per la prima volta, infatti, Ruffilli consegna ai suoi lettori un volume quantitativamente ampio, scandito in sei sezioni riunite in un percorso non privo di una sua progressività discorsiva. La tentazione di considerare queste pagine alla stregua di un’impresa unitaria, al di là delle indicazioni date dal poeta, è dunque forte ed è suffragata dalla filigrana di un disegno, di un percorso intorno alle «cose del mondo», come recita il titolo, che si sviluppa da una precisa prospettiva: quella di chi si volge a smuovere il luogo comune custodito nell’identità della lingua, attraverso l’agilità delle sue rime suasive, che sembrano calare con la studiata casualità dell’ironia, del paradosso, infine della malinconia.
Non a caso il libro prende avvio con una serie di testi dedicati al tema del viaggio, e si comprende presto che si tratta di un viaggio anche e soprattutto metaforico nella densità della natura umana, del suo rapporto con le cose che la circondano, con l’altro-da-sé che ne cattura contraddittoriamente i sentimenti, infine nella lingua stessa, ovvero nello strumento primario di affermazione del proprio esser-ci. Con la pensosa, non insolita leggerezza che ormai lo segna - tratto sempre più raro nella nostra poesia -, Ruffilli affronta i massimi sistemi della nostra quotidianità, ne sviscera le intime tensioni, ne smaschera i riverberi su tutti i nostri sensi. E se la posizione tipica dell’osservatore è quella della stasi, la mente si mantiene mobilissima, cogliendo nella necessaria distanza della messa a fuoco il movimento altrui, fino a colpire nel segno, ovvero mettendo a nudo la stessa realtà, si chiami vita o destino.
Roberto Deidier
Ailanto, n. 59
http://robertodeidier.blogspot.com/

 

L'INCANTO DELL'ANGOSCIA di Tommaso Di Dio
Sebbene questo libro affondi le radici nel lungo percorso pluridecennale di scrittura di Paolo Ruffilli, ciò che stupisce subito è che sia scritto con una grazia e una levità sorprendenti: quasi in un ritrovato candore. È come se tutto il percorso di scrittura del suo autore, il suo lavoro di saggista (ricordiamo i suoi lavori su Ippolito Nievo e su Leopardi), di narratore e di traduttore che ha costellato tutta la sua vita (di cui forse vale la pena ricordare la traduzione del fortunato libro Il profeta di Khalil Gibran nel 1989 e nel 2018 e il Gitanjali di Rabindranath Tagore del 1993) trovi qui in questo ultimo volume l’occasione di raccogliersi e di mostrarsi in una rara compattezza. Dico compattezza perché il libro Le cose del mondo (Mondadori, 2020) non è una semplice raccolta di poesia, ma un vero e proprio organismo unitario. Lo chiameremmo un “poema”, se questa parola non facesse un po’ tremare i polsi. E infatti l’autore non si azzarda ad usare questo termine e parla più cautamente di una «costruzione poematica» che ne sorregge i diversi capitoli. Eppure, a libro chiuso, l’impressione è questa — e lo dico anche un po’ come provocazione —: che Paolo Ruffilli abbia provato a fare un poema, ma con la lingua che la poesia del ‘900 ha assegnato alla lirica. Dal canto suo, la sua scrittura è sempre stata attratta dalla costruzione larga, architettonica, latamente poematica: certo, di una poematicità aerea, aneddotica, attraversata dal gusto del frammento. In fondo già il libro Piccola colazione edito da Garzanti nel 1987 e il di poco successivo Diario di Normandia (che vinse nel 1990 il prestigioso Premio Montale), per poi arrivare ad alcuni altri capitoli della sua opera in versi in cui ha lavorato in maniera assai interessante sul doppio binario della scrittura e dell’immagine fotografica (così ricordiamo Camera oscura del 1992 e il successivo del 1995, Nuvole,con foto di Fulvio Roiter) sono tutti lavori in cui la singola pagina trova un senso pieno solo nel trascorrere dell’intero libro, nel passo di testo in testo costruito dall’autore. Ma in questo volume lirica e costruzione poematica trovano un accordo davvero fortunato. Da questo matrimonio assai strano nasce il fascino anfibio di Le cose del mondo, libro che riesce a combinare in una solida unione i luoghi più intimi e privati (area solitamente appannaggio della poesia lirica) con quelli più oggettivi e direi comuni, pubblici, sotto gli occhi di tutti, anzi direi sulla “bocca di tutti”, che sono area di solito appannaggio del poema. È infatti un libro in cui l’io del poeta si dichiara padre, in una commovente e privatissima sezione dedicata alla figlia, un libro in cui si enumerano con dovizia di particolari le più nascoste parti del nostro corpo, eppure si ha sempre l’impressione che quell’io di cui Ruffilli scrive sia un Io universale, un io-maschera: non un eroe, ma un everyman — ecco un «io-defilato» (pag. 41), come scrive in una poesia di questo libro, dietro il quale c’è il volto di chi sta leggendo più che quello dell’autore. Ed ecco perché questo libro, se vogliamo stare nel gioco e continuarlo a chiamare poema, più che su di un personaggio, su di un eroe, è un poema su ciò che ci rivela nella nostra più profonda e collettiva umanità. Se infatti dovessimo prendere i temi su cui si fonda l’impalcatura testuale del libro dovremmo dire che questo è un poema sul viaggio e sul linguaggio: come se queste due realtà umane fossero inestricabilmente legate. È come se il libro volesse suggerire che il movimento nello spazio e la parola fra le generazioni fossero i due, unici, fondativi elementi essenziali dell’essere umano dell’umano. E non mi pare poco: oggi che proprio il nomadismo dei popoli è sotto attacco, oggi che la società della parola è continuamente minacciata dal brusio perpetuo di una parola vuota, fake, inerte e continua. Mi sembra che la poesia di Le cose del mondo prenda una decisa posizione in mezzo a questa tenaglia.
Una cosa colpisce ancora il lettore ed è proprio l’unità direi melodico-gnomica del libro. Sembra davvero che ogni componimento sia una “stanza” in senso metrico. Sensazione che è favorita anche dal fatto che spesso in clausola, negli ultimi versi, è presente una assonanza, o anche a volte una rima, proprio come a volere imitare l’aurea struttura dell’ottava. Ma al di là della suggestione metrica, c’è una volontà gnomica che si concreta in una tendenza a far trovare il lettore alla fine del componimento davanti ad una verità, verità che era già nota, magari, ma della quale non si era fatta esperienza, non era stata vissuta con intensità: ecco, la poesia accompagna insomma il lettore alla scoperta del già noto. E se la cosa sembra una diminutio non vuole proprio esserlo: anzi, è il carattere assolutamente antinovecentesco, il carattere antico, non greco, ma indiano, sapienziale direi, della poesia di Ruffilli che porta la sua poesia a questo felice esito (e appunto qui forse si rivela il senso del suo essere stato traduttore). È un espediente così esibito che il lettore non può non accorgersene: «che bisogna intanto perdersi / per potersi  ritrovare» (pag. 16); oppure «però lo sperimento nell’atto di partire / che tanto o poco è già un morire» (pag. 26). Ma la strategia diventa ineludibile nella sezione eponima e in quella chiamata Atlante anatomico, in cui il mondo delle cose è descritto sempre proprio a partire dal linguaggio, dai veri e propri “luoghi linguistici”, dalle strutture idiomatiche che condividiamo già prima di leggere: la poesia di Ruffilli qui si rifà — per dirla con un’espressione di Vittorio Sereni — al «luogo comune e il suo rovescio». Penso a certi incipit, come quello di Denti: «Batterli e digrignarli asciutti / metterci qualcosa sotto» (pag. 150) oppure a quello di Naso: «Rizzarlo, torcerlo, arricciarlo / ficcarlo dove tira il lezzo» (pag. 156). Come se la poesia non fosse altro che esposizione alla verità comune, rivelazione non dominio, anonimato non conquista.
A questo proposito, durante il video per la presentazione del Premio Napoli, l’autore ha fatto un’affermazione che mi ha colpito. Ha detto che questo libro è il resoconto «non strettamente autobiografico, ma per certi aspetti generazionale». In effetti a volere avvicinare Le cose del mondo ad altre opere recenti, si ritroverebbe tratti in comune con altri tentativi di autori più o meno coetanei in cui la lingua della lirica è stata tesa verso un’ideale narrativo-poematico. Penso per esempio a Giancarlo Pontiggia con il suo Il moto delle cose (Mondadori, 2017) oppure Il Conoscente di Umberto Fiori (Marcos y Marcos, 2019). Fra questi libri c’è a pensarci bene un sotterraneo dialogo. È come se dopo tanto laborioso Novecento, la poesia sia lì a mostrarci concluso il dissidio fra l’uomo e il linguaggio. Nel libro di Ruffilli la cosa si fa manifesta: la lingua si svolge musicale e senza attrito, con una sua fluvialità che nondimeno è calore, fucina. Come se il legame fra la cosa che emerge nel dire e il dire stesso fosse connaturato, sorgivo, contemporaneo: come se la lingua della poesia fosse capace di sottrarre le cose ad una latenza, come se le cose e la lingua appropriata per farle emergere fossero da sempre lì, in un’eternità sospesa. Nella poesia che apre la sezione Lingua di fuoco, troviamo questi versi: «Emerge su dal fondo, esonda la parola / lingua di fuoco a rompere il silenzio / a pronunciare netto al mondo / ciò che aspetta ancora nell’assenza» (pag. 173). Questa capacità della lingua di ospitare la cosa insieme alla sua espressione è chiamata «il magico reticolo del nome» e denuncia il superamento di una conflittualità di cui molti altri della sua generazione hanno fatto tesoro. Già il critico Stefano Giovanardi nell’introduzione alla sua poesia nell’antologia dei Poeti italiani del secondo Novecento nei Meridiani Mondadori curata insieme a Maurizio Cucchi nel 1996, parlò di una lingua antilirica e di un «esaurimento storico di una civiltà poetica: ovvero civiltà del sublime e dell’ineffabile». Eppure, non è una poesia questa che lascia inerti e tranquilli. Roland Barthes ha scritto, a riguardo del lavoro di Ruffilli, che «la forza di questa poesia è nell’angosciare il lettore, incantandolo». E c’è certamente una certa incantata crudeltà in questa poesia: che prende atto della fine in maniera immedicabile, senza che questa consapevolezza faccia venir meno ad una sua singolarissima levità, come se appunto questa mortalità crudele fosse inerente al dire che la dice, inerente a quell’essere che non può che pronunciarla. Per esempio, come non essere sgomenti di fronte ad un verso così: «Le persone muoiono e restano le cose» (pag. 105). Impassibile, perentorio, eppure lieve: sereno. Non è un caso allora che si trovi scritto che «La felicità / invece sempre si confonde con la dissolvenza stessa / la dissomiglianza di ogni cosa» (pag. 95). Felicità e dissolvenza si trovano uniti, sempre concordi, mai divisi, mai separati. Mi sembra che questi versi conducano in fine alla sequenza forse più potente del libro, ovvero la sequenza di interrogativi finali. Tutta l’ultima sezione è una serie di domande. Come se il poema del viaggio e del linguaggio non potesse che fermarsi sul momento dell’interrogazione come suo punto costitutivo. Domandare è lasciare aperto, lasciare ad altri: offrire ad un divenire, lasciare che le cose siano infine «felici».
Tommaso Di Dio
http://www.italian-poetry.org/2021/01/04/lincanto-dellangoscia/

 

L’INDEFINIBILE CHIRURGIA DELLE COSE di Enzia D’Incà
Coerenza chiama coerenza nella poetica di Paolo Ruffilli. Così in questa sua ultima fatica letteraria Le cose del mondo (Mondadori) che raccoglie ben quarant’anni di produzione e ricerca lirica, l'Autore di cui Eugenio Montale intuì la felice ispirazione giovanile, conduce chi lo segue  dentro un nuovo viaggio esperenziale e sapienziale.  Fedele alla unità formale – le sei sezioni o “capitoli” di cui si compone il volume, sono elaborate per lo più in forma di settenari e endecasillabi –, Ruffilli costruisce una struttura ad anello dove la partenza, quella evocata nella prima sezione Nell'atto di partire, si sviluppa per cerchi concentrici  a tema fino a riavvolgersi come un nastro  e a ritroso verso il ritorno, un eterno ritorno. Il dualismo si sdipana fra la stasi e il moto, l'azione e l'osservazione che è auto-osservazione. L'Autore osserva la realtà o ciò che i suoi sensi percepiscono come tale, per farne materia di indagine interiore  in forma  di autonarrazione, di autosvelamento come in Morale della favola, dedicata alla figlia, e in La notte bianca. Rispettivamenteseconda e terza sezione, per poi affrontare lo zoccolo duro del volume nel capitolo Le cose del mondo (pag.105):
“Le persone muoiono e restano le cose / solide e impassibili nelle loro pose / nel loro ingombro stabile che pare / non soffrire affatto contrazione dentro casa / perché nell'occuparlo non cedono lo spazio / vaganti come mine, ma nel lungo andare / il tempo le consuma senza strazio / solo che necessita di molto per disfarle / e farne pezzi e polvere, alla fine”.
Cosa c'è di più statico delle “cose”  e della loro nominazione.  E la parola cosa poi: quanto di più ambiguo racchiude nei significati di cui è portatrice nella nostra lingua. Ruffilli gioca coi versi sulle ambiguità di senso, lavora sul significante, sulla relazione contenente/contenuto.
Infatti ne Il nome della cosa (pag 109) si legge:
“Eccolo, il nome della cosa: / l'oggetto della mente / che è rimasto preso e imprigionato / appeso ai suoi stessi uncini / disteso in sogno, più e più inseguito / perduto dopo averlo conquistato / e giù disceso sciolto e ricomposto / rianimato dalla sua corrosa forma e / riprecipitato nell'imbuto dell'immaginato”.
Da questo incipit parte una serie di poesie che, secondo un ordine alfabetico, danno un contenuto concreto e simbolico, funzionale e metaforico secondo l'uso  della lingua italiana, come da locuzioni prese dai vocabolari: si va da Anello a Bambola, da Occhiali a Scarpa registrando anche un:
 Vocabolario
“Registro, elenco, catalogo, inventario / - ministro di governo, regina delle carte / e scorta e giacimento di parole in schiera (…) / sistematico schedario di tutto l'universo”.
A questa segue la sezione  Atlante anatomico dove, dissezionate, sono alcune parti del corpo umano, da Ascelle a Collo, da Occhi a Seno.
L'osservazione minuta del Poeta fin dalle sue precedenti prove in versi (Piccola colazione, Diario di Normandia, Camera oscura, Nuvole, La gioia e il lutto, Le stanze del cielo, Affari di cuore), dotato di un raffinato sguardo, affila  le sue pinze chirurgiche di scavo in  questo volume composito  e diacronico che costituisce un micro trattato di linguistica in versi. Si avvertono echi delle filosofie orientali nell'ossimorica perlustrazione di un’immagine e del suo complementare od opposto,  specie dove  l'Autore si affida e cerca relazioni analogiche per immagini. Predilige un registro linguistico sintattico quasi quotidiano come nello stile, così come nella scelta dei temi da entomologo o chirurgo pur senza mai scendere nel minimalismo. Un continuo rincorrere il tentativo di formulare senso del reale, lui consapevole che il reale è la personale unica e individuale rappresentazione della realtà. Mai univoca sempre di inesausta narrazione. Senza cadere nelle trappole della  o delle verità, per tentare di afferrare la  sua realtà che è la realtà della vita e delle sue diverse irrazionali componenti fisiche, psichiche, esistenziali, esperenziali.  In questa ricerca Ruffilli si appoggia a metafore del Novecento letterario come quella del viaggio caproniano con cui si apre il volume, per approdare a ritroso e insieme in avanzamento di conoscenza al passaggio dell'ultimo capitolo Lingua di fuoco (pag.173):
Il nominare chiama e, sì / chiamando ecco che avvicina / invita ciò che chiama a farsi essenza / convocandolo a sé nella presenza / è la ragione che si fa linguaggio (...)”
È una sorta di Manifesto di poetica, questa dell'ultimo capitolo. L'inesausta e mai esaustiva ricerca  dell'uomo Ruffilli e della sua ricerca in  Poesia.
Renzia D'Incà
“Soglie”

 

LA FENOMENOLOGIA DI RUFFILLI di Patrice Dyerval
Le cose del mondo di Paolo Ruffilli (Mondadori) è una vera e propria summa fenomenologica, filosofica e filologica, sostenuta e scandita da una spiccata e sottile musica di ritmi e rime. Nel percorrere le 6 sezioni e i 167 pezzi della raccolta, ben si coglie come, attraverso le vicende e le cose del mondo, si trascorra dall’esistenziale all’essenziale, culminando il tutto nel fondamentale interrogativo circa il nostro essere-in (e di) parole. E sembra talvolta che persino Heidegger non sia distante da queste pagine.
La prima sezione, Nell’atto di partire, mette a fuoco le insidie e le illusioni dei nostri sensi di fronte al mondo, scava “l’ombra” e “il riflesso” del mondo e, come nelle sezioni successive, l’oltre le apparenze. È un incipit che mi piace in modo particolare, fin nei suoi talora luridi dettagli; e, come i capitoli successivi, termina con una vitale resilienza, la capacità insomma di assorbire gli urti senza rompersi.
La sezione Morale della favola dispiega una bella lezione di vita, di filosofia e di comportamento, si tratti del padre o della figlia. È qui particolarmente interessante la poesia “La scuola” (pag. 54), con il suo vitalismo – che non esclude il mistero – e con, nuovamente, un invito alla resilienza. Anche la chiusa (pag. 75) è commovente, perché accenna e delinea in modo positivo seppur in tono modesto i contorni della paternità. Quasi inutile sottolineare che questa sezione riecheggia, in positivo, tanti momenti assai più satirici (e negativi) riscontrabili in Piccola colazione (1987) circa l’educazione, i giovani, la scuola e l’università. Ma qui il tono è più pacato, disteso e aperto, e anche intriso di psicologia e filosofia.
La notte bianca è una sezione di forte stampo filosofico, che non elude anzi mette a fuoco i problemi e le contraddizioni (le aporie) della vita e del pensiero, con una visuale e un tono pieni di estrema lucidità, e talvolta punte di attacco disincantato (il poeta, in tutta la raccolta, indaga appunto perché lui sia privo di illusioni, e non ceda mai di fronte ai misteri, pur riconosciuti, della vita e delle cose, e della condizione umana) e addirittura dissacrante.
Le cose del mondo, tema caro al poeta come testimoniano tutte le raccolte precedenti e segnatamente Piccola colazione, fanno eco a un nostro grande antenato in poesia, Francis Ponge, con la sua celebre raccolta Le parti pris des choses (1942). Ma Ruffilli va al di là ed è di grande originalità questo elenco alfabetico delle cose, degli oggetti quotidiani che ci circondano. Molto interessante, tra gli altri, è il testo conclusivo che quasi conferisce, pur senza cancellare né la ragione né il pensiero filosofico, un potere magico e direi surreale a quelle cose di cui Ponge scriveva “le monde muet est notre seule patrie” (ma forse Ponge esagerava…).
Molto arguta e spigliata, anche nel tono e nelle rime, la sezione Atlante anatomico, talvolta pervasa da uno spirito satirico, con una buona dose di humour e di virtuosismo. Ogni pezzo, per una spiccata arguzia linguistica, filologica e filosofica, gioca sul duplice significato e uso (uso in senso figurato e con le locuzioni e frasi fatte e uso in senso proprio e materiale) di ciascuna parte del corpo. Non è esclusa, qua e là, una venatura di erotismo, e perciò tutta la sequenza evoca – per un lettore francese – anche se lontanamente i Blasons du corps féminin cui parteciparono vari poeti minori del Cinquecento in seguito a una iniziativa del più noto Clément Marot. Ovvio ricordare anche il Belli, per il testo di pag. 161 (“Er padre de li santi”) e per quello a pag. 169 (La madre de le sante”), e magari anche il veneziano Giorgio Baffo.
L’ultima sezione, Lingua di fuoco, è sicuramente quella più impegnativa e impegnata, opera di tutta una vita di riflessione sull’esistenza e sulla funzione di mediazione tra vita e pensiero operata dal linguaggio, dalla parola. Una specie di metafisica del linguaggio, basata però sulla concretezza di un’acuta riflessione linguistica, e sorretta dal consueto ritmo tra didattico-settecentesco e modernità dissacratoria. Si incontra qui un moderno nominalismo (pag. 173), un gioco dei paradossi e delle antitesi (contenuto-contenitore, pag. 173; cose vive-cose morte, pag. 179), “tuttità” e poi “zero e plurale”, “l’urlo del silenzio”… fino allo “scontrarsi / per domarla” con la pongiana “resistenza delle cose” (pag. 198), senza mai, da vero poeta, dimenticare la “musica interiore” e quella, palese, di rime e ritmi, qui ancora più compiuta che nelle raccolte precedenti.
Vi sarebbero da citare tante profonde riflessioni, tanti ingegnosi (mai giochi gratuiti) paradossi, tante espressioni argute e acute, coniate con estrema intelligenza e chiaroveggenza. In questi versi così accoglienti e profondi nella loro “sonorità”, nella loro “visionaria immaginosa verità” che non perde mai di vista il mistero evocato attraverso il concreto.
Patrice Dyerval Angelini
http://www.italian-poetry.org/2020/02/27/la-fenomenologia-di-ruffilli/

 

IL VIAGGIO NEL MAGMA ALLA RICERCA DELLA PAROLA CHE PLASMA LE COSE di Patrizia Fazzi
Prima ancora che per il loro significato le poesie del nuovo libro di Paolo Ruffilli, Le cose del mondo (Mondadori, 2020), attraggono per il vortice sintattico in cui si strutturano, vortice pienamente dominato dall’autore e che conduce d’un fiato il lettore fin quasi dal primo verso alla fine di ogni pagina, unendo e inframezzando una serie di rime, anche interne, allitterazioni, assonanze, ossimori e altro ancora, così che il componimento risulta avere un innegabile andamento ritmico-musicale, come un’ininterrotta originale melodia. Questa cifra stilistica, da sempre tipica di Ruffilli, raggiunge in questa raccolta vertici assoluti, è il ‘passo’ ruffilliano ormai consolidato e sicuro entro il quale immette il suo pensiero poetante, la sua riflessione, il suo sentire “le cose del mondo”.
Un passo poetico che riesce, senza alzare i toni, a colpire ed evidenziare tutto un complesso di comportamenti umani, suoi compresi, ed insieme ad indicare, senza enfasi sapienziale, una possibile via di salvezza.  L’attenzione di Paolo Ruffilli si era già indirizzata a scavare in anima mundi, spingendosi in territori tormentati come quello del carcere e della tossicodipendenza (Le stanze del cielo), dei rapporti amorosi (Affari di cuore), fino alla ricerca del mistero della natura e del linguaggio (Natura morta). Ma quest’ultima complessa raccolta poetica, suddivisa in ben sei sezioni, può ben dirsi, ancor più delle precedenti, un  ‘libro filosofale’, che si interroga e cerca risposte,  non sempre trovandole, forte però del suo porre sul tavolo del gioco – e non solo quello, raffinatissimo, verbale – le parole chiave che tornano nell’esistenza, nelle infinite situazioni individuali e collettive: il viaggio nel tempo della vita, la solitudine e i ricordi, le contraddizioni della morale e della ragione, il desiderio e il piacere, lo spettro della morte e l’aspirazione ad un oltre non effimero, trascendente, “quel salto spiccato verso il cielo” (pag.101). 
Nella prima sezione, Nell’atto di partire, Ruffilli parte richiamandosi indirettamente, nella poesia d’apertura, al suavest lucreziano ed epicureo: “Che stato di piacere / quello in cui, da fermi, / si segue con lo sguardo / qualcuno in movimento / più lontano” (pag. 11), quasi a indicare che, come emerge poi nelle varie composizioni, il viaggio è importante, necessario (“È proprio andando che si capisce… È il movimento a darci in dote la speranza / mettendo in relazione noi stessi con le cose” pag. 14.), ma l’esperienza finale, di stazione in stazione, di albergo in albergo – realisticamente e metaforicamente intesi – lascia comunque l’amaro in bocca, uno sconfortante senso di  delusione e sradicamento, quasi di rassegnata apatia: “Stazioni e bar, luoghi di scambio / dispersi dentro il vuoto: tutte le volte / così stordito, sbattuto tra la gente, fino  a che / non te ne importa più niente di niente” (pag. 33). E allora la voglia e l’ansia di partire si confondono con quella di tornare nella “pace nera” della casa, tra le cose note, il desiderio di fuga e scoperta del mondo viene frustrato nelle varie tappe, mentre le mete conquistate appaiono dolorosamente ardue e vane, quasi dantescamente definite “deposte lì davanti foglia a foglia”, per concludere che “e si vedrebbe / che non si avanza di una spanna, / che più si va e meno si trova / e non si arriva da nessuna parte” (pag. 24).
 I versi di Ruffilli mettono a nudo la sua e altrui condizione di straniamento da una società che gli appare in uno “stato inerte, sordo e delirante” (pag.18). “Test illuminante” ne sono le carrozze dei treni, piene di “grida, spinte e puzza” e definite, ancora con linguaggio di Dante, “bolge”, mentre le stanze d’albergo, con il loro “odore vecchio di federe e lenzuola / già nell’ingresso” divengono al suo occhio, nonostante tutto “meravigliato”, specchio dell’”imperfezione imperdonabile del mondo” (p. 30). E allora, forse per quella acuta sensibilità che gli fa sentire ogni esperienza deludente come “un’incisione dolorosa, una limatura in puncti loco, un taglio secco”, ecco che l’aspirazione finale è il distacco del saggio di fronte non solo al presente, ma alla “trafila di secoli e di morti nella storia”. “Se si potesse fare come si guarda / giù dal finestrino andando in treno / la successione di cose e di persone / sul nastro scivolando risucchiata via lontano”.
La seconda sezione, Morale della favola, dedicata alla figlia e con in exergo un pensiero di Lao Tzu, pensatore caro a Ruffilli, è un sottile dialogo con lei, riepilogo di un conflitto generazionale, di un difficile percorso formativo ed educativo (“Ti sei messa di colpo a contraddire / il mondo intero, da me incarnato / qui solo per caso”, pag. 58). Uno scontro che ora, alla luce del presente, ambisce a divenire un incontro, la confessione di un padre che, pur senza essersi mai mostrato “eroe”, ha cercato di indicare una linea di giusto limite, lasciando la libertà anche di “rompersi la testa” e, senza nascondere le sue fragilità, ha cercato di far passare il testimone della sua esperienza: pag. 69. Ne nasce una serie di poesie tra le più felici e intense: L’esperienza, Pretesa, L’evidente, Salvezza, Allora, Scoperta, in cui si condensa il frutto di quel viaggio nel fiume in piena della vita che ha portato l’autore, ora che è padre, a stillare i valori essenziali: la pazienza di attendere e insieme la capacità di “non rinunciare” e, quando arriva l’amore, di lasciarsi trascinare dalla sua forza, per non essere poi travolti dal rimpianto (pag. 72).
La terza sezione, incisiva e ossimorica già nel titolo, Notte bianca, affonda lo scavo ruffilliano nel fondo dell’animo umano, nella sua natura che ha “l’irresistibile bisogno di levarsi puntando in alto e distaccandosi dal suolo (Natura umana, pag. 82) ed insieme è pervasa da “un puro stato andante del desiderato” (pag. 88), sospesa sempre tra sogno e delusione, tra “gioia e lutto”, tra accadimento splendido e la sua scia di rimpianto per non averlo del tutto vissuto o “perduto prima di averlo conquistato (pag.88), “...la scia / che lascia dietro a sé / quello che è stato, / amato o non amato / comunque sconosciuto” (pag. 93).
Il poeta guarda in faccia coraggiosamente la realtà, quasi esplora con precisione chirurgica i propri sommovimenti interiori, le alterne sorti a cui ogni essere umano è sottoposto in quel “fiume” del tempo che “scorre lento, placido a tratti” ma è pronto a “rompere in furia gli argini… a strabordare” sradicando tutto (pag. 91, Il tempo). La sua è una visione lucida, consapevolmente venata di ironia, del destino non solo personale ma collettivo, in una prospettiva universale di leggi fisiche di energia insite nel “geiser” del mondo ma che rimangono inconoscibili e ci pongono davanti a domande irrisolte, ad un “aperto insondabile mistero” (Ogni minima creatura, pag. 85). Di fronte ad una realtà che illude e delude, che abbaglia e si oscura, non resta per l’umana ragione che prendere atto dell’incoerenza di ogni verità assoluta e del “perenne inevitabile contrasto / tutto così piccolo e tutto così vasto”. E quindi, conclude il poeta “la molla certa / è invece la contraddizione dentro l’unità” (pag. 98). Ungaretti affermava “Viviamo nella contraddizione” e in questa linea, sia pure con diversità di esperienze, si pone Ruffilli, affrancandosi attraverso il pensiero da “tutto il vuoto che ti separa via / dal resto del mondo e della vita” (pag. 101), per slanciarsi di nuovo, come recita il titolo di una poesia, verso il cielo, quell’altrove che “subito aspirandoti ti afferra” e “non si torna più coi piedi a terra”. Il suo è un itinerarium mentis che, a ben scavare tra le righe di questa intensa sezione, riconduce a quella via indicata alla figlia e riporta il poeta, pur se ferito dalla vita, a “trarre energia dal vuoto e dal dolore / destinato ad imparare tardi e come / analfabeta molti dei segreti dell’amore”, come si legge nel componimento Tardi che chiude la sezione, perché è meglio patire e soffrire la ferita che rinunciare del tutto a vivere (In uso di litote, pag. 86).
I termini “cosa” e “cose” si rincorrono e occhieggiano in molte pagine del libro, ne abbiamo contate decine e decine) e con la poesia Le cose si apre la Quarta sezione, Le cose del mondo, che dà titolo al volume: originale sequenza di componimenti dedicati a oggetti materiali di uso comune, ordinati in rigoroso ordine alfabetico e sottoposti ad una descrizione che mette in risalto il loro essere materia e insieme simbolo, compagni presenti nella loro fisicità e al tempo stesso metafore continue del loro ruolo e servizio per gli umani.
Quelle “cose”, pur se banali e vaghe nel loro significato, sembrano addirittura più forti e durature degli umani stessi. Scrive Ruffilli: “Le persone muoiono e restano le cose / solide e impassibili nelle loro pose”, ma anch’esse sono sottoposte, “nel lungo andare”, all’usura implacabile del tempo che “le consuma senza strazio” e “ne fa pezzi e polvere, alla fine” (pag. 105), privando anche del “tatto delle cose”, quel toccarle come un talismano, un possesso imperioso. In questa sezione l’uso della metafora e il ricorso alla personificazione sono portate al massimo dall’autore, che scatena tutta la sua fantasia creativa e vis ironica, creando per ogni oggetto definizioni e immagini quasi a raffica (pag. 135) e riuscendo più volte nell’intento sintattico di racchiudere la descrizione in un solo periodo. Non manca anche qui  l’uso dell’ironia, del sottile gioco verbale che mette a fuoco i contrasti, i segreti insiti in ogni oggetto, con chiuse lapidarie, perfette nella rima: così la “cartella” è “tale e perciò solo conta: nell’essere, / come si usa, riaperta proprio in quanto chiusa” (pag. 118), il “bicchiere” che “sbrecciato, andato in pezzi dopo essere caduto”, è “la forma, incontenibile, di un contenuto” (pag. 115), la “porta”, nel suo uso continuo, finisce per fare “un doppio gioco: entrata uscita, / paura e confidenza, la pausa e il moto./ La verità che si apre e si richiude sull’ignoto” (pag. 130) ed infine “la scarpa” ha un “segreto” che “viaggia in coppia: / cementa l’unità mentre si sdoppia” (pag. 132).
L’indagine di Ruffilli su quanto di concreto e fisico faccia parte della realtà umana si spinge fino all’Atlante anatomico, titolo della originale quinta sezione, in cui sono passate al vaglio, sempre alfabeticamente ordinate, le parti del corpo umano maschile e femminile, dalla bocca alla caviglia, dalla pelle ai capelli, ricorrendo ampiamente ai moduli stilistici della precedente rassegna e componendo un glossario infinito di immagini. La descrizione in particolare spazia e gioca con tutti i comuni modi di dire riferiti alle singole parti del corpo, senza rifuggire da locuzioni lessicalmente forti, puntando su ogni connotato sensoriale e fisico, per poi invece concludere spesso il testo con il riferimento a quel legame insondabile che riconnette la ‘carne ‘ al ‘cuore’, il dettaglio anatomico all’umore, i sensi al sentimento che li muove. “Ogni parte del corpo chiede di essere / stanata e nominandola scaldata / sottratta al vuoto, ripresa e rianimata: / il collo, le caviglie, il tenero che sta / sotto le braccia,la curva della schiena, / là dove il ventre sbocca nella sua vallata, / la rosa nera e l’ombra delle ascelle… / è con il nome nel suo stesso pronunciarlo / che il desiderio riesce a concretarsi / spinto con foga sulla pelle a invaderne  / e permearne ogni rilievo e anfratto / con le parole che aprono la carne / amplificando la vista e il gusto / l’udito, l’odorato e il tatto” (pag. 170).
Nella sesta sezione, Lingua di fuoco, Ruffilli ripropone un tema a lui molto caro, già affrontato in Natura morta, ovvero la parola, quel “magico reticolo del nome” che staccandosi dal fondo primordiale “esonda” e dà vita alle cose sconosciute, le plasma e le accende con un “clic”. Le parole hanno un “gelido potere” e insieme una libertà infinita, quasi imperscrutabile, una funzione imprescindibile per “ricondurre al dato universale / ogni dettaglio e singolo particolare / nello sforzo istintivo di riorganizzare / negli insiemi di idea categoriale / il vasto ibrido mare indifferenziato, dentro il plurale, di zero e singolare” (pag. 185). La parola è “lingua di fuoco” che tuttavia spegne “la sete di risposta al buio del mistero” (pag. 183) e ci conduce all’”ultima stanza”, quella del “vuoto del silenzio”, da cui soltanto può venire la possibilità di dare “un nome a ciò che è assente” (pag. 187). È questo l’estremo approdo della ricerca ruffilliana, l’unica certezza in un universo che si mostra più come caos che come cosmos: la parola, “la voce che grida non parlando nel deserto / e dando nome a ciò che è assente / riplasma in lettere l’essenza” (pag. 187). Viene in mente l’exergo del Nome della rosa, “Nomina nuda tenemus” o anche il foscoliano inno alla “magia e incantesimo della parola”, pronunciato a Pavia nel 1809.
La raccolta si chiude con nove composizioni ritmate e concluse da inquietanti interrogativi, una ricerca ostinata di senso “oltre l’inganno / e l’apparenza, / oltre la finta riconoscibile / sagoma del mondo” (pag. 192). Una ricerca di luce in una realtà fluida e cangiante che sembra dissolversi. La risposta è forse – si chiede Ruffilli nell’ultimo Interrogativo – nelle onde del mare, nel mistero delle sue acque camaleontiche? (La nostalgia del mare, pag. 197). Certo è che il poeta chiude il suo viaggio in versi ribadendo l’importanza del “nominare”, della ragione che si fa linguaggio e compie la sua vittoria, “musica interiore che su da sotto sale” parla del suo scontrarsi per domarla “con la resistenza delle cose” (pag. 198). La parola “cose” sigilla quindi questa sorta di complesso e maturo poema, certamente una summa della poetica di Paolo Ruffilli, della sua originale cifra stilistica e della sua libera indagine etica, conoscitiva, linguistica ed esistenziale.
Patrizia Fazzi
“Nuova Antologia”

 

RUFFILLI, COINVOLTO E STREGATO DALL’IMPERFEZIONE DEL MONDO di Curzia Ferrari
Viaggi mentali e reali, vibrazioni materiche in transito, il montare – talora esitante – del flusso sentimentale, questo e molto altro nel nuovo libro di Paolo Ruffilli  (“Le cose del mondo” – Mondadori 2020). Nuovo, ma solo  in un certo senso: Ruffilli confessa di averlo covato in seno per almeno  quarant’anni – dunque un progetto patito e destinato a concludersi in un momento che, ahinoi, sembra fatto apposta per le meditazioni che suscita. Non essendo regolata da una forma distintiva, la poesia di Ruffilli potrebbe rappresentare  l’esempio eclatante della metapoesia, cioè dell’interrogarsi dal di dentro sulla qualità della parola più adatta a narrare l’eterno spiazzamento dell’uomo condannato a viaggiare, per infine  ritrovarsi a realizzare il programma “più perfetto / seguitare a dormire in fondo al letto.”
Il libro si compone di quattro parti, e si presenta con dei versi che lasciano poco adito all’ottimismo.Si sta sul chi vive, guardando le cose che sono ma potrebbero anche non essere. Ecco l’incipit: “La ragione ha imposto antidoto / di linee rette: orari, termini, binari. / Contro i rischi dell’ignoto.” Con stile vagamente ritmato e la  leggerezza lirica aperta alla attualità del quotidiano, l’autore si affranca dal museo poetico, esce dal cerchio dei versi : e ancora una volta si conferma tra coloro che sono capaci di incantare scorci di vita subliminali – in quanto appartengono a ognuno di noi. Tutto succede andando per la strada consumata  del percorrere, con un avvio di treno, col mettere al mondo un figlio, col rifiuto di imbalsamare le cose per garantirne la durata. Il pilota si addentra soprattutto negli oggetti della scrittura – dove la mente desiderante o rifiutante è affidata all’occhio. Gli oggetti dipendono dal nostro sguardo, ce lo insegna la grande pittura, da Chagall a Morandi, per fare due nomi fissi nella memoria. La narrazione poetica si addentra, in ultimo, nella foresta di domande che l’uomo si fa dall’età della ragione in poi, senza ottenere risposta. 
“Qual è il colore / che più tace / nell’urlo del silenzio?” Chiediamolo a Munch. Poesia e immagine camminano insieme, mai tanto lo abbiamo constatato come in questo di libro di Ruffilli dove si affrontano questioni morali come se fossero estetiche – e viceversa. Quasi a dire che nel mondo dell’imperfezione la creatività non è soggetta a scismi: tutto aspira a scuotere l’anima.
Curzia Ferrari
Giornale di Brescia, 14 maggio 2020

 

PAOLO RUFFILLI E LE COSE DEL MONDO di Alessandro Fo
Il nuovo libro che Paolo Ruffilli presenta nello «Specchio» Mondadori (Le cose del mondo,2019) è frutto di un’organica ricerca «più che quarantennale» e si presenta «come opera unitaria, come costruzione poematica», strettamente connessa, scrive il poeta (p. 5), all’intima necessità «di perlustrare il concreto mondo in cui si è venuta muovendo la mia esperienza». Ci troviamo di fronte a sei ampie scansioni, di cui la prima (Nell’atto di partire), registra l’atto costitutivo di quel «perlustrare»: l’avviarsi a un grande viaggio, che è somma di partenze e arrivi, ma in sostanza metafora di un più profondo attraversamento dell’esistenza. Insistita è l’imagerie relativa ai treni e ai non-luoghi che vi si collegano: la stazione con i suoi odori «di minestrone,/ di ferro e di vagone, di luce/ condannata al buio» (p. 25), la sala d’aspetto in cui stazionano, nulla aspettando di meglio, «gli scoraggiati, i vinti, i rassegnati» (p. 34). Più in là, straniati hotel, in cui puoi percepire gli amori oltre parete (pp. 30-31). Con l’effetto di trovarsi, nella scombinata geometria di percorsi, angoli rette e curve (p. 13), «sbattuto tra la gente, fino a che/ non te ne importa più niente di niente» (p. 33). Ne spiccano «la coscienza comunque fulminante/ della scoperta più paradossale,/ che bisogna intanto perdersi/ per potersi davvero ritrovare» (p. 16) – e il dubbio se vivere ne valga la pena (p. 35).
Reca la dedica per mia figlia la seconda sezione, Morale della favola. Il tema dell’esperienza  e della scoperta viene esteso e applicato a una persona esterna, che è già di suo un significativo frutto dell’esperienza del poeta. Persona che a sua volta affronta con una propria sensibilità (e fragilità) lo stesso percorso che il padre esplora e ricapitola a suo beneficio. L’unica «salvezza» sembra restare l’esercizio della pazienza (p. 73), e di una tenacia ispirata a una massima semplice nella formulazione, difficile da applicare: «però, se perdi, volgilo in conquista» (p. 54).
Più complesso è il ruolo che gioca nella macrostruttura la sezione La notte bianca. Azzardo: il fuoco cade sugli aspetti contraddittori del mondo. «Bianca» non è di suo la notte, ma può esserlo. Una raffica di antitesi ci attende con Ogni minima creatura (p. 85). Voltando pagina, siamo In uso di litote (86). Quindi si oppongono lentezza e velocità del tempo (p. 91), e poi La gioia e il lutto  (p. 93, ripresa del vecchio bel titolo di Marsilio, 2001), e il Sogno di non contraddizione (p. 98) – fino a che ci troviamo a leggere, del pensiero, che «è il suo invisibile sentiero/ a trascinarti di peso verso l’alto» (p. 101).
Si giunge così a quello che pare il cuore dell’intero progetto, la sezione eponima Le cose del mondo. Dopo due liriche preliminari, essa presenta la sottosezione Il nome della cosa che, aperta e chiusa da una lirica indipendente intitolata col suo primo verso (pp. 109 e 137) enumera e studia in ordine alfabetico vari oggetti, da Anello a Vocabolario. Si eleva così a dorsale architettonica quel gusto del minuto elenco asindetico che affiora anche in altre zone del libro. Si comincia col relativo durare delle cose rispetto alle persone, e tuttavia il soggiacere, anche loro, all’entropia (p. 105). Sfilano poi le epifanie, fra cui specialmente efficaci Anello; Armadio; Cartella («una stanza minima portatile e sicura/ riempita in scelta compagnia: cavallo di Troia,/ riserva di avventura, scudo e calamita/ per la fantasia», p. 118); Finestra; Lavagna (p. 123); Libro («Memoria e magazzino: […]/ Con il suo pilota/ entrato nel sommergibile che è in corsa/ per il mare dei piccoli caratteri/ sottratti alla deriva dal filo della storia», p. 125); Matita; Scarpa («il segreto della scarpa viaggia in coppia:/ cementa l’unità mentre si sdoppia», p. 132); Tacco (p. 135: chiunque abbia visto Ruffilli leggere in pubblico, riconoscerà il ruolo di questo minimo ‘accessorio’ nel surplace con cui il poeta accompagna i propri ritmi).
La stessa idea di racchiudere un elenco di ‘oggetti’ fra due  liriche indipendenti intitolate con il primo verso (pp. 141 e 170) ricorre nella successiva sezione, Atlante anatomico, che rubrica alfabeticamente parti del corpo da Ascelle a Vulva. Si intrecciano qui espressioni proverbiali variamente connesse a Cervello, Denti, Ginocchia, Labbra e così via, con subitanee accensioni di quella sensualità che spiccava in precedenti raccolte (e particolarmente in Affari di cuore, Einaudi 2011). Segnalo soprattutto Ascelle e Capelli, ma «Ogni parte del corpo chiede di essere/ stanata e nominandola scaldata/ sottratta al vuoto, ripresa e rianimata» (p. 170).
La sesta navata di questa raccolta-cattedrale è Lingua di fuoco, suddivisa  in una prima serie di sedici liriche introdotte da quella intitolata dal suo primo verso (sotto citato), e inuna seconda serie, Interrogativi, chiusa nuovamente da una poesia intitolata col suo primo verso, Il nominare chiama e, sì. La «lingua» in questione è il linguaggio, come chiarisce la prima ed eponima poesia: «Emerge su dal fondo, esonda la parola/ lingua di fuoco a rompere il silenzio/ e pronunciare netto al mondo/ ciò che aspetta ancora nell’assenza» (p. 173). Affonda le radici «nell’utero del tempo», e porta le cose in «quel tutto tuttità che è strabordante/ fuoco liquido eruttato dentro ognuna/ riplasmata e singola entità» (p. 176). L’ultima stanza «è quella, sì,/ del vuoto del silenzio» (p. 186).
Pertiene a quest’ambito una nota sugli strumenti del «fuoco» di Ruffilli. Atipiche e volutamente scalene solo la partitura melodica e l’intelaiatura sintattica. Come di consueto, Ruffilli ama alternare melodie e spezzature. Predilige endecasillabi, settenari e doppi settenari – ma nessun ritmo si lascia mai semplicemente attendere da quanto subito precede. Il poeta mantiene saldamente in pugno una regia tesa a cullare il lettore, ma in un spiazzamento sistematico. E lo stesso avviene coi periodi, spesso distesi su più versi e proiettati a icastici enjambements. Anche le rime sono amministrate con sapienza. Sono per lo più, non direi «facili», bensì usuali, «familiari», ma non senza fughe verso combinazioni più eccentriche. E intervengono senza prevedibile regolarità, secondo l’estro (e la potenziale sorpresa), come improvvise trovate imprescindibili (rotondo : profondo : mondo, p. 127), a volte anche connettendo parola interna e parola esposta (salpa : talpa, p. 127; grado: eldorado, p. 136).
Gli Interrogativi del finale sono nove vere e proprie sublimi domande sulle sfere più alte dell’essere, in forma di poesia: L’anima del mondo, il tempo e La luce… Il corsivo che chiude l’intero libro non poteva che tornare a fondere i segni e il loro oggetto e, ricamando un’ultima volta sulla «lingua di fuoco», andare a posarsi sulla parola chiave del libro: «Il nominare chiama e, sì,/ chiamando ecco che avvicina/ invita ciò che chiama a farsi essenza/ convocandolo a sé nella presenza./ È la ragione che si fa linguaggio/ volto a spiegare perfino il sentimento,/ musica interiore che su da sotto sale/ e consegnandosi all’urto materiale/ delle precipitose scaglie ondivaghe sonore/ parla nel suo scontrarsi per domarla/ con la resistenza delle cose».
Alessandro Fo
“l’immaginazione”, n. 318, lugluo-agosto 2020

 

VIAGGIO ESISTENZIALE E PERSONALE di Sergio Frigo
Ben due poeti veneti, trevigiani per la precisione - Luciano Cecchinel e Paolo Ruffilli - sono in finale al Premio Viareggio, in programma il 30 agosto nel centro della Versilia. Non è certo il caso però di parlare di scuola poetica veneta, né tantomeno trevigiana, considerato che i due poeti non potrebbero essere fra loro più diversi, per ispirazione, stile, linguaggio.
Di Cecchinel - in gara con “Da sponda a sponda”, sui suoi “pellegrinaggi” americani, abbiamo già parlato su queste pagine (il 7 aprile scorso). “Le cose del mondo” (Ed. Mondadori, € 20) di Ruffilli è invece un viaggio dentro una riflessione personale ed esistenziale in cui la realtà (fattuale, emotiva o intellettuale) è messa in costante relazione dinamica col linguaggio poetico. I suoi compagni di viaggio - considerato che la sezione “Nell'atto del partire” funge da introduzione alle altre cinque di cui è composta la raccolta – sono la percezione, l'osservazione, l'analisi, la ricerca e naturalmente la lingua, da cui scaturisce la forma dei versi, o meglio il loro risuonare: perchè la poesia di Ruffilli è – di primo acchito – soprattutto poesia che risuona, grazie a un uso accorto e originale di rime e ritmi, armonie e dissonanze, che fanno da contrappunto, guida, colonna sonora alle intuizioni del poeta, che scopre dalla visione di un treno in curva, “che la vita ci precede nel mentre stesso che rimane indietro”, alla sua esitazione nell'andare (“parto sempre solo per tornare”), alla sua propensione per l'osservazione antropologica e fenomenologica, che riconosce in “una carrozza piena e soffocante:/ gridi, spinte e puzza nelle bolge (…) lo stato inerte, sordo e delirante / di tutta quanta la nazione”.
Le altre sezioni – che raccolgono oltre 40 anni di riflessione ed elaborazione poetica – sono dedicate rispettivamente alle relazioni familiari, e in particolare al rapporto con la figlia (“Morale della favola “), alla meditazione notturna che ispira la sua ricerca sui versi (“La notte bianca”), ad un'elencazione - in rigoroso ordine alfabetico ma di esuberante creatività e ironia - di cose (sezione che dà il titolo al libro) e di parti del corpo (“Atlante anatomico”), e infine al tentativo di messa a punto di un linguaggio poetico che riesca a dare “corpo all'ombra” e “forma al fantasma” della realtà fenomenica (“Lingua di fuoco”).
La poesia di Ruffili è così convinta di sé, del proprio ruolo e dei propri mezzi, da non rifuggire il confronto con i temi dai più minuti, ordinari, domestici (in “Piccola colazione” o “Camera oscura” ad esempio) a quelli ultimi e smisurati, nell'assunzione in sé del dolore e del Male (come ne “La gioia e il lutto”, o ne “Le stanze del cielo”), adattando di volta in volta all'approccio ad essi (narrativo oppure riflessivo) la tensione e l'estensione dei versi, mobilitando le sue capacità analitiche e attivando le sue doti di rabdomante delle emozioni e di giocoliere delle parole.
Nel bilancio di questo corpo a corpo non sfugge però al poeta l'amara consapevolezza dell'impossibilità di raggiungere con le parole la concretezza delle cose, come confessa nell'ultima poesia della raccolta: “Il nominare chiama, e sì, / chiamando ecco che avvicina / invita ciò che chiama a farsi essenza / convocandolo a sé nella presenza”. Avvicina, invita, convoca, ma non cattura. Al massimo “la ragione che si fa linguaggio (…) / parla nel suo scontrarsi per domarla / con la resistenza delle cose”.
Sergio Frigo
Il Mattino/ La Tribuna/ La Nuova, 26 luglio 2020

 

RUFFILLI: TUTTE LE COSE DEL MONDO di Gabriel Gabrielli
Quaranta anni di vita e di poesia condensate in un volume: Le cose del mondo (Mondadori Editore). Non è poco, Paolo Ruffilli è consapevole della posta in gioco e avvisa il lettore alla prima pagina, prima che questi si immerga nella lettura. Lo sforzo compositivo è enorme, duecento pagine di poesie che vanno a comporre un’opera originale, da considerare e leggere come un insieme organico, per quanto articolato e complesso, disteso nel tempo ed elaborato giorno dopo giorno per decenni. Il lettore di questo volume, se già ne conosce e apprezza l’autore, arriverà all’ultima pagina e poi rileggerà e mediterà. Se invece non lo conosce, il consiglio è quello di non interrompere la lettura alle prime difficoltà: arrivato alla fine amerà o odierà, senza mezze misure, questa poesia così originale e particolare nella forma e nella sostanza. Alcuni dei temi trattati riecheggiano quelli affrontati in precedenti raccolte, alle quali idealmente questo volume si ricollega, accentuandone il carattere di riepilogo fondamentale. Trattandosi di decenni di lavoro poetico di un autore che osserva, ragiona, si interroga e scrive, la sua opera è inevitabilmente interconnessa. Questa raccolta contiene, come sempre in Ruffilli, una poesia che non è delicata, non è consolatoria, non è sentimentale, non è romantica, non è retorica. È tutto il contrario: tagliente, aspra e dura come una pietra di montagna. Non è una poesia di relazione; è introversa, riflessiva, tesa, concentrata, rapida, cerebrale, insomma è una poesia per solitari, per chi pensa il mondo e lo vive stando con un piede dentro e uno sempre fuori, in una posizione appartata che dà precisione e distacco alla visione. Si tratta di una posizione che comporta anche rinunce e difficoltà, difficile da tenere per la maggior parte di noi, ma anche di una posizione privilegiata se si vogliono capire davvero “le cose del mondo”, osservandole come sotto una lente di ingrandimento che rivela particolari che chi se ne va sicuro per strada non può notare, e forse non è nemmeno interessato a notare, perso nella rassicurante superficie delle cose. Ruffilli invece strappa il velo dipinto dell’apparenza e dell’illusione: il suo sguardo è penetrante, quasi ossessivo, non si ferma davanti a niente, scava nella realtà dell’uomo e del mondo e ce ne dà la sua visione iper-realistica, iper-dettagliata, molto vicina all’oggetto osservato; così, con questa precisione estrema, egli rivela a sé stesso e al lettore tutta la difficoltà, ambiguità, incertezza e fragilità della realtà del mondo e dell’umanità nella loro faticosa essenza. La lingua utilizzata è chiara e breve, sempre comprensibile, il lessico è sostenuto ma non oscuro, la sintassi è franta e ansiosa ma non difficile: per Ruffilli è così da sempre, il suo stile poetico è subito riconoscibile. Ma qui si tratta di poesie che, per la complessità dei temi affrontati e l’originalità del punto di vista, sono di comprensione spesso non immediata. Si tratta di testi che, dietro la brevità e la forma veloce e apparentemente semplice del verso, sono invece attentamente costruiti ed elaborati, quasi scolpiti, e perciò vanno letti con attenzione, magari riletti e anche meditati, altrimenti il lavoro di scavo che c’è dietro rischia di non essere percepito; al lettore è insomma richiesto uno sforzo di comprensione e direi anche di immedesimazione con l’autore e la sua ricerca, senza i quali si può avere l’impressione di restare come un po’ fuori della porta. Tutte le cose del mondo in un libro: l’infinita varietà dell’umano e del reale è impietosamente vivisezionata in questi versi, nei quali l’autore mette a nudo sé stesso, i suoi simili e il mondo, ma si tratta di una operazione compiuta con la pietà e la compassione di chi sa, al di là del proprio sentirsi un po’ straniero tra gli uomini, di essere comunque parte della realtà che descrive, ed è anche consapevole di non avere molte risposte da dare alle proprie domande. Un libro difficile, minuzioso, sottilmente angosciante, a tratti anche cattivo; ma allo stesso tempo alleggerito da qualche lampo di speranza, e soprattutto da una ironia che traspare continuamente dai versi, espressa in modi bizzarri ma comunque riconoscibile, e che spinge spesso al sorriso. Ironia accentuata dalle sporadiche rime, in genere negli ultimi versi, che l’autore inserisce, sembra quasi con personale divertimento, per concludere in modo fulminante e sottolineato il suo discorso ed evidenziare il carattere di sentenza delle sue poesie, emblemi immobili nella loro espressiva laconicità. Un libro non per tutti, una sfida che l’autore lancia al lettore e che vale la pena raccogliere pur nella oggettiva difficoltà della forma e della sostanza proposte, frutto di una lunga e sincera riflessione che alla fine risulta sempre illuminante e accattivante, per quanto poco consolatoria. Una raccolta fondamentale che è anche un invito a leggere le precedenti opere di Paolo Ruffilli, che non sono poche e sono molto variate, e nelle quali si ritrovano, in toni anche un po’ più distesi, molti dei temi, delle idee, delle forme, delle riflessioni, dei pensieri qui espressi.
Gabriel Gabrielli
http://www.italian-poetry.org/2020/10/16/ruffilli-tutte-le-cose-del-mondo/

 

ATTENTI ALL’INTELLETTO, È FALSO di Roberto Galaverni
La nuova raccolta di versi di Paolo Ruffilli viene in realtà da molto lontano. “Il nuovo libro”, come spiega l’autore in una breve nota anteposta a Le cose del mondo (Mondadori), “è l’esito di una lunga elaborazione, di un lavoro più che quarantennale. Ne è infatti origine e filo conduttore un progetto lontano ma rimasto sempre vivo, un progetto che risale agli ultimi anni Settanta e a cui ho tenuto fede per tutto questo tempo”. A dar retta al poeta non si tratta di una tappa tra le altre, dunque, ma di un lavoro che nel corso degli anni ha corrisposto alle sue premure più fondamentali: il rapporto tra cose e parole, il sentimento del cosiddetto “io”, l’orientamento e il senso della nostra vita.
In quest’ambito si rischia sempre di sbagliare, ma la prima impressione è che l’impegno abbia riguardato non solo la selezione e l’organizzazione del tanto materiale disponibile (l’arco cronologico a cui appartengono le poesie si estende dal 1978 al 2019), ma anche la coerenza stilistica, l’inclinazione dello sguardo, l’intonazione della voce. Non si troverà qui infatti il Ruffilli che più conosciamo: il poeta che da Piccola colazione (1987) e Camera oscura (1992) è stato riconosciuto e apprezzato per la dimestichezza coi versi brevi e per il suo peculiare racconto solfeggiato o fischiettato, una specie di cantar ragionando efficacemente equilibrato tra grazia e scaltrezza, tra astuzia e noncuranza.
Qui il verso è generalmente più lungo (tanti endecasillabi, ma anche versi più lunghi), come se il poeta, attribuendogli più peso, consistenza e, insomma, più corpo, avesse inteso conformarlo all’interesse di natura sostanziale che l’ha guidato nella composizione della raccolta. A tutta prima può apparire un fatto singolare. Contrariamente a quanto in genere avviene, infatti, Ruffilli impiega il verso breve per raccontare e quello più lungo per andare in profondità.
Le cose del mondo è suddiviso in sei sezioni che equivalgono ad altrettanti comparti tematici. La prima, Nell’atto di partire, è una specie di poemetto per stazioni che può ricordare Le stanze della funicolare di Giorgio Caproni, che per altro di Ruffilli è da sempre il riferimento più importante. La seconda, Morale della favola, con la precedente forse la più riuscita del libro, riguarda le relazioni familiari, e dunque la vita coniugale e ancor più il rapporto con la figlia (“il mistero fitto dell’educazione”). La terza, intitolata La notte bianca, è rivolta invece al motivo dell’insonnia e delle meditazioni notturne, mentre le ultime tre riguardano rispettivamente le cose (è questa la sezione eponima), le parti del corpo (Atlante anatomico) e la lingua, a cominciare da quella della poesia, ovviamente (Lingua di fuoco, con un evidente rimando dantesco).  Va solo aggiunto, a rimarcare l’architettura tematica che è di tutto il libro, che la quarta e la quinta sezione sono organizzate come un lessico per ordine alfabetico: Anello, Armadio, Astuccio, Bambola; oppure Ascelle, Bocca, Capelli, Caviglia, Cervello e avanti così.
Il cuore della poesia di Ruffilli si può forse riconoscere nella sezione notturna, lì dove le ragioni della scrittura appaiono più esposte nel momento stesso in cui cercano di rendere ragione di sé. “È un’astrazione e non un fatto, / l’oggetto di un pensiero, / figura, idea, sogno o concetto / più che un reale sentimento”, scrive ad esempio. È vero allora che la tensione , se vogliamo la drammaticità di queste poesie deriva dal fatto che intendono celebrare la precedenza della realtà fenomenica, il primato della natura e della materia, la priorità della vita e, appunto, delle cose del mondo, ma attraverso percezioni e mezzi di natura affatto mentale, astratta, artificiosa. Il padre insegna alla figlia a dare credito alla realtà, a credere nell’imprevedibilità  e nei diritti del vivente, ma di suo più che vivere pensa, riflette, si distacca convertendo tutto, croce e delizia, nei vicoli ciechi e nei cortocircuiti del pensiero. È dunque la notte bianca, è “la falsità dell’intelletto” il vero luogo e modo di questo poeta. Non le cose, il mondo, la vita, che saranno semmai il premio concesso ad altri dai suoi versi, ma la distanza, l’astrazione, i giri viziosi della mente, l’esilio nel linguaggio poetico. Non gli eventi o le persone particolari, ma l’analisi, l’indicazione di uno schema di comportamento, di un significato generale. E anzi: del significato.
E di fatto nel sottotraccia della poesia di Ruffilli si avverte come uno strano tono, un’intonazione non del tutto trasparente che forse è riconducibile a questa sua – difficile definirla diversamente – cattiva coscienza. È come se nel gioco tra cose e parole il poeta non volesse mai farsi prendere con le mani nel sacco, quando poi proprio questa specie di dissimulazione diventa il suo tratto più originale e distintivo. Come definirlo? Ironia, sarcasmo, distacco, anche un po’ di perfidia e perfino di sadismo. Non è certo un poeta falso, né la sua poesia in falsetto; ma ecco qualcosa dell’uno e dell’altro aspetto sono presenti, nel senso che vengono attivati e messi a frutto. Non si tratta dunque di un difetto, ma di un modo di far reagire la lingua, di un risultato. In sostanza, di una fisionomia poetica.
Questo poeta dà il suo meglio nella doppiezza, vale a dire quanto meno prende posizione facendosi portavoce di qualche causa buona e giusta. Non è un caso che il suo elemento qualificante sia una sintassi minuziosa, persino capziosa (spesso con giri di frase molto riusciti), nel suo rapporto di dare e avere con la misura del verso e con le tante rime collocabili giusto a metà tra malizia e saggezza. “È il pensiero che ti fa estraneo”, scrive Ruffilli. Il che a sua volta significa che è l’estraneità del pensiero a dare adito e sostanza alla sua poesia.
Roberto Galaverni
Corriere della Sera-La lettura, 23 febbraio 2020
http://www.italian-poetry.org/2020/11/30/attenti-allintelletto/

 

RUFFILLI NELLE PIEGHE MINUTE DELLA VITA di Bianca Garavelli
Ci sono due importanti ritorni in questo nuovo libro di Paolo Ruffilli: la forma poematica (già vista per esempio in La gioia e il lutto, Marsilio 2001) e la tradizione metrica. Ed è, in generale, un suo ritorno alla poesia dopo qualche anno: Variazioni sul tema (Aragno), il libro precedente, è del 2014.
L’uso sistematico della rima, baciata o meno evidente, interna, è il culmine di un percorso i cui movimenti erano già visibili in passato. L’autore stesso dichiara che il libro è l’esito di un lavoro più che quarantennale, che parte nel 1978 e si conclude nel 2019. Un lavoro rimasto sotterraneamente parallelo ad altri libri usciti nel contempo, all’insaputa dei lettori (e anche dei critici). Non è del tutto simile quindi ad altri noti “canzonieri”, in cui la vita del poeta appare rispecchiata nei versi, perché quest’ampio work in progress vede la luce in compatto qui, per la prima volta, e non è così nettamente autobiografico. È un poema in sei grandi movimenti, l’ultimo dei quali, prolungandosi in una sequenza di «Interrogativi », conferisce all’insieme un’aura di sospensione.
Le «cose» del titolo riempiono l’intera trama, in una costante indagine su una realtà capillarmente condivisa. L’articolata struttura è composta da tasselli brevi, poesie di coerente misura contenuta, quasi con lo stesso numero di versi, e di altrettanto coerente conformazione: un corpo realistico, che descrive luoghi, gesti, scelte, di un’abitudinaria quotidianità, che si chiude con un verso gnomico, di filosofica quanto sintetica riflessione. La plasticità dinamica del mondo è osservata con sguardo curioso, in una sorta di indagine discreta, che non prevede il distacco, ma il coinvolgimento totale dello sguardo e della presenza.
La prima parte riprende il tema del viaggio, caro a Ruffilli sia in poesia sia in narrativa (penso ai racconti di Preparativi per la partenza, Marsilio 2003), che si intreccia con quello del tempo, di cui siamo prigionieri eppure con qualche possibilità di fuga («la vita ci precede / nel mentre stesso che rimane indietro», scopriamo con gli occhi del poeta che osserva un treno in curva). Paradossi esistenziali di cui ci nutriamo senza accorgerci ogni giorno popolano i versi. Sembra che nel mondo vincano le cose, con la loro materica invadenza: ma la materia nasconde qualcosa di più profondo, di assai meno concreto. E in questo aspetto segreto sta la sua ragione di esistere.
L’ultima parte, dopo una traversata fra anatomia umana ed esempi di buone e cattive maniere, è un tuffo rischioso nel «vento della vita» rappresentato da ciò che va «oltre l’evidenza». E meglio di ogni altra facoltà umana insegue questo oltre la parola, capace di dare vita o morte, ponendo domande o negando risposte, soffermandosi sul mistero della coscienza, sulla possibilità di appartenere a un gruppo pur mantenendo una singolarità irripetibile.
Il linguaggio poetico di Ruffilli asseconda questo incunearsi nelle pieghe minute della vita: semplicità e limpidezza sono i tasselli di un mosaico armonioso, in cui i versi della tradizione, in prevalenza endecasillabi e novenari, si fondono in un grande canto interiorizzato. A conferma di come la sua poesia sia legata all’oggi, alla vita nei suoi lati più comuni, solo per aprire finestre sull’infinito.
Bianca Garavelli
Avvenire, 13 marzo 2020

 

VIAGGIO TRA LA LUCENTEZZA DELLE NOTTI BIANCHE E LA MEMORIA di Aldo Gerbino
L’edificio poematico in cui si costituisce, condensato in parole, l’inoppugnabile  “esito di una lunga elaborazione”  agisce in modo labirintico all’ampiezza del respiro poetico; ciò dichiara, nella nota incipitaria di “Le cose del mondo”, Paolo Ruffilli (Mondadori, p. 198, €, 20,00). Una poesia, capace di mostrarci, per volontà e sentimento, la sua base, resa ancor più solida da un collante spiralizzato per criptiche evoluzioni e restituite all’immediatezza dell’espressione, alla sua contraddittoria quiete, all’intimità della lingua. Una metamorfosi pronta a consegnare la visione del suo paesaggio semantico, dei suoni, delle pause, dei toni accordati alla liquidità del tempo e all’intensa catenaria di pubblicazioni: da “Piccola colazione”  del 1987 a “Camera oscura”  del 1992, o, per gli anni duemila, da “Natura morta” a “Variazioni sul tema”. Un cammino orientato  –  affiora dalla prima sezione di ‘Nell’atto di partire’ – ad andare dentro e oltre le cose, per comprendere, per saggiare quel vuoto «contro i rischi dell’ignoto», provando a colmarlo contro le ansie del quotidiano, del distacco, spesso aguzzo, dalle proprie concrete tangenze. Si attesta, proprio nel fuoco dell’incertezza, l’emersione di un vago imprecisato «desiderio di restare a casa» nel tentativo di impedire la dimensione pressante, se non ossessiva, dei timori, la «paura di chissà quali sviluppi» o, ancor peggio, «di non essere capace a ritornare». Si legge il percepire, nel rullo ferroso di un vagone, dello «spreco di sé nel mondo fuggendo», la dispersione della vita che annega tra piogge e grida e sonno in anonime stanze d’albergo, se non nel buio della propria camera, al confine del letto visitato da orrifiche creature pronte a ferire, padre e figlia e amici, con lo stesso vuoto, la stessa ricercata possibile pienezza. Una vana plenitudine cordis che in Paolo si dissolve e si concreta nella lucentezza di notti bianche, lungo i frantumi della memoria «gonfia di corpi inerti». Le ‘cose’ che al mondo appartengono sono «oggetto della mente», materia ricreata «dalla sua corrosa forma» alla maniera di Takis Varvitsiotis che pronuncia le cose per salvarle dalla morte. Per Paolo, allora, armadio, bambola, calze, diario, letto e libro, pettine e porta si specchiano in: «sogno dello scrigno» o in «fuoco virtuale della carne»; ora in: cicatrice; imbuto; porto; sorgente; nel flusso o nell’ignoto». Una tassonomia che fu cara a Salette Tavares, poetessa di area lusofona, con i suoi bicchieri, porte, pareti, letti, pedalini, sedie, cassetti avvinti da una “celebrazione oggettuale”  (così fu opportunamente definita da  Gillo Dorfles) in cui gli oggetti d’uso si trasformano in oggetti poetici, in pensiero. Ancor più stringente, in Ruffilli è la «voce già impressa nominandola incarnata», cioè la fabbriceria del corpo distesa nel suo ‘atlante anatomico’. Sono «magici reticoli del nome», delle ‘cose’ percepite, degli oggetti d’uso che, nell’accezione di Baratono, sono esse stesse esistenza; se per Adam Zagajewski posseggono una «pelle levigata; tesa come la tenda di un circo», per Paolo Ruffilli stanno appese nei loro traslucidi «stessi uncini», tra le pieghe stridenti della sua anima.
Aldo Gerbino
La Sicilia, 5 marzo 2020

 

IL MONDO, UN CATALOGO di Elio Grasso
Paolo Ruffilli prima di tutto ha voce interna alla fisicità del mondo, inteso come pianeta e come realtà di cui  è proprietario. E le cose designano l’azione, tutte le azioni, del vivere e dell’amare, del viaggiare in carrozza o sui treni transcontinentali, da un capo all’altro della superficie terrestre. Portandosi dietro ogni tipo di bagaglio, fisico e emotivo, taccuini e libri, matite e Lettera 32, biancheria e resti di avventure amorose. Sembrerà strano ma leggendo questo libro dal carattere “sconfinato” non si ha notizia di apparecchi digitali o interconnessioni ipertrofiche. Della traversata lungo le distanze, iniziata da Ruffilli nel 1978, sorprendono ancora le cose “analogiche” che ci stanno dentro e che hanno evoluto la mente umana fino alle soglie della rivoluzione digitale. Non so quali pulsioni si siano avvicendate nella vita del poeta perché decidesse, a un certo punto dell’esistenza, di spingersi a creare, abitare, descrivere, amare e odiare, un mondo dentro il mondo. Ma è certo che gli Affari di cuore (per citare una raccolta di pochi anni fa pubblicata da Einaudi) non sono stati solo la réclame di una poetica chiarissima fin dagli esordi, attenta alle storie, agli album di famiglia, agli “spezzoni inceneriti” (come li definiva a proposito Giovanni Raboni) della memoria, e senza mai perdere di vista la gravità della vita e delle sue ferite.
Le vecchie foto qui si sono trasformate nel lungometraggio diviso in stazioni, con inserti in bianco e nero e altrettanti flash in cinemascope. Perché dentro al viaggio, durato quarant’anni, le cose si succedono come sabbia e sassi rotolanti non proprio innocui. Nella trafila dei secoli, sodali, amanti e nemici s’infoltiscono, e Ruffilli li fa ampiamente coabitare nel folto del suo lavoro. Senza privarli di agili ironie, e scandagliando i corpi nella loro intima struttura. Gambe, testa, torso, genitali, le anatomie costituiscono materia sentimentale e riconoscimento di cicatrici mal curate. Una moltitudine le divagazioni lungo le duecento pagine di questo atlante mnemonico e geografico, temporale e mobilitante l’esercizio acuto di uno stile rivendicato fin dai tempi di Piccola colazione (Garzanti, 1978). Come nella traduzione delle poesie di Pasternak, tesa a conservarne l’inusitato spazio, Ruffilli in Le cose del mondo non ha fretta di disbrigare pratiche consuete, né di catalogare i soliti giuramenti epocali in materia d’amore o di politica, né di rincorrere affreschi storici. Non usa mezzi postmoderni, ma treni e carrozze ancora sferraglianti, fisionomie originali e, per così dire, urbanizzazioni d’intere famiglie nelle loro genealogie psichiche. In pratica, nessuna scorciatoia esistenziale, ma un’ineludibile schiettezza a tratti anche civettuola.
Non soltanto l’amabile canzoniere di una vita, scritto in parallelo a svariate esperienze poetiche, che qualcuno potrebbe definire addirittura frivolo, ma la visione estetica di un mondo abitato in ogni angolo, da civiltà e irrispettosi capipopolo, in cui le invenzioni stilistiche fanno coppia alla consueta vanità del tempo che, per dirla tutta, non riesce a avere la meglio sul poeta. Non si tratta di aver ragione, ma per Ruffilli risolutezza e faziosità (non facile quando ci si assume il compito d’inseguire le acrobazie decennali della poesia) hanno contribuito all’esito felice dell’opera. Dopo crisi e rilanci, supremazie editoriali e di quartiere, infine il sistema, l’intreccio, è stato svolto: occorre seguire gli indizi e le piste stradali e ferroviarie tracciate nella visione di un viaggio mondiale che in fondo, senza darlo troppo a vedere, è amnioticamente autobiografico.
Elio Grasso
https://www.pulplibri.it/il-mondo-un-catalogo/

 

IL RITORNO ALLE “COSE” IN RUFFILLI di Giuliano Ladolfi
Leggere una raccolta di poesie di Paolo Ruffilli è sempre un’avventura intellettuale e umana. Se confesso di provare questa emozione fin da quando mi sono dedicato alle sue prime composizioni, il testo Le cose del mondo (Milano, Mondadori, 2020) mi ha letteralmente avvinto, perché ho interpretato il titolo stesso in linea con la proposta interpretativa che da anni perseguo teoricamente mediante approfondimenti epistemologici e praticamente nel lavoro critico e nella direzione della rivista «Atelier», giunta al venticinquesimo anno di vita e al numero 100. Non è affatto un caso che, nel pubblicare in cinque tomi gli studi compiuti sulla poesia novecentesca e contemporanea, abbia posto come titolo: La poesia del Novecento: dalla fuga alla ricerca della realtà. La mia lettura dell’opera di Ruffilli segue proprio una simile impostazione che richiede, pertanto, un’annotazione preliminare. Alla fine dell’Ottocento, secondo George Steiner, è stato infranto il “patto” tradizionale tra parola (tra arte) e realtà. La relazione tra logos e cosmos non era mai stato fondamentalmente negato neppure dalle filosofie scettiche o nominaliste sia pure come convenzionale e sociale. Dopo Mallarmé la lingua dialoga solo con se stessa. Un tale divorzio nel Novecento ha prodotto due filoni diversi nell’impostazione, ma identici nell’esito: lo sperimentalismo avanguardista, che lavora sulla lingua, e l’Ermetismo che si propone di raggiungere Idee Madri fuori dal tempo e dallo spazio. In ambedue i casi ci si allontana dalla realtà. Non tutta la poesia italiana del secolo scorso può essere catalogata sotto queste due correnti poetiche (da me comprese nell’indicazione “secondo Decadentismo” o “novecento” con la “n” minuscola), ma gli autori che cercarono altre vie (l’antinovecento) non riuscirono a ristabilire il contatto tra parola e mondo perché occorreva rielaborare il problema negli elementi fondanti: si limitavano ad aspetti tecnici, come il linguaggio o la struttura metrica o il rapporto con la tradizione. Mario Luzi, invece, si è immerso profondamente nella questione: ha prodotto un vero e proprio “reincanto” dei valori della scrittura in versi compiendo un’impresa titanica in un cammino pressoché solitario.  La raccolta di Ruffilli nella sua struttura sembra rielaborare in chiave personale proprio questo percorso della poesia italiana, come suggerisce la struttura del testo ripartito nelle seguenti sezioni: Nell’atto di partireMorale della favolaLa notte biancaLe cose del mondoAtlante anatomicoLingua di fuoco.  La presentazione dell’autore chiarisce che «questo nuovo libro […] è l’esito di una lunga elaborazione, di un lavoro quarantennale. […] L’idea è legata a un [suo] desiderio a una [sua] precisa necessità, e cioè quella di perlustrare il concreto mondo in cui si è venuta muovendo la [sua] esperienza in un gioco di continui rimandi e rispondenze tra io e realtà esterna attraverso la pratica del linguaggio». Nel concetto di “esperienza” lo scrittore comprende senz’altro il suo lavoro di studioso, di lettore, di critico letterario, oltre che di poeta. La conoscenza del dibattito in seno alla cultura italiana lo ha indotto a compiere questo “viaggio”, che può essere interpretato – ripeto – come emblema di un percorso generale. La prima sezione Nell’atto di partire è veramente affascinante. La lirica iniziale focalizza le parole-chiave: viaggio, vuoto, imprevisto, ignoto. L’autore, nel momento del muoversi verso un obiettivo ignoto, si concentra sull’incertezza di un futuro determinato dalla mancanza di una bussola, di un itinerario, di una meta, come il “viaggiatore cerimonioso” di Caproni («Partito senza mete, solo per partire / di fronte all’infinito»). È la condizione dell’uomo moderno che, avendo perso i punti di riferimento esistenziali, non sa più chi è, perché vive né perché esiste il mondo, come il pastore errante leopardiano. E allora si mette in cammino, come Montale, lungo una “muraglia / che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia»: l’homo viator. Le prime esperienze sono deludenti: il movimento del treno rispetto alle cose «fa presenti a un tratto le ignote e le distanti / rendendo le vicine subito vacanti»; il disagio produce un’immediata tentazione alla sconfitta, «seguitare a dormire in fondo al letto». Eppure, tra sbalzi, virate e frenate, la carrozza si muove in una casualità assoluta, con incontri fugaci che tuttavia cambiano l’autore, anche «contro ogni [sua] voglia». Una simile situazione causa nell’io lirico una sensazione di estraneità («mi sveglio / credendo di non essermi svegliato») che lo induce a ripiegarsi su se stesso, perché il distacco della parola dalla realtà genera inevitabilmente un manque-à- être, un senso di vuoto («Stazioni e bar, luoghi di scambio / dispersi dentro il vuoto»), un decadente senso di sconfitta che coinvolge il personaggio letterario, determinandone l’«incertezza del[lo] stato» e una sensazione «di condanna». Il rapporto con la poesia di fine Ottocento e inizio Novecento, che interpreto come stazione di partenza e come luogo di transito, è percepibile anche nell’allusione a Guido Gozzano («Con un odore espanso, denso / e granuloso, di vita chiusa») che considero come il poeta di passaggio dal primo al secondo Decadentismo. Altra analogia va riscontrata nel senso di estraneità al mondo reale da parte di chi dal finestrino osserva «la successione di cose e di persone», come Tonio Kröger, l’uomo senza qualità di Musil o l’inetto di Svevo («gli scoraggiati, i vinti, i rassegnati…»), con la conseguente paura della dissoluzione dell’io e la conseguente crisi gnoseologica, tipica di tanta filosofia del Novecento («Che il mondo, allora, stia nascosto / sotto la sua ombra e il suo riflesso?»). In un simile turbinio di sensazioni, in una tal “liquidità” gnoseologica («non c’è più il filo a cui annodare / la mia storia», come Montale), pratica ed esistenziale, assistiamo a uno scontro tra la realtà esterna e quella interna, tra il movimento e la staticità, tra il desiderio e l’agire, tra il sogno e il risveglio, tra il partire e il restare (essere fermi su un veicolo in movimento). In questo contrasto dinamico gli elementi si scambiano i ruoli emotivi di attrattiva e di ripulsa, emblema del perpetuo e insolubile rapporto tra essere e divenire. «Il senso del mondo dev’essere fuori di esso. Nel mondo tutto è come è, e tutto avviene come avviene; non v’è in esso alcun valore – né, se vi fosse, avrebbe un valore. Se un valore che ha valore v’è, dev’esser fuori d’ogni avvenire ed essere» così ammoniva Wittgenstein negli Anni Venti del secolo scorso. Ma una simile consapevolezza non appaga il desiderio umano che vuole vivere l’esistenza in pienezza («Nella felicità ci sfiora il tempo»), senza l’anticipata soggezione all’angoscia della morte («sostanze / in decomposizione, un alito di morte») e il conseguente rifugio nell’illusione.  La prima sezione rappresenta il clima culturale europeo dalla fine dell’Ottocento agli Anni Settanta, alle soglie di quella che chiamo “Età Globalizzata” che nella caduta del comunismo sovietico ha trovato la sua più chiara manifestazione. Nella seconda parte il poeta approda a una “stazione”: la nascita della figlia, circostanza che lo costringe a confrontarsi con una realtà “relazionale” («Che tu sostenga il falso / sapendo benissimo di farlo / a tuo vantaggio […] ricorrendo alla bugia»), imponendogli un rifiuto della retorica per inoltrarlo sulla strada dell’autenticità, nonostante il “buio intellettuale” («il venir meno / dell’appoggio diretto della luce») e la fragilità di ogni contatto, che, comunque, lo aiuta a superare la solitudine gnoseologica ed esistenziale («È il ponte incerto che mi hai gettato incontro / per superare il vuoto»; «Si scopre presto, ognuno per suo conto, / il bisogno di stare in mezzo ai propri eguali»). Conseguentemente l’atmosfera diventa più personale e più concreta: la metafora del viaggio trova una pausa nel mondo familiare e nelle vicissitudini che costellano l’esistenza quotidiana mediante la rappresentazione di episodi, l’inserimento di consigli e di insegnamenti, che mai scadono nella pedanteria didascalica, ma assumono piuttosto un carattere confidenziale. Troviamo anche un breve dialogo: «Ma tu, papà, mi ami?» e la ricerca di attribuire un senso alla vita inizia a prospettare un barlume di speranza. La figlia è “altro” rispetto al mondo precedente incentrato sull’io. La realtà si rivela ribelle a ogni tentativo di dominio, di manipolazione a fini interpretativi, di inglobazione («Dai ordini al mondo che, invece, / non ci sente e fa a suo modo»). Non c’è spazio per l’elaborazione mentale «sulle rotte dell’immaginazione». La stessa figura paterna subisce un processo di demitizzazione («Come eroe, lo sai, mi sono / defilato»). La precedente paralisi gnoseologica si tramuta in saggezza esperienziale, non priva di momenti di sconforto («Che cosa può insegnarti l’esperienza?»; «Ma te ne penti, di ritrovarti prigioniera / dei soldi e del successo della tua carriera», «fidando di pestare intanto il vuoto / per non dimenticarti di aprire le tue porte / sul mistero della vita e della morte»), in momenti di conquista umana («[…] Perché / sta nel segreto e nel nascosto, / mai a vista, la molla della vita, / la ricerca, la scoperta e la conquista»), che nell’amore rintracciano il significato esistenziale: «Prima o poi arriva anche per te il furore / e come il fiume in piena / invade tutto e trascina nell’amore». Se per il poeta il mondo «allora / era un grandissimo mistero / che entusiasta volev[a] a tutti i costi / attraversandolo studiare», ora egli ha capito di non essere «il figlio / principe di un regno pressoché assoluto», ma di aver incontrato la “rugosa” realtà proprio mediante l’esperienza responsabile della paternità («[…] ero diventato sostegno e protezione, / io, tuo padre, portato ormai a fare da misura / e segno, perfino, a te di direzione»). Ruffilli, quindi, ha raggiunto un’importante “stazione” durante il suo viaggio e proprio il rapporto con la figlia lo inserisce nel contatto con la realtà. Notiamo – e proprio qui sta l’essenza della poesia –  che l’autore consegue questo obiettivo non intellettualmente, non suggestionato dal pensiero di questo o di quest’altro filosofo, ma all’interno di una ricerca personale che ha coinvolto la totalità della sua persona: relazionarsi con un altro-da-sé comprende anche la sfera intellettuale, non solo quella emotiva e pratica, per cui nella terza sezione lo scrittore si trova nelle condizioni di ricercare il significato di altre fondamentali questioni: la natura umana, la memoria, «le falsità dell’intelletto», «ogni minima creatura», la contraddizione del reale, la tentazione del sogno, il pensiero, il “guazzabuglio” interiore, l’attesa, il tempo, l’universo, la gioia e il lutto («precipitato, tutto, nell’imbuto / nel cieco vaso che posa / tra le braccia del suo buio»), il momento, la felicità, la violenza, l’osservazione, il sogno della coerenza, l’aspirazione al trascendente. Si tratta unicamente di indagini, mai di conquiste, ma il tono è completamente cambiato, perché l’autore accetta il limite, il mistero, il buio, il vuoto: “Io, partito debole e incerto sui bersagli / senza vera meta e senza una ragione, / capace invece contro la mia attesa / di trarre l’energia dal vuoto e dal dolore / […] / diventato con sorpresa (strana, mi dico, / la mia sorte) via via più forte per la vita / avanzando e avvicinandomi alla morte”. L’obiettivo di cambiare il mondo è stato modificato nell’obiettivo di cambiare se stessi e in questo egli testimonia di esserci riuscito. Qui lo stile si rarefà, si infittiscono i termini astratti in consonanza con le tematiche trattate; viene accentuato il lirismo, sempre sostenuto dal vigore di uno stile che mai indulge al sentimentalismo. La quarta parte, Le cose del mondo, e la successiva, Atlante anatomico, sono dedicate agli oggetti e alle parti del corpo.  «Eccolo, il nome della cosa / l’oggetto della mente / […] / precipitato nell’imbuto dell’immaginato». In questi versi Ruffilli ripropone uno dei problemi più discussi e mai risolti della filosofia: il rapporto tra mente che conosce e oggetto conosciuto. I versi citati alludono al titolo del celebre romanzo di Umberto Eco, Il nome della rosa, il quale risolve il problema secondo l’impostazione nominalista: «Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus». Ma, come si è chiarito, al poeta interessa un altro tipo di rapporto, un rapporto concreto, con l’anello, l’armadio, l’astuccio, la bambola, con le cose quotidiane, il cui elenco alfabetico si conclude con il vocabolario. Similmente dalle ascelle e dalla bocca si compie un percorso fino al ventre e alla vulva. Gli oggetti non vengono colti unicamente nelle loro caratteristiche fisiche, ma soprattutto in rapporto con la persona e quindi nel loro uso, nella loro struttura, forma, simbolo, orizzonte di attese e si prestano così alla delineazione di molteplici valori. In questo modo non sono considerati soltanto più come “cose”, ma colte nel loro significato, in una proiezione emotiva e sentimentale, fonte di timore e di felicità, sogno e realizzazione: «Fragile, freddo, cupo, colmo, trasparente / fonte di pace e di ristoro, schermo e / diga al niente» (Bicchiere). Il poeta, dunque, lascia trasparire un messaggio: è l’uomo che dà forma e senso alle cose mediante la relazione che le trasforma in universo di simboli che incessantemente dialogano e arricchiscono i suoi strumenti di ricerca. Il mondo allora è parola, sentimento, fonte di gioia e di sofferenza, quesito, limite e orizzonte di ricerca.  I singoli testi seguono una struttura abbastanza uniforme: definizione, associazioni di immagini, clausola originale e illuminante («Memoria e magazzino: la sorgente, / nel cuore della vita, il laccio e / uncino, il continente che addita a ruota / il divieto e la licenza, amore e disamore, / gioia e rimpianto […] / [..] in corsa / per il mare dei piccoli caratteri / sottratti alla deriva dal filo della storia», Libro). Ogni composizione è condotta con sagacia, inventiva e creatività al punto che ogni verso causa nel lettore un moto di stupore di fronte all’abilità dell’autore nel conferire aspetto poetico alla quotidianità. Personalmente in questa sezione avverto l’eco di Giambattista Marino (“il poeta dei cinque sensi”) e dei marinisti come Gian Francesco Maia Materdona: «Animato rumor, tromba vagante, / che solo per ferir talor ti posi, / turbamento de l’ombre e de’ riposi, / fremito alato e mormorio volante» (Ad una zanzara), soprattutto nell’uso cospicuo degli aggettivi («Piena, ridente, amara, chiusa, cucita o asciutta…» Bocca) e di metafore, nelle brevi espressioni argute ad effetto, nelle definizioni che si compenetrano, si completano, si accavallano, si assestano su valori semantici diversi. Ruffilli persegue forse la “meraviglia”? Scorrendo queste due sezioni la tentazione di una risposta affermativa si affaccia alla mente: del resto, la cultura barocca testimonia l’identica crisi culturale che stiamo ancora vivendo e il parallelo tra lo sperimentalismo poetico secentesco con quello novecentesco è ampiamente documentabile. Se però collochiamo queste composizioni all’interno della struttura della raccolta l’angolatura interpretativa muta: non si tratta unicamente di un compiacimento letterario, ma di una ricerca che dalla fuga dalla realtà giunge al cuore del mondo e il lussureggiante stile diventa il segno di un’artistica presa di possesso di una realtà sempre sfuggente, mutevole e pluriprospettica.  Stessa disposizione viene riservata «in relazione al corpo» all’Atlante del corpo.  In seguito lo scrittore si immerge all’interno della parola, Lingua di fuoco: allusione alla Pentecoste, quando lo Spirito Santo divenne parola di salvezza per l’intera umanità, come afferma Alessandro Manzoni («E ne’ tuoi labbri il fonte / Della parola aprì», La Pentecoste): «Ecco che di colpo riesco a dare / corpo all’ombra, si stacca la parola / dal groviglio e dà forma al fantasma / figlio del sogno». Ruffilli, dopo aver raggiunto le cose, si accorge di aver conseguito questo risultato grazie a una parola “che dice il mondo” e che non dice più soltanto “se stessa”, come avveniva nel Novecento. Al risultato non è estranea la lezione del grande Mario Luzi («Vola alta, parola»). «Dalla melma primordiale», dal caos, dal Big Bang, ecco un’«improvvisa fioritura / frutto gravido di idee al mondo»; «Poche semplici uniche parole / solo strettamente necessarie / secche scorticate nel loro lividore» (poetica che a stento combacia con le sezioni precedenti).  E la ricerca-viaggio giunge alla meta: «l’enigma si disvela nel linguaggio», nella parola in cui si racchiude in presenza misteriosa, quasi per “contrazione” cusana la realtà, dove anche il silenzio si rivela: «L’ultima stanza è quella, sì, / del  vuoto, del silenzio, del tutto / che è conficcato dentro al niente». E proprio «dal silenzio … viene la chiamata», «[…] la voce / […] riconsegnando il peso / forma contorni e consistenza / all’essere esistente». Il viaggio dello scrittore è compiuto: dalla crisi gnoseologica giunge alla conquista di una parola che “dice il mondo”, di una poesia che si fa canto di un cammino della nostra cultura, di un’aspirazione presente nell’animo di tutti gli uomini. Il testo è denso di interrogativi e di sfaccettature e si presta a molteplici letture, generali e particolari, non sempre lineari come non è lineare l’essere umano. È un libro che induce a pensare: le continue aperture di senso non lasciano indifferenti e suscitano prese di posizioni. A tale fine concorda anche lo stile limpido, preciso, a tratti esuberante, sempre usato con perizia in un tono medio colloquiale per mezzo di un sicuro possesso del lessico: un vero e proprio modello di lingua poetica. La versificazione offrirebbe poi l’occasione per un trattato a parte: il ritmo fluido e armonioso si rincorre nelle diverse strofe, fondamentalmente strutturate intorno all’endecasillabo; non mancano novenari o soluzioni più ampie, sempre rigorosamente in accordo con il metro di base. Le rime sono disposte con estrema libertà: in fine, in mezzo al verso, in funzione di conclusione della singola composizione, anche alternate (Fermi da tempo, già, fuori stazione). Stupefacenti poi sono i fulmina in clausula che ricordano Marziale («Scoprendo che la vita ci precede / nel mentre stesso che rimane indietro»). La felicitas scribendi di Ruffilli dovrebbe diventare un testo di studio per i milioni di “acapisti” che intasano gli slam poetry, i festival e internet e che pretendono di aver scritto un capolavoro non appena hanno infilzato qualche metafora astrusa o qualche parolina inzuccherata. Egli ha pubblicato l’opera dopo «un lavoro più che quarantennale». L’eccellenza è figlia del talento, dello studio e del tempo.
Giuliano Ladolfi
http://www.italian-poetry.org/2020/11/06/il-ritorno-alle-cose/

 

LE COSE DEL MONDO NEL CUORE MISTICO E SEGRETO DELLA VITA di Paolo Lagazzi
Da molti anni Paolo Ruffilli osserva, sonda, sfiora, interroga il mistero dell’universo in svariatissimi (quasi infiniti) modi. Nei suoi numerosi libri in versi e in prosa il desiderio di assaporare con semplicità e gioia la vita non frena mai il bisogno di esplorarla nelle sue vertiginose e tormentose aporie, nel recto e nel verso dei suoi ardui paradossi, nelle prospettive smisurate del suo darsi e sottrarsi. Questa sete di conoscere in profondità ciò che splende, s’oscura e sfugge ha sempre più iniettato nelle parole leggere, curvilinee, danzanti di questo originale poeta un intenso, serrato pathos filosofico. Ciò non significa affatto che la lirica di Ruffilli si sia mai raggelata entro specchi mentali. Un fuoco segreto, sottile e persistente come l’argento vivo degli antichi alchimisti ha sempre continuato a circolare nelle vene della sua scrittura, e vibra ancora, mobile come una linfa refrattaria alla morsa dei concetti, nelle acute esplorazioni in versi della sua ultima raccolta, “Le cose del mondo”.
In una poesia di questo libro Ruffilli ci confessa di sentirsi ormai completamente esposto al sentimento del “tardi”, cioè del tempo vitale che sta per scadere: questo sentimento, però, non genera in lui un senso di angosciosa debolezza ma una specie di forza reattiva, qualcosa come un taglio duramente inciso nelle fibre dello spirito, capace di generare un fiotto liquido di pensieri lucidi, puntuti, cruciali.
Idealmente simile a una “summa” rinascimentale del sapere, cresciuto attraverso una lentissima, caparbia, quarantennale distillazione poetica e filosofica di sensazioni, visioni, emozioni e idee, questo libro (dedicato dall’autore anzitutto a sua figlia) ci offre in sostanza tre grandi prospettive di riflessione: un’“invitation au voyage” di sapore esistenziale e simbolico; una messa a fuoco di carattere fenomenologico degli oggetti quotidiani d’uso più comune e delle parti fondamentali del nostro corpo; un confronto incisivo con la natura ambigua, chimerica del linguaggio verbale.
La prima arcata del libro, concepita dal poeta come una sorta di resoconto delle sue tante esperienze da viaggiatore, ci ricorda il nostro essere (per dirla con Heidegger) gettati in un’avventura – la vita – di cui non sappiamo mai intuire la vera meta, forse perché non esiste (“più si va e meno si trova / e non si arriva da nessuna parte”). Forse la sola, autentica speranza è per noi il movimento stesso, perché muovendoci respiriamo, ci liberiamo dall’apatia, ci riscopriamo ogni volta diversi?
Non sempre il moto rigenera. A volte, correndo su un treno, ci assale il dubbio che il mondo che intravediamo “pullulare” dai finestrini sia un fantasma fatto di niente. In quei momenti il compito primo che ci attende è reimparare a “vedere” il mondo sospendendo ogni giudizio su di esso, abbandonandoci con stupore e attenzione alle sue pieghe, alle sue forme, alle sue linee, ai suoi riflessi, ai suoi pieni e ai suoi vuoti. Nella parte centrale del libro Ruffilli, indossati i panni di un allievo di Husserl o di Merleau-Ponty, perlustra dapprima oggetti come la scarpa, l’armadio, la sedia e gli occhiali, poi organi o parti del corpo come i denti, i capelli, le labbra, la schiena. Ognuna di queste “cose”, osservata con l’umiltà e il rigore di chi sa che non si finisce mai di riscoprire tutti i fili dell’esistenza, si rivela un nodo di potenzialità, un fulcro di ipotesi vitali, una cavità vibrante di innumerevoli significati.
L’ultima parte del libro, però, ci ricorda quanto sia difficile “dar conto di una realtà molteplice / stratificata, ibrida, contraddittoria” con un linguaggio limpido e giusto. Le parole tentano di ricondurre a un ordine le cose, cercano di stringerle nel “gelido potere” dei loro suoni, ma le cose recalcitrano, s’inarcano, s’impuntano… Solo quando sono sciolte dal “laccio” della mente discriminante, solo quando sanno dialogare col silenzio, col mistero o col vuoto, le parole possono, d’improvviso, rivelare il “volto vero” del mondo.
Evocando l’odissea dei linguaggio in bilico tra il senso comune e il senso profondo (l’”altrove” del senso, l’indicibile), Ruffilli allude al suo stesso percorso poetico e al lato taoista della sua mente. “È dal silenzio che viene la chiamata”: solo spingendosi attraverso e oltre il rumore della realtà fino all’”ultima stanza” – fino a quel bordo del pensabile in cui l’unica “cosa” è l’assenza – la parola può ritrovare le sue vere radici, la filosofia in versi può riconoscersi poesia.
Paolo Lagazzi
Gazzetta di Parma, 24 marzo 2020

 

CORPO A CORPO COL MONDO di Guido Monti
Paolo Ruffilli con Le cose del mondo (Mondadori) ci lascia un’opera rilevantissima, composta come dice l’autore in nota, nell’arco di quarant’anni e che, a ragione, potrebbe essere definita un canzoniere della modernità per le sue varietà contenutistica, complessità linguistica, capacità di saper penetrare i vari piani dell’esistere. I versi del libro difatti si misurano in un corpo a corpo con quella che è la minuta storia e rivelano di essa quei movimenti interni fatti di luci, ombre, inaspettate folgorazioni; la grande storia invece, quella che sembra da sempre muovere e indirizzare il mondo, non ha come d’incanto in queste pagine più cittadinanza.
L’attacco della prima sezione, dal taglio quasi cinematografico intitolata, Nell’atto di partire, è fulminante per forza d’immagini alimentate: un ipotetico viaggiatore su un ipotetico treno, vede sfilare dal finestrino il variegato mondo di fuori cosicché egli riesce, attraverso la suggestione della visione, a immaginare e annotare una realtà molteplice. Vi è nel libro questo continuo misurarsi dell’autore e del suo intelletto con i dati dell’esistenza sempre mutevoli che paiono da dietro il vetro in corsa, domandandogli audizione, interpretazione: «Dalla discesa della nostra corsa / rallentata, un qualche interno: / il letto sfatto, un bagno e la cucina. / … / Dalla vetrata aperta sul terrazzo / qualcuno che tenta di sottrarsi e / che si stende in fretta sul divano / … / la mano senza presa tra le tende al vento. / ...».
E qui è la forza di Ruffilli, riportare storie dalla pura osservazione dell’attimo, non concedersi mai ad astrazioni, rimanere sempre appeso al filo del vissuto, da quello semmai sempre ripartire, per poter parlare di emozione, miseria, esaltazione, paura, umiltà, eroicità; parole che potrebbero risultare nella loro accezione vuote e astratte, prive di mordente, se non vi fosse questa traboccante esperienza a sorreggerle.
E nell’esperire, provare il mondo, il poeta ci ha dato una prova magistrale, seppur non attraverso il mero e scontato travaso autobiografico; certo la parola dell’autore tocca le relazioni anche personali con il variegato ventaglio di emozioni a corollario, facendone però dei movimenti dello spirito, degli spartiti lirici che camminano sulla pagina e per questo si staccano dal mero personalismo divenendo specchio per tutti noi: «Come eroe, lo sai, mi sono / defilato: non ho la faccia / per sostenere il ruolo, timido e / impacciato,… / Ma non importa che io sia perfetto / e onnipotente, allora non avrei / davvero niente da suggerirti / e non sarei presente come invece / spero di restare,… / …».
Nel libro corre parallela naturalmente, anche la riflessione irrinunciabile sulla parola, quella che certo ragiona sul mondo, ma anche su sé stessa, sulla sua capacità evocativa, ed ecco allora che l’autore da linguista di rilievo che è, formatosi su Heilmann, Barthes, Chomsky, ci fa intendere che il mondo esiste solo se nominato e quale parola, più di quella poetica, ha questa capacità?: «Fatale è il gelido potere che la parola / ha in sé, più nuda e più crudele / di qualsiasi altra cosa in bene e in male. / …».
Ma occorre sapere evocare e mi viene in mente a proposito di linguisti, il Saussure segreto, quello che parlava degli anagrammi, le parole sotto le parole, e difatti quella di Ruffilli in qualche modo è una parola che dicendo un poco cela e celando un poco svela, che è il carattere proprio della più autentica poesia.
Tutto attraverso la nominazione dall’esistenza informe prende consistenza e nella sezione Le cose del mondo, una serie di manufatti umani, proprio perché nominati e ripescati dall’indistinto, assumono una funzione, rivelando il loro proprio. Ecco allora la capacità identitaria ma anche evocativa di questa parola, che tutto al suo interno è capace di ricomprendere; questo anche nel capitolo Atlante anatomico, dove appunto le parti del corpo vengono come sezionate, pronte ognuna dal particolare della propria funzione a riportarci a un’idea più generale della variegata storia dell’uomo. Prendiamo la «Schiena»: «Portarci su qualcuno di inatteso / scroccone sfruttatore parassita / … / Voltarla per fuggirsene senza respiro / lasciando qualcun altro al suo destino / ... / Metterci in groppa… / un figlio o un nipotino da portare in giro / o l’amante da gettare sopra al letto».
Ma il poeta, per poter dire davvero, deve anche avere talento nel fare assonare le parole; assonanza, massima in questo libro, come capacità più generale della parola di riprendere e rincorrere l’altra sopravanzandola, talvolta inglobandola, aprendone talvolta nuovi orizzonti di significato; la musicalità linguistica nel verso quindi come strumento sapienziale che concorre al discoprimento delle ragioni più nascoste del vivere di ognuno di noi.
Paolo Ruffilli nel suo corpo a corpo, non solo figurato, col mondo, ha dato prova di aver raggiunto con questa raccolta, un esito tra i più alti, un apice artistico.
Guido Monti
Azione, lunedì 26 ottobre 2020
https://www.azione.ch/cultura/dettaglio/articolo/corpo-a-corpo-col-mondo.html

 

“LE COSE DEL MONDO”: UN VIAGGIO NELLA PROPRIA CAMERA di Sandro Naglia
In un suo celebre dipinto Giorgio De Chirico rappresenta Il ritorno di Ulisse con l’eroe acheo che naviga solitario su una piccola imbarcazione, in una sorta di tappeto d’acqua disteso sul pavimento di una normalissima camera. Una sedia e una poltrona accostati alle pareti laterali; un armadio in fondo, accanto al quale vi è una porta semiaperta; appeso sulla parete sinistra, un quadro dello stesso De Chirico; a destra una finestra che si apre su un paesaggio arcaico che pure potrebbe essere lo sfondo di un’opera del Pictor Optimus. D’altro canto, nel 1794 Xavier De Maistre aveva pubblicato un Voyage autour de ma chambre in cui l’esplorazione della propria quotidianità apriva le porte a una riflessione sulla propria vita, le proprie esperienze, la propria personalità. Anche Le cose del mondo di Paolo Ruffilli è in un certo senso un viaggio nella propria camera, lì dove l’osservazione di se stessi e del mondo circostante spalanca l’infinito. È un’opera unitaria, composta — a mo’ di work in progress — a partire dal 1978: un percorso esistenziale in versi, quindi, dove la metafora del viaggio è predominante e declinata in diverse maniere. La sezione iniziale si intitola, quasi programmaticamente, Nell’atto di partire. Le esitazioni, «i rischi dell’ignoto», la «paura di chi sa quali sviluppi, / di non essere capace a ritornare»… eppure «È il movimento a darci in dote la speranza / mettendo in relazione noi stessi con le cose», «La coscienza comunque fulminante / della scoperta più paradossale, / che bisogna intanto perdersi / per potersi davvero ritrovare». Se è vero, come dicono i celebri versi di Edmond Haraucourt citati quasi letteralmente in una delle poesie, che partir, c’est mourir un peu — come pure che ci si possa ritrovare cambiati proprio malgrado, o che la mèta alfine raggiunta possa rivelarsi deludente — tuttavia il viaggio è necessario: la vita nel suo fluire comporta inevitabilmente un’evoluzione, che non sempre è facile accettare. E viaggio è anche l’esperienza di dar vita a una creatura e di doverla accompagnare nel suo apprendere il mondo, tra responsabilità materiali e riflessi (talvolta insidiosi) nello specchio della propria esperienza vissuta. Con il senso di stupore per il nuovo ruolo esistenziale che ci si ritrova ad affrontare: tutto questo è molto ben rappresentato nella seconda sezione della silloge, Morale della favola, dedicata alla figlia dell’autore. Ma è nell’ultima parte di questa stessa sezione che lo sguardo si allarga al mondo circostante, quel mondo nel quale la figlia dovrà prima o poi avventurarsi contando sulle proprie forze: e dalla rassegna di valori e disvalori da fronteggiare, di scelte che la giovane dovrà iniziare a operare, la riflessione passa (nella sezione seguente, La notte bianca) a un sentire appunto più “notturno” dell’autore riguardo alla vita. Perché, come aveva confidato poc’anzi, «Dico che niente proprio mi spaventa, / ma in fondo al cuore conosco la paura»; e tuttavia, nel confronto col «girone di miseria e di splendore», dove in maniera disorientante la «coerenza del reale» viene superata dalla «contraddizione dentro l’unità», sembra risuonare infine, sempre positivamente, quello che in alcuni ambiti religiosi costituisce una sorta di super-comandamento: e sceglierai la vita. E da questa vittoria della vita — «senza previsione e senza meta / diventato con sorpresa (strana, mi dico, / la mia sorte) via via più forte per la vita / avanzando e avvicinandomi alla morte» — scaturisce anche l’esperienza di quel trascendente che, nominato, compare nelle ultime poesie della sezione. Ma la vita è anche — soprattutto? — affrontare il quotidiano, così non a caso dalle vette del trascendente si ritorna nella propria camera, a osservare Le cose del mondo con uno sguardo nuovo, e l’ampia sezione che dà il nome a tutta la silloge stila un elenco alfabetico di oggetti che normalmente ci circondano, “rivissuti” poeticamente con sguardo vergine, a scoprire cose che spesso raccontano la nostra storia, il nostro vivere. Nel suo Voyage Xavier De Maistre a un certo punto passa dal monologo narrativo a un dialogo tra le due parti di sé: l’“anima” e quella che è detta l’altra, ovvero il corpo, scomodo ospite che spesso impone le proprie ragioni, uscendo vincitore dal confronto. Il corpo è il passaggio obbligato successivo ne Le cose del mondo, ma l’Atlante anatomico stilato da Ruffilli — sempre con rigoroso ordine alfabetico — è sovente giocoso (ricorda certo divertito Sanguineti), quasi a stemperare l’atmosfera drammatica di alcuni passi precedenti, e mette in mostra un altro lato della vena poetica dell’autore, completandone l’autoritratto a tutto tondo che questa raccolta vuole rappresentare. Non può allora mancare neanche ciò che della pratica poetica costituisce il fondamento, ovvero la parola: è il nominare le cose che le evoca, le mette a fuoco — o le sublima, a seconda dei casi. La parola (Lingua di fuoco è il titolo della sezione) capace «di ingrandire e amplificare il senso / dentro lo splendore illuminante / della sua accensione, fino a indurre / la più inedita ardua comprensione». Ma anche al fondo del mistero della creazione poetica, ineffabile brilla il mistero «dell’incontro trascendente / con la totale alterità, la vera vita / assente, l’antimateria che fa / da stampo e impronta (…) / dell’inessente a ogni essere / pieno e consistente». È l’ultima stanza, la voce del silenzio (per citare due titoli) che ancora una volta fa rinascere la vita e «spegne la sete di risposta al buio del mistero»: una fede vissuta come tensione continua verso il trascendente, con la coscienza dell’inattingibilità finale (vengono in mente alcuni versi di Juan de la Cruz). La coscienza che rimangono degli Interrogativi (la sezione conclusiva del libro) destinati a restare tali, dove il vivere e lo scrivere sono semmai una continua ricerca della risposta: con La nostalgia del mare — ultimo titolo della silloge — Ulisse riprende il largo nel suo viaggio infinito. «Più perso e disperato muovendo / dentro il vuoto traboccante dalla vita / in giro per il mondo sbattuto e sradicato, / intanto riportato a galla, rimesso in piedi / con sorpresa e lì, contro ogni attesa / che intanto avevo ormai sepolta, / resuscitato e vivo un’altra volta». L’unitarietà di questa silloge composta in quasi quarant’anni risiede proprio nel percorso che delinea, con una struttura interna calibratissima e la tersa versificazione, la cui coerenza lungo tutte le sezioni fa trasparire appena, e positivamente, l’evoluzione stilistica che in un simile arco temporale deve aver avuto necessariamente luogo. L’uso sottile della metrica — a volte evidente, spesso dissimulata da abili enjambement — e delle rime (esplicite e interne) diviene talvolta anche un mezzo per ammantare di un velo di ironia le riflessioni, stemperando la drammaticità pur presente in molti passaggi, come si è detto. La silloge è — dichiaratamente — l’opera di una vita: percorso esistenziale, appunto, restituito perfettamente in chiave poetica, evitando con abilità qualsiasi ingombrante autobiografismo.
Sandro Naglia
https://oubliettemagazine.com/2020/04/01/le-cose-del-mondo-di-paolo-ruffilli-un-viaggio-nella-propria-camera/

 

RUFFILLI, POETA-DOMATORE DELLE COSE DEL MONDO di Alessandra Pacelli
Era un’idea che Paolo Ruffilli covava da più di quarant’anni e che ora, finalmente e felicemente, ha preso corpo, forse complice «la scoperta più paradossale,/ che bisogna intanto perdersi/ per potersi ritrovare». E prendendo le distanze dal fluire frenetico della vita, il poeta si ferma, si mette in ascolto, guarda «come si guarda/ giù dal finestrino andando in treno/ la successione di cose e persone». Signori, il catalogo è questo! E se per gli umani si elencano «gli scoraggiati, i vinti, i rassegnati/ inerti, apatici, indifferenti», molto più articolato è il discorso per «Le cose del mondo», come recita il titolo di questa ultima raccolta di Ruffilli (Mondadori, pagg. 198, euro 20). E così, lasciando inevasa la domanda «Ma cosa fanno le cose quando/ sfuggono di vista al controllo», prende il via una sorta di catalogo universale di oggetti, un abbecedario dalla A di anello alla V di vocabolario, dove tutto si anima alla ricerca di un suo posto nell’equilibrio universale. Di grande potenza è poi l’atlante anatomico in cui ascelle, caviglie, denti, ma anche pene, testicoli e vulva, s’incarnano nelle parole che li raccontano, perché le cose si svelano nel linguaggio e perché «ogni parte del corpo chiede di essere/ stanata e nominandola scaldata». In tutto questo, il poeta autodenuncia «la propria figura smarrita», ma la sua fitta e seducente narrazione funziona non solo per domare le cose ma anche sé stessi.
Alessandra Pacelli
Il Mattino di Napoli, 7 aprile 2020

 

LE COSE E IL LINGUAGGIO IN RUFFILLI di Roberto Pacifico
Il nuovo libro di poesie di Paolo Ruffilli, Le cose del mondo, Lo Specchio Mondadori, è il frutto, come precisa l’autore stesso nella breve introduzione, di un’attività compositiva quarantennale, “di un progetto che risale agli ultimi anni Settanta”, la cui idea fondamentale è quella “di perlustrare il concreto modo in cui si è venuta muovendo la mia esperienza, in un gioco di continui rimandi e rispondenze tra io e realtà esterna attraverso la pratica del linguaggio”. Forse anche per questo ci troviamo di fronte ad almeno due, se non tre, libri in uno, idealmente collegati, però, da un’aspirazione poematica: i capitoli di questo viaggio introspettivo e filosofico (Nell’atto di partireMorale della favolaLe cose del mondoAtlante anatomicoLingua di Fuoco) possono essere letti come parti autonome, pur seguendo, nel contempo, un implicito filo conduttore nel quale la metafora, esistenziale prima ancora che metafisica, del viaggio/movimento e del conseguente perdersi/ritrovarsi, si rimodula in una possibile  palingenesi attraverso le cose e il linguaggio. La sezione “Nell’Atto di Partire” si chiude con una poesia emblematica in questo senso: “E mi ritrovo solo, di nuovo / in posti alieni, straniero fra la gente, / mi muovo senza avere una ragione, / non c’è più filo a cui annodare / la mia storia, di colpo senza rete / galleggio alla deriva, senza presa. Eppure… / a bere senza sete l’amaro fino in fondo, / più perso e disperato muovendo / dentro il vuoto traboccante della vita / in giro per il mondo sbattuto e sradicato, / intanto riportato a galla, rimesso in piedi / con sorpresa e lì, contro ogni attesa / che intanto avevo ormai sepolta, / resuscitato e vivo un’altra volta.” Il tema del viaggio diventa punto di partenza e perno di una riflessione sulla causalità e la razionalità dei percorsi esistenziali, espressa nei termini apodittici di una presa d’atto. Nel viaggio, la razionalità tende a prevalere con i suoi schemi per imporre un argine al caso, all’imponderabile. Significativa, in questo senso, la poesia d’apertura, che ricorda (a parte il verso “la curva sghemba della deiezione”) quella poetica discorsività filosofica del Montale di Satura e Diario del ’71 e del ’72: “Nel porsi in viaggio, prese le distanze / e tutte le misure per quello che si può, / considerato l’angolo di fuga, l’impulso / di deriva andante dentro il vuoto… / la curva sghemba della deiezione, / lo scarto imprecisato del destino. / All’imprevisto che è legato al moto, / la ragione ha imposto antidoto / di linee rette: orari, termini, binari. / Contro i rischi dell’ignoto.” Il contrasto tra “imprevisto” legato al movimento della vita, al divenire (“moto”) ed esigenza ordinatrice della Ragione si risolve nella sintesi dialettica dell’obliterazione di ogni rischio che è anche l’essenza imponderabile dell’ignoto; rispetto al quale la Ragione è “antidoto”, geometria euclidea che si oppone ai frattali del caso.  Nell’equilibrio tra enunciato filosofico ed esperienza individuale, tra autobiografia e rielaborazione introspettiva si definiscono anche le oscillazioni della volontà, indecisa tra paura e desiderio di continuare: “Ma poi, alla fine, mi rimetto in moto / nonostante ogni volta sia tentato  / dalla voglia che mi prende di restare / nelle zone più vicine e risapute  / in vista e nel contatto del mio noto. / In compenso, parto sempre / solo per tornare. E non so mai / neanch’io, in realtà, cos’è che vale / e mi convince, quale pensiero / imperativo…un’intuizione certa e / un sesto senso che mi spinge, / la coscienza comunque fulminante / della scoperta più paradossale, / che bisogna intanto perdersi / per potersi davvero ritrovare.” Le poesie di “Morale della favola” rappresentano momenti di riflessione/esortazione in un dialogo immaginario con la figlia (cui è dedicata la sezione), dove il conflitto si proietta, stemperandosi, nella dialettica, più filosofica che cattedratica, maestro-discente. Qui si leggono, a mio avviso, fra le poesie migliori: per esempio, ResistenzaDistrazioneAnticamereSuccessoL’esperienzaPretesaL’evidenteSalvezza. In Anticamere, esperienza del quotidiano e verità (intesa come conclusione filosofica del proprio vissuto) confluiscono in un testo di cristallina rassegnazione, di pacata presa d’atto di fronte a uno dei tanti “teschi” dell’assurdo offerti dallo spettacolo desolante della vita quotidiana: “Quanti ingressi, vestiboli, poltrone, / sale d’aspetto con altri, cauti / e scaltri, passati avanti e noi restati lì / buoni e perplessi ad aspettare / il turno nell’anticamera del mondo. / Quante porte chiuse, sbattute o / trattenute…entrate e uscite / senza soluzione. Quante code fatte, / istanze e petizioni di nuovo presentate / per vedersi, in fondo poi, riconosciuto / proprio nient’altro che il dovuto.” Una poetica, quella di Paolo Ruffilli, soprattutto in questo nuovo libro, nutrita e sostanziata di pensieri e di cose, più raramente di luoghi e di persone. E perciò una poetica che si dipana su un dettato più discorsivo che lirico, dove il taglio filosofico prevale su quello descrittivo e pittorico. Anche per le cose, gli oggetti (sono in tutto 27, dall’anello al vocabolario, passando per il bicchiere, le calze, il diario, la finestra, il letto, gli occhiali, la porta), si può dire che esse vengano più che descritte in senso stretto, moltiplicate dal diorama dell’immaginazione. Il nucleo della raccolta, rappresentato dalla sezione “Le cose del mondo” (lo definisco nucleo anche perché dà il titolo al libro) riprende e sviluppa, con esiti spesso originali, la poetica trasfigurante degli oggetti, intesi non strettamente ed esclusivamente come emblemi o correlativi di stati d’animo, ma come campo di gioco e possibilità espressive e combinatorie per l’immaginazione, in linea con una tradizione letteraria che va dai poeti barocchi a Francis Ponge. Propongo qui in lettura una poesia che mi sembra paradigmatica di questa sezione: CAPPELLO “Partito con l’intento di fare solo / da riparo e da difesa al fronte in alto  / nelle sommità scoperte alle intemperie, / ma scivolando nel corso del suo andare / e presa un’altra via finito al ruolo / della fatua spia, restando su di noi / come vessillo al vento ecco che si finge  / e tinge a nostro supremo comandante  / che maschera e converte, ad arte / e nel leggero, la sua parte di nocchiero / in quella di astronave e di natante.” Siamo in una dimensione fluttuante tra barocco e surrealismo, nella quale il cappello può diventare “astronave” e “natante”: divertissement, ma anche tentativo di ridefinire le cose e il mondo attraverso il linguaggio.  La poesia d’apertura della sezione (Le Cose) ricorda, a partire dal titolo, la celebre lirica di Borges, Las Cosas. Ne “Le persone muoiono e restano le cose” (il verso incipitario della poesia Le Cose di Ruffilli) mi sembra si ribalti il tema borgesiano del persistere temporale degli oggetti inanimati rispetto all’effimera durata dell’esistenza umana quando si dice che “nel lungo andare/il tempo le consuma senza strazio”.  I testi dedicati agli oggetti fanno parte della sezione “Il nome della cosa”, richiamo (non so se voluto) al titolo del romanzo di Umberto Eco, e anche alla frase ecolalico-tautologica di Gertrude Stein, “a rose is a rose is a rose”, che è a sua volta un’ironica affermazione del principio d’identità, un principio del tutto arbitrario nella fantasia e nell’immaginazione e a maggior ragione in poesia. Infatti, Ruffilli cala il tema dell’autonomia del segno linguistico in un contesto operatorio dove la parola che designa l’oggetto (il nome della cosa) è colta in una condizione metalinguistica di prigioniera-cavia e di rediviva-redeunte, di fuggitiva che ritrova nuove e altre forme passando attraverso “l’imbuto” dell’immaginazione o “immaginato” come scrive Ruffilli, optando per la gemella filosofica del termine: “Eccolo, il nome della cosa: / l’oggetto della mente  / che è rimasto preso e imprigionato  / appeso nei suoi stessi uncini  / disteso in sogno, più e più inseguito / perduto dopo averlo conquistato  / e giù disceso sciolto e ricomposto  / rianimato dalla sua corrosa forma e / riprecipitato nell’imbuto dell’immaginato.” Anche le poesie di “Atlante anatomico” (28 liriche dedicate ad altrettante parti del corpo, dalle più nobili, come capelli, cuore, labbra, lingua, mani, occhi, alle più basse quali sedere, pene, testicoli, vulva) prolungano la poetica del regesto, della piccola enciclopedia o del lessico familiare sul terreno (difficilissimo) delle parti e degli organi del corpo umano: un’idea originale trattata con ironia, e non di rado con disinvoltura antipoetica e antiretorica. La distinzione tra organi e parti del corpo nobili, nel senso di eccelsi, e bassi/volgari, è mia, non di Ruffilli, che sequenzia le poesie in ordine, non a caso, alfabetico, quasi a voler destituire queste realtà di ogni gerarchia spiritualmente verticale e dantesca. Ma se leggiamo, per esempio, una poesia come Mani, ci accorgiamo che l’autore ne coglie in qualche modo l’ambivalenza elencando azioni diverse e contrastanti: MANI “Curati, sì, e nutriti, detersi e poi vestiti / comunque consolati nel prendere e rapire, / stringere, graffiare, accarezzare / menandole, giungendole, baciandole, / tendendole, levandole aperte in segno / di concordia, di fedeltà o di pace / alzandole pesante sul cuore o tra i capelli, / sopra al fuoco…E con la mano tesa / nel gesto dell’idea che afferra / o che allontana: l’incantesimo del tatto / il sigillo, la conferma del contatto / che impone la forza e che l’accetta / mentre dispone sé dentro la presa, / assicura per via della sua stretta.” Se per l’autore le “cose” -gli oggetti della vita quotidiana- e le parti del corpo, sono anche pretesti per ridenominare il mondo e l’esperienza, nelle sezioni finali, e in Lingua di Fuoco in particolare, l’itinerario poetico ritorna alle e sulle parole, in un ideale percorso di ripiegamento (euristico e nel contempo interrogativo) sul linguaggio stesso.  Non sfugga al lettore il possibile richiamo tra il titolo della sezione (Lingua di fuoco) e le lingue di fuoco che parlano a Dante -la più famosa è quella di Ulisse- nella bolgia infernale dei consiglieri fraudolenti. Il fuoco scalda, plasma, devasta, illumina; proprio come la parola; che, da un indistinto e silenzioso caos primordiale, “esonda” per dare forma e pronuncia all’assenza, incarnandosi nel linguaggio -e in quella poetico in particolare- brillando nel “magico reticolo del nome/come contenuto del suo contenitore”: “Emerge su dal fondo, esonda la parola / lingua di fuoco a rompere il silenzio / e pronunciare netto al mondo / ciò che aspetta ancora nell’assenza, / ciò che fluttua nell’andare più indistinto / ancora lì senza la forma né i contorni / e che di colpo cessa di essere in procinto / e si fa vivo da incolore, si assume e circoscrive / dentro il magico reticolo del nome / come contenuto del suo contenitore.” Nel suo insieme questa nuova raccolta è un progetto ambizioso perché tende a unire lo spirito e il corpo attraverso il ponte di un linguaggio che asseconda le incertezze e le contraddizioni intrinseche alla coesistenza armonica delle due sfere. Non a caso il libro si chiude con nove poesie (“Interrogativi”), da L’Urlo del silenzio a La nostalgia del mare, che sembrano controbilanciare, attraverso le domande irrisolte sulle origini e sul destino della vita e della natura, la razionale sicurezza con cui il linguaggio mediante la denominazione delle cose e della realtà (“il nominare”) lotta per piegare a sé la resistenza del mondo: “Il nominare chiama e, sì, / chiamando ecco che avvicina / invita ciò che chiama a farsi essenza / convocandolo a sé nella presenza. / È la ragione che si fa linguaggio / volto a spiegare persino il sentimento, / musica interiore che su da sotto sale / e consegnandosi all’urto materiale / delle precipitose scaglie ondivaghe sonore / parla nel suo scontrarsi per domarla / con la resistenza delle cose.” Due ultime notazioni più legate alla metrica e al linguaggio. In questo libro, Ruffilli adotta -credo per la prima volta- un verso più distesamente discorsivo ed enunciativo ripristinando l’endecasillabo e le sue tipiche variazioni ipermetre e ipometre, e abbandonando, quindi, la sua tradizionale metrica basata sulla modulazione di versi più brevi, dal quinario al settenario.
Roberto Pacifico
http://www.italian-poetry.org/2020/02/10/le-cose-e-il-linguaggio-in-ruffilli/

 

IL NOMINARE CHIAMA di Giovanni Parrini
È un titolo che può facilmente evocare le atmosfere dei classici, quello che Paolo Ruffilli – poeta di lunghissimo corso e limpida pronuncia – ha scelto per la sua ultima opera. Le cose del mondo (Mondadori) è un sintagma tanto asciutto quanto vago, se si pensa al lemma “cosa”, abusatissimo e perciò fortemente depotenziato nel linguaggio corrente, ma che invece, in poesia, spalanca tutta la portata del suo etimo, “causa”, facendo presentire come e quanto il poeta affronti qui, e abbia sempre affrontato, il problema della realtà attraverso una parola che, assumendo in sé tutta l’esperita frammentarietà, tenta instancabilmente di restituirne un senso unitario, una dimensione maestosa e laicamente mistica. L’opera è di quelle necessarie, direi, nell’odierno e troppo sfrangiato panorama della poesia nostrana, perché viene a ricordarci che la scrittura in versi rappresenta la tensione naturale a un sapere totale e indifferenziato, in una sintesi ulteriore che è l’attenuazione, l’umiltà. Il libro consta di otto sezioni e la prima, Nell’atto di partire, dà inizio al tempo poietico, che non è quello tirannico e lineare di Crònos (Χρόνος, tanto per ricordare, appunto, una dimensione parallela e quasi mitologica che Ruffilli ci porge, pur nella sua modernità) ma piuttosto quello di Aiòn (Ἀἰών), ovvero la ciclicità nella quale l’uomo perde, ritrovandolo, il senso del proprio esiguo esserci nel mondo. E quanto dice l’autore nella sua breve autopresentazione, indicando in quest’opera la realizzazione di un «lavoro più che quarantennale», è la flagrante manifestazione che la parola poetica tiene in sé il destino del movimento attraverso la realtà temporale, per mostrarne e mai dimostrarne la ricomposizione in un’enigmatica verità unitaria, in un valore simbolico. Un’opera letteraria (e d’arte, in generale) vive in quanto necessaria all’animo e splendidamente antipragmatica, in «[…] un gioco di continui rimandi e rispondenze tra io e realtà esterna, attraverso la pratica del linguaggio» (ibidem).  L’apertura della prima sezione è affidata a due righe in corsivo, che rappresentano un punto di vista estraneo all’io poetante: si tratta di uno stratagemma ‒ utilizzato pure nelle sezioni successive ‒ rafforzante il tragitto poietico che unisce i tasselli dell’esperienza sensibile: «che stato di piacere quello in cui, da fermi, si segue con lo guardo qualcuno in movimento più lontano». Un piacere derivante dall’equilibrio tripolare tra lontananza, movimento e stabilità, però precario, non appartenente mai ai poeti, che devono, per richiamo misterioso, uscire dalla cornice della stasi, sempre però con il comune umano timore, conteso tra la ragione che «ha imposto antidoto di linee rette: orari, termini, binari» (ivi) all’ignoto, al caos delle sirene, antecedente il dolce ordine che le Muse portano con il canto, nell’oceano dell’esistere. È lemma compromettente, esistere, composto com’è da ex – particella che indica estrazione, uscita, avulsione – e “sistere”, forma secondaria di “stare”. L’esistenza non può che essere continuo momento di viaggio, cocente sconfessione di un’agognata stabilità, avventura senza progresso, «sogno tante volte già sognato» (ivi). I poeti sentono e patiscono ciò, per la loro arte. Non possono che venire immediati, in questa sezione, gli accostamenti all’inferno della Commedia, come nell’immagine di una «[…] carrozza piena e soffocante […]» o nell’altro passaggio dove ci si imbatte in un’ombra «[…] tra le ombre, che fuggono di scena […]». Ed è proprio il movimento la vera occasione che mantiene vivo lo spirito e la consapevolezza umana, anche se questa instabilità ci sembra invece un’insopportabile iattura. Lo stile di Ruffilli ‒ sicuro ed elegante nell’esemplare equilibrio di ritmo e di significato ‒ registra la quotidianità con non comune forza icastica, perché dalla versificazione trapela il vuoto che costituisce tutte le cose, in fondo: il campionario di quelle che ci appaiono inequivocabili e comuni certificazioni di esistenza, ratificazioni dell’attimo (un letto sfatto, una cucina, un terrazzo, un gatto) divengono indicatori di progressiva dissoluzione, elementi già potenzialmente destituiti di ogni consistenza e perciò tali da innescare quella nostalgia, quel dolore del ritorno, il nòstos àlgos (νόστος ἄλγος) di greca memoria; un ritorno continuo che ci è necessario per ricostituire la realtà e trovarle un senso oltre il segno transeunte: un processo che agisce da secoli e secoli nelle più grandi opere della letteratura, del resto, da Omero ai giorni nostri, a ogni latitudine. Luigi Baldacci, recensendo il romanzo Un’altra vita, focalizzò le capacità che questo autore possiede nel portare sulla pagina ciò che è difficile (e le situazioni ordinarie lo sono di certo), attraverso l’uso di una scrittura molto concreta pure nella sua lievità e musicalità; una scrittura sovversiva nel rispetto della tradizione letteraria. Tale facoltà è evidente nella seconda sezione de libro, Morale della favola, dove le comuni considerazioni di carattere generazionale tra padre e figlia sono riportate con la maestria di chi padroneggia appieno gli strumenti della poesia e con la coraggiosa trasparenza, la responsabilità morale, del vero auctor. Qui c’è quella cifra espressiva tipica di Ruffilli; la concretezza delle gioie e delle sofferenze che ognuno di noi esperimenta, al punto che mi parrebbe costruirsi, rigo dopo rigo, quasi una fisiologia della parola, la quale diviene essa stessa una cosa del mondo, anzi, la più importante cosa e cioè, etimologicamente, causa, appunto, cagione unica attraverso la quale l’esistente prende consistenza e diviene, progressivamente, significato oltre la sua nuda apparenza. Perché è nel dire «[…] la molla della vita, | la ricerca e la scoperta, la conquista» (ivi). La potenza della correlazione oggettiva si fa forte in Fiume, poesia della sezione suddetta, dove l’amore passionale è acqua che scorre e ci trascina, alterando equilibri, in un climax che giunge quasi a una temperatura dionisiaca, negli ultimi versi. Quello di Ruffilli è un messaggio in bilico tra bruciante caduta e ostinata ripresa del cammino; tra annullamento – cui anche il destino-fiume sembra soggiacere, a mio avviso – e reperimento di sé; tra ricomposizione dei giorni e sbaragliamento, in un continuo contrasto, come si legge in Salvezza (ibidem) in cui la vita è aria da cui dobbiamo lasciarci investire, sfinire, perché poi, sul punto della resa, «si gonfiano le vele e ti rifà volare». Ogni pagina è pari a una lucida dichiarazione di poetica, la quale era già delineata bene in opere precedenti, quali Natura morta (Aragno, 2012), cui appartiene Appunti per un’ipotesi di poetica (prima pubblicazione a cura di Fabrizio Serra Editore, 2007), dove l’autore asserisce che la verità della parola poetica non procede dal ragionamento sulle cose (e mai dovrebbe, aggiungo!), mentre invece ha il delicatissimo e impervio compito di nominarle. Una posizione definita e forte, in certo modo collimante, fra l’altro, con la linea leopardiana che rilevava nella poesia dei “moderni” gli inquinanti dell’analisi e della deduzione eccessive. Sulle proprie profonde radici, Ruffilli ha continuato a sviluppare in maniera coerente una scrittura in versi, ma anche in prosa, capace di dettagliare il mondo per farne emergere una visione placata, speranzosa, come si legge in varie poesie de La notte bianca, terza sezione del libro, laddove la riflessione sul cammino fatto prepara le parti più dense dell’opera: «Ogni minima singola creatura / bella o brutta, luminosa o / impura, ciascuna con il suo carico / avuto in sorte, […] perenne inevitabile contrasto / tutto così piccolo e tutto così vasto: […]» (Ogni minima singola creatura); o anche «Eppure, amando intanto / la vita per se stessa, / disamorati delle cose umane / abituati a rimirarle, quelle, / da lontano e, nel distacco, / sentendole più care e belle» (Chiusi nel sogno). Disamore e potenziale abbandono, vicissitudine e creazione artistica: soprattutto necessità di serbare in cuore un inganno, vera linfa che nutre più della tagliente (e parziale, va detto) verità razionale, divenendo consapevoli che il fulcro fragilissimo del mondo è il disincanto, per dirla con Max Weber. «Mi faccio imbrogliare, da me stesso, / nei segnali partiti dall’oggetto morto […]» (Necessità dell’inganno, ibidem). Versi che hanno una portata filosofica, si direbbe: gli oggetti muoiono alla nostra attenzione, nel senso che la loro presenza si attenua, per esempio, con l’uso distratto che ne facciamo; oppure, muoiono sotto l’azione esplorativa della scienza, che, per ascriverli al campo della conoscenza, li riduce in parti elementari, li classifica per le loro proprietà, azzerando la visione estetica che di essi da sempre ci necessita. Ruffilli avverte che la cosiddetta oggettività non reca in sé e di per sé la felicità, né sul piano individuale, né su quello collettivo, mentre invece essa risiede nella dissolvenza, si confonde con la «[…] dissomiglianza di ogni cosa» (ivi). Un pensiero esplicitamente antipositivista ma intelligentemente aperto al progresso, poiché il poeta, pur apprezzando le conquiste scientifiche e tecnologiche, avverte sul rischio che divengano devozione, illusione di totale controllo, tale da ipotizzare l’esclusione di quanto apparirebbe, alla fine, insensato: le religioni, l’arte in genere, la poesia in particolare, secondo una postura intellettuale per cui la realtà sarà completamente esplicabile dalla scienza, prima o poi, il che non è. Una drammatica situazione, questa, dove interviene l’arte poetica e lo fa eliminando la vuotezza cui quel ragionamento conduce, abbracciando il cosmo con un dire primigenio e plurivoco, quale quello della sezione Il nome della cosa, la quinta del libro, che sembra una mera catalogazione, mentre invece nutre una specie di attesa, alimenta una catastasi, prima della conclusione montalianamente provvisoria. Dall’ovvietà fisica degli oggetti comuni, il poeta fa emergere l’immagine latente, più significativa e bella. Si vede qui agire già la forza di una nominazione che prepara la strada alla verità poetica, non oggettiva. Esemplare per incisività stilistica e originalità di concetti è Enciclopedia (ivi), correlativo oggettivo dell’emozione per l’infinito scibile «[…] ridotto a una misura, / per orgoglio, magari per paura / limato e stretto, […]». Oppure un’altra poesia, Bicchiere (ibidem), che è «Sbrecciato, andato in pezzi dopo essere caduto. / La forma, incontenibile, di un contenuto.» Interno ed esterno versati uno nell’altro perennemente: vasi comunicanti del dubbio e del sapere. Dagli oggetti inanimati alle parti del corpo il passo non è lungo. Lo si nota nella successiva sezione, Atlante anatomico, la cui posizione nel libro è l’indicatore che il piano descrittivo non cambia, trattando cose oppure parti del nostro corpo, mentre resta preminente e centrale il linguaggio, la mitologia che l’autore poco a poco ne va costruendo, strofe dopo strofe. Qui si mostra la volontà di evitare la mediazione di un senhal, sostenendo invece un confronto diretto, e talora pure spietato, con quanto cade sotto il dominio dei sensi. Con questo assunto generale, sono passate in rassegna le parti del corpo, non senza qualche provvida coloritura d’ironia, e di ognuna si evidenzia colore, sapore, perfino odore, a ribadire il concetto di Pessoa che esiste un unico problema, insolubile e vivo: la realtà. In essa si immerge appieno Ruffilli, estrapolando da temi scontati significati pregnanti e d’ampia portata, come in Capelli (ivi), che spacchiamo in quattro nella vana ricerca di una cognizione precisa, magari perfetta, per cui la corporalità lascia il posto al significato tropico usato nel pensiero quotidiano. Pagina dopo pagina, tra i tanti dettagli ci conduce il filo rosso che li tiene assieme e cioè il processo con cui la parola nomina. La poesia non cerca spiegazioni, pur avendo potenza pari al logos: tocca in profondo ma delicatamente ogni cosa, la abbraccia facendola sua e di tale meravigliosa caratteristica l’autore è commosso e instancabile testimone, poiché i nomi rappresentano, a pensarci bene, la chiave in grado di aprire le porte dell’ottusa contingenza. Nel Cratilo, Platone dimostra che i nomi contengono in loro l’idea generale attorno a cui una certa categoria di oggetti è stata pensata, ben prima che se ne attui una realizzazione effettiva. Nomi e oggetti sono biunivocamente corrispondenti. Di questo la poesia di Ruffilli è consapevole. Basta procedere fino a Lingua di fuoco, la penultima sezione del libro, dove la densità di significato aumenta: vedi, ad esempio, La voce del silenzio, una riflessione cogente sulla primarietà della parola e sulla forza dei collegamenti tra le parole che inventano, cioè trovano e anzi ritrovano in ciò che biecamente esiste un significato vivo, a ridosso di quell’indefinibilità che è poi la linfa della poesia. Una giustificazione del motivo per cui nessuna forma d’arte è finora morta, né potrà mai morire, evidentemente. Mi tornano allora in mente alcuni versi di Emily Dickinson, «Per fare un prato / basta un trifoglio e un’ape / ‒ un trifoglio, un’ape e il sogno ‒ […]». Tra l’evolutivo sistema delle parole e quello statico della realtà c’è un rapporto miracoloso, anche doloroso, che solo i poeti conoscono e tale da ricreare immagini più belle, incredibilmente più autentiche di quelle che opacamente ci si presentano. Così, senza alcuna retorica, in sottovoce, pure attraverso i dubbi più insistiti, posti uno dopo l’altro nella sezione Interrogativi, ultima del libro, il corsivo della poesia finale conclude che il «nominare chiama e, sì, / chiamando ecco che avvicina / invita ciò che chiama a farsi essenza […]». Il Ruffilli che conosciamo è tutto in questi versi finali, così aperti ad accogliere il primigenio e sempre attuale stupore che solo la poesia è capace di farci ritrovare, lungo questo nostro periclitante transito.
Giovanni Parrini
“Semicerchio”, LXII, 2020/1
Italian-poetry

 

LE COSE DEL MONDO 1978-2019 di Daniele Maria Pegorari
Frutto di «un progetto che risale agli ultimi anni Settanta», ma che, con continue manipolazioni, trova una forma conclusiva solo nel 2019, Le cose del mondo (Mondadori) ha un che di ‘testamentario’, non perché Ruffilli abbia esaurito il suo percorso, ma perché nell’architettura di queste pagine si coglie la volontà di fissare i fondamenti stessi della scrittura (la nominazione, la realtà opaca, l’intuizione del trascendente, il rapporto fra nulla e tutto), con la lucidità di un poeta che ha alle spalle un percorso ormai fulgido. Strutturata in sei (o sette) sezioni (“Nell’atto di partire”; “Morale della favola”; “La notte bianca”; “Le cose del mondo”; “Atlante anatomico”; “Lingua di fuoco” che si conclude con una breve serie, “Interrogativi”, che in fondo è un passaggio a sé, nel suo culminare metafisico), quest’opera esplora il percorso di un soggetto che prende coscienza del proprio posto nel mondo, interiorizza lo sguardo, scruta e anatomizza lo spazio circostante, infine si scopre linguaggio, linguaggio che strappa le cose all’insignificanza e ne fa trampolino di lancio verso l’eterno. In quanto storia di un’iniziazione, il libro comincia con il più classico topos della conoscenza, il viaggio, tematizzato però soprattutto come ‘partenza’, per quella fatica, anzi ansia, paura, che lo spostamento comporta. Nelle liriche della prima sezione pare di riconoscere il carattere dominante della poesia metafisica degli ultimi trentacinque-quaranta anni, ovvero un’idea di trauma («una paura di chissà quali sviluppi», p. 15; «il vuoto secco in cui ti getti», p. 39) che si colloca alle origini della storia personale e poi assume connotati cosmici e destinali: penso a situazioni di matrice caproniana come queste: «Il sogno è che una volta andato / trovando un treno invece non segnato / sia sceso per istinto nel posto non voluto / […]. Però con la paura, / nell’incertezza del mio stato, / di non esserci comunque mai arrivato» (p. 23).
Il terrore dell’inettitudine al viaggio della vita comincia a essere fugato quando il soggetto si trova dinanzi alla responsabilità sentimentale e sociale dell’educazione della figlia (probabilmente bambina al momento della stesura delle liriche della seconda sezione), che sottrae il padre alle sollecitazioni speculative e lo riporta al contatto con la minimalità domestica, fatta di gesti ordinari ma anche di rimproveri e proteste, di un prendersi le misure per disputare una partita la cui posta è il rifiuto o il riconoscimento. La quotidianità prende la forma di un lessico (un lessico famigliare, starei per dire), nel senso che, a differenza delle liriche senza titolo della prima sezione, di qui in poi il libro segnerà i microtesti con titoli prevalentemente lemmatici (da principio senza ordine particolare), quasi che ogni breve poesia cerchi di cogliere l’unicità di un momento per poterlo dominare; avremo allora la Rivolta, la Bugia e lo Spirito di contraddizione, come prove di affermazione personale, oppure l’Anatomia, l’Orrore e l’Abbondanza come lezioni morali.
L’aspirazione al dizionario della vita prosegue nelle inquietudini notturne che occupano la terza sezione, laddove il poeta conosce il cedimento e lo spegnimento della Memoria, le alterne velocità del Tempo, la magia metamorfica dell’Universo (in una lirica che è un vero pezzo di bravura), l’impalpabilità della Felicità, il disgusto dinanzi alla Violenza dei «profani scannatoi di questo mondo» e le inquiete e inarrestabili ricerche dello Sguardo umano. Ed è proprio l’acuminata attenzione degli occhi – più ancora che «[…] l’istinto più profano / famelico, oscuro e materiale / di toccare le cose con la propria mano» (p. 106) – la protagonista delle due sezioni successive, nelle quali il regesto degli oggetti sottoposti alla vista, rispettivamente le cose inanimate e le parti del corpo, si dispone secondo una sequenza alfabetica che, ancorché arbitraria, rivela il bisogno di sottrarsi al caso e di conferire alla conoscenza un ordine. A questo è funzionale una metrica più accurata che nel resto del libro, caratterizzata da un gran numero di rime esposte e al mezzo, assonanze, consonanze, rime per l’occhio, imperfette e soprattutto nascoste; come se la scansione versale non coincidesse con le rime, ma le occultasse, palesandole al lettore solo al momento della lettura.
Sono accorgimenti che in Ruffilli si concentrano soprattutto nella parte finale dei testi, in genere di tono gnomico, rivelando il massimo distanziamento da quell’abbrivio negativo-caproniano che ho segnalato in partenza, nonché un involontario, ma pur riscontrabile apparentamento con l’iperrealismo, l’ironia e l’allegorismo della poesia milanese dell’ultimo decennio: per esemplificarne il procedimento mi concedo solo due esempi, uno per sezione. Inizio da questa descrizio ne di una Bambola: «Bocca infantile nell’esercizio e cura / di vivi replicanti per diventare adulti / a imitazione. […] Tutto organizzato a farne, / degli aspiranti, i praticanti senza la persona / del fuoco virtuale della carne» (p. 113); queste sono invece alcune delle possibili ‘funzioni’ di una Schiena: «curvarla a sottomettersi umiliati / o rialzandola al vento di un progetto. / Metterci in groppa con gioia e per diletto / un figlio o un nipotino da portare in giro / o l’amante da gettare sopra al letto» (p. 163). Viene in mente il celebre ‘monologo del naso’ di Cyrano de Bergerac per il virtuosismo delle metafore su tema anatomico e, per quanto distanti siano Ruffilli e Rostand, si può dire che nell’un caso e nell’altro l’iniziale inettitudine alla vita sia alfine superata grazie a un’abilità linguistica pungente come una spada.
Con tale ritrovata fiducia nella «lingua» si giunge alla sezione finale, incentrata proprio sul «gelido potere che la parola / ha in sé, più nuda e più crudele / di qualsiasi altra cosa […]» (p. 180). La parola è infatti, per Ruffilli, ciò che si stacca dal «groviglio» (p. 174), dalla «melma primordiale», dalla materia percepita come informe perché ancora inespressa, e diventa «forma» della vita, consentendo, come nell’Aleph borgesiano, di cogliere in un solo «pensiero / tutti quanti gli esseri viventi» (p. 175). Infine, esaurita la sua missione secondo il dettato del Paradiso dantesco, «la lingua / biforcuta / s’intoppa gonfia / e resta muta»: dinanzi allo sfolgorio trionfante di una «luce» metafisica, tocca solo all’«occhio» inseguire «la realtà che fluida / va alla deriva / e in movimento / resta cangiante / che quasi si dissolve» (p. 193).
Daniele Maria Pegorari
Atelierpoesia
https://www.atelierpoesia.it/3903-2/

 

LE COSE DEL MONDO di Saha Piersanti
È uno di quei sempre più rari casi in cui la poesia sa commuovere il fantomatico cuore e stimolare e eccitare al tempo stesso la cosiddetta mente, una di quelle creature a rischio ormai estinzione che, ora sinuose e bellissime, ora misteriose e indecifrabili, con una zampa accarezzano e inteneriscono e con l’altra agguantano e costringono alla riflessione, allo studio, questo Le cose del mondo (Mondadori, pp. 205, € 20) che Paolo Ruffilli dà alle stampe dopo quarant’anni di ricerca.
Quarant’anni, sì, e sì: ricerca. In un tempo tutto votato al culto della quantità anziché della qualità, un tempo frenetico che non risparmia nemmeno il mercato (sic!) della poesia, con centinaia di pubblicazioni e autopubblicazioni (e pressoché nessuna lettura) spesso una dietro l’altra, basterebbe già solo l’indicazione “1978-2019” che Ruffilli stampa fiero ma senza vanità sotto al titolo per capire che siamo di fronte a un libro di rara importanza. E se pure solo lo sfogliamo, ci rendiamo conto subito di un altro fatto ormai fuori dall’ordinario, un’altra qualità per nulla scontata che dimostra l’autenticità, l’impegno, la forza di questa ricerca: non si tratta dell’ennesima ‘raccolta-di-poesie’, ma d’un libro vero, organico, ricco di richiami interni e in continuo movimento.
Strutturato infatti con precisione chirurgica in sei sezioni che sono di fatto sei capitoli, ognuno autoconclusivo ma mai disgiunto dagli altri, lungo un percorso di continue conquiste e messe in discussione, d’incontri e di riflessioni, di ricordi e di prese di posizione, il libro ci racconta la storia di un uomo-poeta alle prese con la realtà che lo circonda. Dal prologo simbolico-narrativo di Nell’atto di partire all’esodo/bilancio intitolato inevitabilmente Interrogativi, passando per i momenti più civili e umanisti di Morale della favola e quelli più meditativi de La notte bianca, con al centro il cuore vero della ricerca poetica di Ruffilli (le sezioni, gemelle per impianto e scelte tecnico-espressive, Le cose del mondo e Atlante anatomico), Le cose del mondo, pur senza perdere mai di vista il fulmineo specifico immaginativo di quella che chiamiamo ‘poesia’, ha la natura episodica ma ariosa del romanzo di formazione e insieme del racconto di viaggio.
Viaggio, ecco. Un viaggio tutto particolare, però, perché all’insegna dello sguardo, dell’osservazione prima ancora che dell’esperienza. Osservazione in primo luogo, certo, delle cose, degli oggetti puri e nudi del mondo, ma anche e forse soprattutto di quanto quelle specifiche cose, quei determinati oggetti, sanno evocare all’occhio attento dell’osservatore: dell’uomo-poeta. Come in un continuo gioco di richiami e di rimandi, infatti, come se tutta la realtà (tutta: esperienze e incontri compresi) non fosse che un ininterrotto flusso di sovrapposizioni e intersezioni tra i suoi vari elementi, come se, però, questa realtà la si osservasse nelle sue definizioni, nei suoi contorni stabiliti, nelle sue linee di demarcazione giusto il tempo per metterne alla prova la solidità e poi, in un subito, sfumarla e accoglierla finalmente come il tutto commisto che è davvero, Ruffilli lavora e scrive letteralmente con l’occhio, drenando da lì tutto il poetabile possibile:
Fanali nella nebbia: amuleto della luce
e mezzo di contatto, argano e metro,
spiraglio di speranza a patto che si possa
arrivare un po’ più in là a dilatare il bordo
opaco e ogni incompleto tratto di realtà…
(Occhiali);
…è l’intestino in testa, è la matassa
grigia e stagna, la cesta del budello
la vera camera di combustione
che trae energia dal fuoco e fa
materia dell’idea creando l’opinione
(Cervello).
Acuto e mai autoriferito osservatore, così, metà bambino entusiasta metà accorto fenomenologo, il poeta guarda, scheda, ordina, squadra, apre, forza e disseziona gli oggetti che lo circondano, offrendoci una galleria di immagini e speculazioni forti, al tempo stesso, di minuzie analitiche, scientifiche e di trasporto emotivo, emozionante e emozionato, addirittura lirico:
Il nodo che chiude la fessura
e stacca via il tubo della corda
dalla cisterna del brodo primordiale
a scindere la vita nel suo vivido passare
di colpo dal doppio al singolare…
La scarna apertura, sì, dell’ombelico,
il monito della sua piccola ferita.
(Ombelico)
Le persone muoiono e restano le cose
solide e impassibili nelle loro pose
nel loro ingombro stabile che pare
non soffrire affatto contrazione dentro casa…
(Le cose).
A completare e a complicare il percorso di ricerca e formazione, poi, di questo uomo-poeta protagonista de Le cose del mondo, non può mancare, con lo sguardo, con l’occhio, lo strumento davvero principe di ogni analisi: la lingua. La parola. Lo strumento, certo, ma al tempo stesso pure la cosa più misteriosa che si possa incontrare. Insieme aiutante e antagonista, oggetto da conquistare e arma già abilmente maneggiata, la parola in questo peculiare racconto in versi è per Ruffilli il primo e l’ultimo dei grandi misteri da osservare, schiudere, tentare di comprendere, la meta e ancora il punto di partenza del suo viaggio di formazione. Come non rendersi conto, infatti, che di ognuna di quelle cose, che di tutta quella realtà – di tutta quella vita, persino – che s’è osservata e s’è pensato di conoscere, non è stato colto che…il nome e che, per giunta, non si può far altrimenti?
Non è possibile uscire dalla gabbia del linguaggio: non si può che continuare a nominarle, le cose che s’osservano, rischiando ogni volta l’illusione e l’autoinganno. Consapevole di quest’inesauribile cortocircuito tra lingua e mondo, linguaggio e pensiero, significato e referente, Ruffilli, in un misto di eccitazione e frustrazione, di paura, quasi, e irresistibile frenesia creativa, dedica tutta l’ultima parte del percorso a un’indagine di cui sa già, in fondo, l’esito:
Il nominare chiama, e sì,
chiamando ecco che avvicina
invita ciò che chiama a farsi essenza
convocandolo a sé nella presenza”
scrive alla fine, intonando di fatto, in un unico fiato, il canto del cigno (“il nominare” al massimo “avvicina”, non coglie né conquista davvero) e il primo vagito (“invita ciò che chiama a farsi essenza”) della poesia – della parola in sé, anzi: cosa essa stessa, e vita e morte delle cose in un unico momento.
Un approdo, questo, che ricorda alcune pagine dell’ultimo Caproni (ma Ruffilli è caparbio, meno, in un certo senso, disincantato), quello più epigrammatico e filosofico, che non s’illude più di poter scardinare la gabbia del linguaggio. Non è un caso che ci sia venuto in mente Caproni, poeta che in questo Le cose del mondo sembra massicciamente presente lungo tutta la prima sezione: Nell’atto di partire. Preludio e mise-en-abîme del libro tutto, questo capitolo è in fondo un viaggio nel viaggio, affine per tenuta e per respiro alle caproniane Stanze della Funicolare (un esempio: “È all’improvviso, dentro il tunnel / che non finisce mai, nell’aria morta / che pizzica alla gola. Tutte le volte / che ci sono già passato.”), rispetto alle quali sembra porsi come controcanto, testo-a-fronte, scandito com’è in compatte, separate ma organiche poesie che paiono simulare l’andamento del treno che avanza o s’arresta, ognuna al tempo stesso vagone e treno intero, viaggio e visione, riflessione e descrizione, itinerario concreto e percorso allegorico, lungo una linea narrativa e simbolica che sin da subito, tra le righe, mette in luce quel rischio d’illusione di cui sopra:
…sarebbe la riprova certa di condanna
senza mai riposo, e si vedrebbe
che non si avanza di una spanna,
che più si va e meno si trova
e non si arriva da nessuna parte.
Iconico di questa specie di gara col mondo e col linguaggio, sorta di ultima speranza di ottundere quel rischio e quell’autoinganno, di mantener uniti almeno suono e senso, è l’uso, studiato eppure percepibile come istintivo, quasi estemporaneo, che Ruffilli fa delle rime: un continuo tentativo, ora in armonie, ora in dissonanze, ma mai davvero quieto né sereno, di ordinare il non-ordinabile o, viceversa, di cogliere e veicolare l’organizzazione del disordine. A impiegare e a distribuire tutte le tipologie di rima (e, con queste, le diverse variazioni metriche e melodiche che gli offre la magmatica morbidezza dell’italiano, ora assecondata – “Ora l’evidenza che segna nel distacco / e fuori dall’abbaglio che ruba luce / nascondendo agli occhi il fondo…”, Il vento della vita –, ora cristallizzata e dopo infranta – “Chi è che / il sogno e il desiderio / l’attesa e la speranza / aspettano intrepidi / fantasticando…”, Il presente) Ruffilli è abile, così attento all’equilibrio tra l’elemento estetico, ritmico, e quello più propriamente funzionale, tanto da rendere ogni testo quasi una partitura che significa per come suona prima ancora che per quel che canta.
E allora che si ascoltino, questi testi, si leggano ad alta voce e ci si lasci un po’ guidare, ché quella gara e quell’inganno, quel cortocircuito e quell’affanno, quella ricerca e quell’approdo ci riguardano tutti, anche se non lo sappiamo:
Solo tra le braccia della vita che rinasce
si spegne la sete di risposta al buio del mistero,
consegnati da se stessi al dolore e al desiderio
di un vuoto mai riempito per intero… (La sete). 
Sacha Piersanti
https://poetarumsilva.com/2020/02/20/paolo-ruffilli-le-cose-del-mondo/

 

UN POETA PER SALVARE IL MONDO di Edoardo Pittalis
Dicono che quando il mondo s’abbuia, forse ci può salvare anche la poesia. E non c’è bisogno di supereroi: “Non si nasconde fuori / dal mondo chi lo salva e non lo sa”, dicono i versi di Montale, antico estimatore di Ruffilli. E spiegano: “È uno come noi, non dei migliori”. Ecco: il poeta salva il mondo senza saperlo e basta che sia uno come noi, “non dei migliori” per forza.
Questo è tempo di poeti per uscire di casa senza, nella realtà, doverlo fare;  per aggrapparsi al cielo senza inventarsi una scusa.
Può essere letta anche  in questa chiave  la raccolta di versi di Paolo Ruffilli “Le cose del mondo” (Mondadori, 20 euro). Quarant’anni di poesie , un viaggio che è un cammino di vita interiore, il treno come metafora per accelerare il tempo: “Di corsa, inseguendo se stessi, / la propria figura smarrita…”. Fino a sentirsi straniero tra la gente.
Ruffilli, 71 anni, romagnolo da cinquant’anni a Treviso, un passato di insegnante di lettere nei licei, consulente editoriale, traduttore di lirici inglesi, ha scritto anche saggi su Ippolito Nievo e su Carlo Goldoni.  Le sue poesie sono state tradotte in molte lingue, sono nelle maggiori antologie e il poeta ha un posto di rilievo nel “Meridiano” Mondadori sulla lirica italiana del secondo Novecento. 
Dalla sua prima raccolta, “La quercia delle gazze”, al premio Montale, un lungo apprendistato che gli ha permesso  di elaborare una sua cifra espressiva già sul finire degli Anni ’80 con “Piccola colazione”. I critici lo hanno inserito nel filone neolirico, Giuseppe Pontiggia  ne ha messo in evidenza i versi brevi, il ritmo battente, la leggerezza dell’espressione e la padronanza di una singolare autoironia. Per Giovanni Raboni la poesia di Ruffilli  è come un album di famiglia  nel quale il poeta racconta l’adolescenza e la scoperta dell’amore, conservando una sua “interna e ossessiva coerenza”. Senza nascondere la capacità ogni volta di ripartire.
In  Ruffilli il linguaggio della poesia assolve alla funzione di cicatrizzazione. Dice: “La parola è forse la più antica terapia che l’uomo abbia perseguito riguardo alla propria salute profonda, quella mentale. La scrittura in generale è una forma  di autoanalisi di grande efficacia. Perché la parola arriva là dove non si riesce a giungere nemmeno col bisturi”.
Ecco che il poeta riprende il suo compito di provare a salvare il mondo. Soprattutto  in un momento come quello attuale, terribile, nel quale non è consentito neppure  dire addio per sempre a un figlio o una  mamma. Ruffilli annota: “Le persone muoiono e  restano le cose / solide e impassibili nelle loro pose / nel loro ingombro stabile…”. Sulle cose rimaste si ricostruisce perché raccontano la vita, i ricordi, gli affetti, tutto quello che hanno lasciato e che resterà.
Sulla poesia italiana di oggi, Ruffilli ha una sua idea: “L’Italia è il paese del melodramma, che è stato per lunghissimo tempo l’unica nostra forma di cultura nazionale. Probabilmente proprio come reazione all’eccesso dei sentimenti del melodramma, i poeti italiani moderni si sono tenuti e si tengono ancora lontani dal versante del sentimento per eccellenza che è l’amore, lasciandolo ai cantautori”. Confessa di avere avuto questa tentazione, ma di essersi accorto in tempo che le emozioni e l’amore sono l’uomo e non c’è vergogna a cantarli in versi. Nemmeno a leggerli a voce alta per farsi capire dalla figlia diventata donna : “A un tratto l’ho capito in modo inaspettato / che non sarei più stato, io, il figlio…”. Ora c’è il padre di una figlia che oggi fa il medico in un ospedale veneto, in prima linea contro l’epidemia. Ed ecco che il mondo ritorna, buio come non mai in una notte che fa troppa fatica a finire. La paura è che la notte non sappia leggere.
Edoardo Pittalis
Il Gazzettino, 5 maggio 2020

 

INTERVISTA A PAOLO RUFFILLI di Edoardo Pittalis
Cosa ha da dire oggi un poeta?
“La natura della poesia si può definire con una parola: anticonformismo. Un poeta non potrà mai accettare il perbenismo, il politicamente corretto. Per lui ciò che conta è la trasgressione, avrebbe molto da dire rispetto ai discorsi preconfezionati che si sentono ogni giorno in tv. Sarebbe troppo scomodo, ecco perché nessuno lo vuole. C’è una frase fatta che riguarda la poesia: “licenza poetica”. Questo fa intendere che il poeta dice sempre quello che non si deve dire”.
Paolo Ruffilli, 71 anni, romagnolo da mezzo secolo a Treviso, è uno dei più importanti poeti italiani del secondo Novecento. E’ appena uscito per Mondadori “Le cose del mondo” che raccoglie quarant’anni di poesie. Dalla sua prima raccolta, “La quercia delle gazze”, al premio Montale, un lungo apprendistato che lo ha portato nelle pagine delle antologie e a essere tradotto in molte lingue. È anche un traduttore apprezzato dei grandi poeti e scrittori inglesi, da Shakespeare a Eliot ai metafisici inglesi.
Cosa ci fa un romagnolo a Treviso?
“Sono nato a Rieti un po’ per caso, mio padre di Forlì lavorava per l’Industria Italiana Zuccheri e lo avevano mandato per aprire uno zuccherificio. Sono sempre stato in movimento, fino a quando sono arrivato a Treviso per una ragione di studio e di passione letteraria. Prima della laurea a Bologna, mi ha spedito qui un grande toscano che insegnava a Padova, Gianfranco Folena, per una ricerca sulla lingua veneta. A partire dal dialetto, si voleva mettere in luce come la lingua veneta, quella di Goldoni e poi di Nievo, aveva dato una piegatura moderna alla letteratura italiana. E c’era un altro forte motivo: qui viveva Giovanni Comisso, scrittore di enorme talento, attorno al quale si muoveva tutta la società letteraria del tempo, di qualsiasi schieramento fossero, avanguardisti come Arbasino, grandi poeti come Montale”.
Era una città molto diversa da oggi?
“Quella Treviso è stata davvero la “piccola Atene”. Attorno a Comisso giravano Parise, Piovene, Berto, Zanzotto, ma direi tutte le Venezie, l’area triestina con Biagio Marin, quella friulana con Pasolini, i giovani talenti come Camon. Artisti come Carlo Scarpa, pittori come Gianni Ambrogio che organizzava grandi mostre e da Venezia arrivavano Guttuso e Morlotti. Comisso non provava invidie e aveva una vitalità e vivacità che gli consentivano di attraversare la vita come un’affascinante avventura da cogliere con tutti i sensi. Ci si trovava in osteria e alla libreria Canova in Cal Maggiore, poi nella sua casa in pieno centro sui canali. C’erano anche personaggi del mondo del cinema, registi come Tinto Brass, sceneggiatori. Si pensi al film “Signore e signori”, raccontavano che alla comparsa del film quelli che si riconoscevano nella pellicola non protestavano, si limitavano a sparire per un po’. Comisso al film di Germi si divertiva, era attratto lui stesso dalla regia, gli piaceva dirigere le piccole commedie che inventava affidandone le parti agli amici che c’erano in quel momento. È stato un periodo eccezionale continuato per almeno sei anni dopo la morte dello scrittore. Arrivato qui mi sembrava di essere giunto in una specie di signoria rinascimentale, non esisteva alcun tipo di resistenza al corpo estraneo, al foresto. Ci venivo da studente negli Anni Sessanta, ci vivo stabilmente dal 1972, avevo preso dimora in pieno centro sopra le Beccherie”. 
Che ne è stato della ricerca sulla lingua veneta?
“L’ho portata avanti concentrandomi soprattutto su Nievo che corregge in qualche maniera il suo maestro Manzoni, gli contesta di essere andato a sciacquare i panni in Arno. Nievo, che era stato garibaldino e aveva fatto sul campo la sua esperienza unitaria, sa che l’Italia non si unifica in nome del toscano ma ritiene fondamentali tutte le componenti linguistiche di quell’universo che è l’Italia. Nievo dà corpo a un tipo di scrittura che sceglie l’ibrido, la mescolanza, è lì che va cercata la soluzione e la offe nel suo enorme romanzo. Quella mia ricerca è diventata un saggio”.
Si può vivere solo di poesia?
“Ho insegnato, poi ho lavorato per anni per grandi editori, sono diventato il lettore personale di Livio Garzanti che nel suo mestiere era anomalo. Camon pubblicava con Garzanti, lo incontravo spesso a Milano. Parise, del quale ero amico, si era trasferito da Roma prima a Salgareda, sul Piave, poi a Ponte di Piave. Devo a lui la definizione secondo cui mi vedeva come “anarchico borghese”, uno insomma che trasgredisce dentro forme apparentemente tradizionali. Mi sono sempre mosso, a Roma dove si riuniva il gruppo dei poeti, a casa della Spaziani in via del Babuino, oppure nei caffè di Piazza del Popolo, da Rosati o da Canova, oltre che a Milano. Non mi sono mai trasferito, sono rimasto a Treviso che mi ha coinvolto come città con la sua natura palafitticola, con quel suo centro che è sempre stato un polo di attrazione. Lo era già nel passato. Tra Due e Trecento i mecenati locali davano alloggio agli intellettuali del tempo sulla scia della grande diaspora trobadorica. Buona parte dei trovatori, l’elite intellettuale più avanzata e sofisticata del tempo, costretti a fuggire dalla Provenza erano approdati qui. Qui c’era la più grande colonia di fuorusciti fiorentini, Dante veniva spesso, il figlio è sepolto a Treviso. Anche Petrarca era presente, sua figlia aveva sposato un trevigiano”.
A che punto è la letteratura veneta di questi anni?
“Non è più quella di allora, penso anche a Rigoni Stern, a Meneghello, a Neri Pozza altro catalizzatore di cultura. Forse mancano i punti di riferimento, Zanzotto che è un grande poeta aveva cercato di far capire che la globalizzazione avrebbe portato più danni che vantaggi, ma lui sapeva guardare insolitamente avanti, si pensi alla sua battaglia per l’ambiente, contro ogni tipo di inquinamento. Persiste un gusto della lingua veneta nei giovani autori, c’è un buon livello tra Villalta, Scarpa, Covacich, Bugaro, Franzoso. C’è l’esperienza di Mauro Corona. Ma oggi, anche per colpa degli editori, c’è la tendenza a corteggiare il lettore e questo alla fine è un grosso limite per la letteratura. Gli editori spingono per avere libri che devono essere facili, popolareggianti, e gli autori cedono e alcuni si sono messi a scrivere un libro all’anno”.
Chi è il poeta oggi?
“Quello che è sempre stato, favorito dal fatto che non essendo mai stata la poesia un genere molto venduto, il poeta subisce meno quella specie di ricatto che l’editore fa sul narratore. Il poeta  è colui che scrive ciò che gli viene dal profondo, non scrive per i lettori ma più per se stesso. La poesia è il grande serbatoio che conserva le modalità dell’elaborazione del linguaggio. Gli uomini cercano le parole per  impadronirsi della realtà. Tutte le parole che vengono da più lontano hanno origini onomatopeiche, sono trascrizioni di un ritmo; all’inizio del linguaggio la musica è fondamentale. A differenza del narratore, il poeta continua a credere che la parola è prima di tutto musica: la poesia di Zanzotto è una partitura musicale. I poeti non sono come la gente crede, persone che hanno la testa tra le nuvole; hanno i piedi ben piantati per terra, hanno antenne che pescano molto in alto, avvertono sempre tutto in anticipo. Però è un fatto che dal punto di vista pubblico la figura del poeta è andata decadendo: sui media hanno poco spazio, si direbbe che la nostra società fa più affidamento sui cantautori che sui poeti”.
Cosa dice il poeta nella stagione del Covid?
“Il poeta direbbe che salta agli occhi il responso di quella madre-matrigna che è la natura: la vita si fonda sulla morte. La nostra epoca ha divinizzato la vita nel senso dell’immortalità, non accetta il decadimento fisico, vorrebbe farci tutti ultracentenari, Una società che non si rende conto che automaticamente si svaluta la giovinezza, il venire alla luce, il ricambio che è nell’ordine delle cose. In tempo di Covid da uno come me ti senti dire che viviamo in un paese che pensa troppo ai nonni e niente ai nipoti, che quindi non crede nel futuro”.
A cura di Edoardo Pittalis
Il Gazzettino, 2 novembre 2020

 

IL SENSO DELLA POESIA IN RUFFILLI di Patrizia Riscica
La poesia vive accanto al poeta, respira con lui, lo accompagna in ogni esperienza, conoscenza, accadimento della vita.  Una presenza costante, quasi una parte di sé, a cui si può rivolgere per trovare forza e significato. Una sorta di compagna di viaggio che aiuta a decodificare la realtà, ma anche accettarla per quello che appare: una possibile risposta ai tanti interrogativi che affollano la mente. Scrivere poesia comporta una sensibilità particolare, un terzo occhio che osserva il mondo esterno, strettamente collegato al mondo interno, attraverso una continua ricerca e una permanente riflessione su quanto accade. Paolo Ruffilli è da sempre intensamente consapevole della forza della poesia come arma di vita, tanto che il suo progetto poetico, che ha poi prodotto questa suggestiva opera Le cose del mondo (Mondadori), nasce molti anni fa: un cammino di parole che si dipanano nell’arco di oltre quarant’anni. Parole che si sono stratificate, unite una accanto all’altra e lo hanno accompagnato nel suo desiderio e necessità di “… perlustrare il concreto mondo”, parole tenute strette, seguite passo dopo passo, lasciate crescere nel tempo, per poi offrirle oggi in tutta la loro maturità e completezza. Un percorso durato a lungo, certamente non concluso, forse in attesa fremente di continuare con una prospettiva ancora più vasta.  Vivere accanto alla poesia significa avere un confronto con il continuo cambiamento che nel corso della vita inevitabilmente ci attraversa e induce alla non sempre facile esplorazione di se stessi. La poesia non è un percorso filosofico, o meglio è più di un percorso filosofico, poiché essa include la realtà e la ricerca del suo significato, ma anche il sogno, la follia, il delirio dei sentimenti non domati dalla ragione. Nella vita procediamo accanto a situazioni ed eventi di ogni giorno, spesso diversi, percorriamo strade per lo più ignote muovendoci con il nostro corpo che continuamente muta. Ci perdiamo in continuazione per poi ritrovarci e, accolti da improvviso spaesamento, ci riperdiamo e poi ancora… La poesia è anche incessante movimento: vedere e rivedere luoghi noti, scoprire e riscoprire luoghi sconosciuti con la certezza che tutto è una meta, ma che in realtà non esiste nessun traguardo da raggiungere. L’atteggiamento del poeta è anche quello della serendipità, ovvero della ricerca/non ricerca che conduce alla scoperta di cose non attese, di intuizioni imprevedibili, con la mente libera di vagare ovunque la conduca un pensiero. La raccolta di Ruffilli ha quasi le caratteristiche di un poema, una narrazione che si propone con una prospettiva lucida, dove è presente la grande consapevolezza non solo di percorrere, ma soprattutto di sentire “vivere” la vita. E questo sentire appare come una cosa preziosa a cui va prestata la massima attenzione, senza perdere nessun particolare.  In un’intervista Paolo Ruffilli dichiarò: “Perché scrivo? Scrivo per dare pronuncia al mio interesse per me stesso, così almeno mi pare; perché, di sicuro, l’unica cosa che mi abbia davvero interessato in maniera continuativa fin dalla più tenera età è questo interesse verso me stesso: il resto rientra nella mia ottica solo in quanto si riflette su questo specchio.” Parole che apparentemente possono quasi disturbare e turbare il lettore che vede nel poeta un portatore di sogni, o forse di verità, poiché, secondo l’immaginario collettivo,  le parole del poeta non sono altro che un’immagine dove ognuno può  trovare la forma della propria anima. Ma questo “interesse per se stessi” non significa certo allontanare l’altro da sé, ma bensì viverlo fino in fondo nella ricerca di senso tra ragione e follia all’interno di un percorso di vita in cui abbiamo un unico strumento a disposizione: noi stessi.  Per il poeta l’inizio è appunto il viaggio perché “È il movimento a darci in dote la speranza/mettendo in relazione noi stessi con le cose…” ed è un viaggio esistenziale, onirico, ma anche reale. Un treno ci porta lontano, attraversa città, paesi, campagne, paesaggi marini e boschivi e dal finestrino possiamo cogliere flash di vita quotidiana “…il letto sfatto, un bagno e la cucina. / il gatto e un vaso, al pavimento. / (….) Ombre tra le ombre che fuggono di scena, / col treno che riprende il movimento.” È un viaggio solitario, una corsa all’inseguimento di se stessi con lo sconforto di comprendere che spesso ci perderemo e certamente non riusciremo mai ad afferrare l’esistenza: “Scoprendo che la vita ci precede/ nel mentre stesso che rimane indietro.” Infatti viaggiare con la poesia è più un girovagare per cercare, e possibilmente trovare, un qualcosa di diverso che riempia di cose nuove il pesante bagaglio che ci portiamo appresso: non importa che sia reale, non importa che sia dolore, angoscia, tormento o morte, perché sarà sicuramente amore, emozione, sarà desiderio, delirio, bellezza, sarà illusione o speranza di conquistare finalmente il sogno originario: “Di corsa, inseguendo se stessi, / la propria figura smarrita, / pensandosi in fondo lasciati/ soltanto un poco più indietro. / E andando lanciati in avanti/ metro su metro, in questo/ spreco di sé nel mondo fuggendo, /intanto mutando in gara infinita/ -intravista e perduta- la vita.”  Ruffilli si lascia consapevolmente trascinare da questo girovagare tra le cose della vita senza aspettative, liberando la forza delle parole svincolandole dalla ragione, senza pensieri o attesa di raggiungere una qualche salvezza. E questo viaggio, intrapreso con un “incerto andare”, prosegue “fino al suo finire” con la chiara consapevolezza che “non dovrà arrivare da nessuna parte.” Il viaggio continua e vengono incontro esperienze e nuove sfide, come quella difficilissima di essere padre. La sezione dedicata alla figlia è intensa e intrisa di tutta la complessità e lo smarrimento che si prova in una situazione che ci cambia la vita. Si svela un’autobiografia che non vuole celarsi e scopre la fragilità del faticoso percorso di genitore: “Come eroe, lo sai, mi sono/ defilato: non ho la faccia per sostenere il ruolo, timido e/ impacciato, incerto di ogni verità.” Il poeta non teme di esporsi e rivelare la sua emozione che ben si avverte nella bellissima poesia “Salvezza”, dove raccoglie amore, forza e determinazione per offrire alla figlia parole che si stampano sull’anima: “Non avere fretta, sii paziente, aspetta/ e, proprio quando non ti importa/ più di niente, lascia che ti attraversi/ l’aria della vita. Quando ti sarai/ riempita, ecco che ti sostiene:/ si gonfiano le vele e ti rifà volare. / E, più sei stata disperata, più ti riprende. /Tu non lo sai, ma ti sei già salvata.” La notte bianca della terza sezione è una notte senza sonno, è quella degli antichi cavalieri medievali che trascorrevano la notte vestiti di bianco in attesa dell’investitura, è la notte delle preghiere, la notte dei pensieri che vagano ribelli tra il sonno e la veglia. Ruffilli non poteva trovare nome più significativo per il capitolo che raccoglie oggetti sparsi della mente e dove spazia in considerazioni sulla vita, il suo senso, la sua fine. Troviamo qui molto più che una mera riflessione filosofica.  La poesia si discosta dalla filosofia, poiché pretende e ha sempre preteso di più, come ben dice Maria Zambrano nel testo Filosofia e poesia: ”La cosa del poeta non è mai la cosa concettuale del pensiero, ma complessissima e reale, la cosa fantasmagorica e vagheggiata, quella inventata, quella che ci fu e che non ci sarà mai. Vuole la realtà, ma la realtà poetica non è solo quella che c’è, quella che è, ma anche quella che non è; abbraccia l’essere e il non essere in ammirevole giustizia caritativa, perché tutto, ma proprio tutto, ha diritto ad essere, finanche ciò che non ha mai potuto essere (…) Il poeta non teme il nulla” (pag 45). E proprio questo “non temere il nulla” che dà al poeta la forza della leggerezza, quasi una soavità, che permette la trascendenza e quindi la possibilità di dirigersi oltre i confini dell’arte. La poesia si insinua nei luoghi più oscuri e più luminosi, dove la bellezza e la gentilezza si incontrano con l’osceno, l’intelligenza e la sensibilità con l’insensatezza, la logica e la ragione con la pazzia. La poesia è luce e tenebra, è favola, dramma, storia, psicologia, racconto, può essere tratteggiata da una pennellata di un dipinto o trovar suono con le note di uno spartito musicale. Questa leggerezza permette a Ruffilli di rivisitare un componimento precedente “La gioia e il lutto” che parla di morte, ma in realtà diventa un canto alla vita poiché la gioia e la felicità, che “si confonde/ con la dissolvenza stessa…” trovano spazio e pace anche dentro il lutto: “L’orma appassita eppure, / nel contempo, rifiorita di ogni cosa. / L’ombra e l’odore, / neppure più il colore, / il pensiero pensato della rosa.” E termina con una considerazione sul suo cammino, affermando non senza stupore: “Io partito debole e incerto sui bersagli/ senza vera meta e senza una ragione, / capace invece contro la mia attesa/ di trarre energia dal vuoto e dal dolore/ (…) diventato con sorpresa (strana, mi dico, / la mia sorte) via via più forte per la vita/ avanzando e avvicinandomi alla morte.” Colui che è in viaggio è certo che si imbatterà sempre in qualcosa durante il tragitto, ma soprattutto, anche se a volte è inconsapevole, è sempre attorniato da cose di ogni tipo. Gli oggetti che ci circondano e fanno da palcoscenico alla nostra rappresentazione, non sempre destano attenzione, li guardiamo distratti, come se la loro presenza non interferisse in nessun modo con noi. Li tocchiamo, li guardiamo, li usiamo, ma poco li pensiamo. La quarta parte del libro, che dà titolo all’intero libro, è dedicata alla descrizione anche minuziosa di oggetti di uso comune. Per descriverli però prima devono essere pensati, bisogna soffermarsi su di loro, saper cogliere particolari o attinenze mai considerate, girare e rigirare tra le labbra il loro nome, ripeterlo ossessivamente fino a quando non prende forma. Significa raggiungere la consapevolezza del loro esistere, al di là della loro uso comune, ma come Cose in quanto tali. E poi ribattezzarli, esattamente con quel nome.  Al poeta nasce anche il dubbio che tutte queste cose del mondo che ci fanno da scenario in realtà potrebbero essere animate: sono libere o sono vittime della nostra attenzione? “Ma cosa fanno le cose quando/ sfuggono di vista al controllo/ che su di loro esercitiamo? / (…) Aspettano giorni inchiodate nel silenzio/che torni ad animarle un po’ la nostra presa? / O basta che solo le pensiamo/ e di per sé succede che il pensiero/ nominandole faccia da tiranno/ ad annullare la loro libertà?” Questi versi dedicati alle cose, di contenuto apparentemente considerabile poco “poetico”, raggiungono momenti lirici che lasciano spiazzati e confusi per la magistrale abilità con cui si manifestano. Le cose si usurano, probabilmente ci sopravvivranno. Cose su cui ogni giorno posiamo sguardi distratti, cose che ci stanno accanto mute, ma concrete nella loro forma, colore, consistenza, come la matita che ci passiamo sbadatamente tra le dita: “Il piccolo cilindro smozzicato, pendolo/ appuntito calato nel pozzo della sera.” o il bicchiere che noncuranti teniamo in mano: “Fragile, freddo, cupo, colmo, trasparente:/ fonte di pace e di ristoro, schermo e/ diga al niente, tramite fermo intanto/ al liquido scorrere del mondo.” Questa descrizione attenta delle “cose del mondo” rappresenta anche una minuziosa ricerca di sé, un’ossessione che si srotola lungo tutta la vita e che, portata davanti a uno specchio, trova: “L’immagine diversa dall’immaginato. / E, nel gioco tra differenza e identità, / svelata il poco di verità, nella scoperta/ che il mondo noto non è l’unica realtà.” Ci osserviamo, a volte, sorpresi allo specchio, cerchiamo di riconoscerci e guardiamo attenti il nostro corpo, perché siamo corpo e così sicuramente ci vediamo apparire. L’anima è nascosta, o meglio, forse è anch’essa il nostro corpo: un’anima infiltrata tra le nostre cellule, definita dalla chimica dei pensieri.  Il corpo lo vediamo, lo sentiamo, lo tocchiamo, lo annusiamo. Siamo soliti considerarlo nella sua interezza, così lo pensiamo: una rappresentazione di noi stessi. Invece Ruffilli, quasi come una magia, afferra il corpo e, con un passaggio veloce e rapido, lo spezzetta, lo seziona e ne fa una mappatura in versi, appunto un “Atlante anatomico”. Il lettore spaesato si cerca tra i versi, quasi a volersi ricomporre, ma poi si lascia affascinare dalla follia dei pezzi staccati che si raccontano, rigorosamente in ordine alfabetico: ascelle, bocca, capelli, caviglia, cervello, collo, cosce, cuore, denti, ginocchia, gomito, labbra, lingua, mani, naso, occhi, ombelico, orecchi, pelle, pene, piedi, schiena, sedere, seno, spalle, testicoli, ventre, vulva. Ma in realtà questo è molto più di un elenco o di una descrizione, infatti ognuna di queste parti prende vita e significato, si colloca nella storia e nella cultura, evoca riflessioni e ci rende consapevoli di come il nostro corpo è l’espressione di noi stessi, o meglio del nostro essere nel mondo. Infatti il corpo vive le situazioni del mondo e le situazioni determinano la forma del corpo.  Quindi più che un “atlante anatomico” sarebbe più giusto definirlo “espressione anatomica” del nostro io. Colpisce ad esempio la poesia dedicata all’orecchio: “(…) Li accoglie interi e netti, i suoni,/ il padiglione aperto nel suo invito/ e li convoglia incontro alla membrana:/ ospiti del vestibolo in cui però spogliarli/ di ogni superfluità, più che si possa./ Ed ecco che, invasa dal di fuori, con l’udito/ l’interiorità raggiunta è scossa”  o quella che ha come protagonisti gli occhi: “(…) capaci di dar forza e di pietrificare:/ il sole e la Medusa, la sorgente sacra/ dell’aria e il suo vivido splendore/ per cui si arriva penetrando/ al fondo dell’animo e del cuore.”  In entrambi i componimenti si coglie il movimento tra fuori e dentro, fuori si capta un suono, un’immagine, che dentro (ma poi cosa è il dentro?) si trasforma magicamente in un’emozione che “scuote l’interiorità” o “penetra al fondo dell’animo e del cuore”. Ruffilli pagina dopo pagina descrive, o meglio racconta, un corpo apparentemente ridotto a pezzetti, ma infine si comprende come in realtà sia strettamente unito, poiché nell’ espressione di sé improvvisamente si ricompone il puzzle che disegna lo spazio della vita. Tra le righe si coglie bene anche la dimensione erotica delle descrizioni, l’eterno desiderio di una sfida a duello tra maschile e femminile, perché, si sa, parlare di corpo significa parlare di carne, e quindi di eros: “…è con il nome nel suo stesso pronunciarlo/ che il desiderio riesce a concretarsi/ spinto con foga sulla pelle a invaderne/ e permearne ogni rilievo e anfratto/ con le parole che aprono la carne/ amplificando la vista e il gusto/ l’udito, l’odorato, il tatto.” Alla fine la vera protagonista di questa raccolta, e del fare poesia in generale, è la parola, “lingua di fuoco” che “rompe il silenzio”, a cui è dedicata l’ultima parte del libro. Il poeta quasi corre sulle tracce di Rudolf Steiner che affermava: “Nel linguaggio non giace solo la parola. Nella parola sta tutto l’uomo come corpo, anima e spirito. La parola è solo un sintomo dell’uomo più ampio.”  La parola è infatti centrale, perché è un contenitore di pensiero e di senso, che arriva da molto lontano e può racchiudere mondi diversi a seconda di chi la scrive, di chi la legge e di chi la pronuncia. La parola del poeta ha un peso e un grande spazio che la circonda, un libro intonso che può essere riempito da chiunque e da qualunque cosa. Uno spazio che risuona di valore e di armonia musicale e si manifesta in tutto il suo potere: “Fatale è il gelido potere che la parolaha in sé, più nuda e più crudele/ di qualsiasi altra cosa in bene o in male./ E, nel suo uscire fuori dalla bocca,/ ecco che di colpo dà pronuncia e vita/ oppure con i suoi colpi dà ferita e morte/ a ciò che si vede pensa sente gusta o tocca.“ La parola vibra nella bocca e fa vibrare tutto il corpo, completamente coinvolto nel mistero del linguaggio, che affonda le sue radici nella notte dei tempi: “Ha filamenti lunghi la parola, /radiche chiare e barbe nere/che pescano nell’utero del tempo/ tra le melme di quel limo viscerale/ che ha dato soffio e corpo musicale alle cose ancora sconosciute…” Perché la parola è la musica della vita che ci penetra, arriva in profondità del nostro essere e con una potenza immane evoca le cose del mondo, rappresenta sentimenti ed emozioni per consegnarci significati e appartenenza.
Patrizia Riscica
http://www.italian-poetry.org/2020/05/14/il-senso-della-poesia-in-ruffilli/

 

L'ATLANTE DELLE COSE di Davide Rondoni
Paolo Ruffilli tenta un’impresa decente e disperata. Nel suo "Le cose del mondo" (Mondadori, 2020) muovendosi con la perizia del tessitore di versi consumato fino a raggiungere a volte guizzi di sorgiva ironia e lampi di grazia, propone, dopo la sezione iniziale dedicata al viaggio o alla sua illusione, una specie di catalogo delle cose e dei movimenti dell'animo che con poesie brevi e pensose prova a catturare. Così abbiamo poesie dedicate alla paura o al piede, alla nostalgia del mare o al pene, dal "tatto delle cose" o direttamente a loro "le cose". Un catalogo apparentemente  nel segno della resa, ma intesa come unica possibile accettazione del mondo e del destino che Ruffilli vi vede inscritto, ovvero il progressivo annientamento delle cose che pure, secondo un topos letterario già sviluppato da tanti -tra cui ad esempio Giampiero Neri- si sa durano pure più delle persone. Un libro personale e cosmologico, che indaga la natura del linguaggio e la resistenza materiale dellla vita. Ruffilli però nella sua quasi pacificata catalogazione al cui fondo tiene sempre desto un cuore che "conosce la paura". La stessa forza definitoria di oggetti, cose sentimenti, realtà fuggevoli pare il riflesso di una lotta contro una paura di fondo. Forse la poesia ê quell'ambito dove puo accadere che la parola umana fallisca a questa classificazione che è conoscenza. Pure potendo essere la poesia il luogo di  "poche semplici uniche parole".
“Poche semplici uniche parole / solo strettamente necessarie / secche scorticate nel loro lividore  / quasi puntiformi e tuttavia capaci  / per ampie ondate in successione / di ingrandire e amplificare il senso  / dentro lo splendore illuminante  / della sua accensione, fino a indurre  / la più inedita ardua comprensione.”
Ma se fallisce la poesia allora cosa ci resta? sembra gridare dal fondo trattenuta la paura di Ruffilli che alla poesia ha dedicato la vita. E allora forse non si tratta di una “resa”.
Il gesto di Ruffilli documenta che non crede che il male sia nelle cose, per riecheggiare un romanzo del Cucchi probabile estensore della partecipe quarta di copertina, dove si sottolinea giustamente la natura di “atlante anatomico” di una parte del libro. Che Atlante lo è di tutto. Quarta di copertina dove tra l'altro veniamo informati che questo lavoro è un risultato di un progetto quarantennale a cui Ruffili non ha mai cessato di lavorare mentre pure percorreva i tanti viaggi della sua poesia, sia viaggi stilistici e fisici in giro per il mondo. Come se a questo appuntamento nudo con le “cose” il poeta dovesse arrivare, aperto a tutta la deficienza e la magnifica ambiguità del dire, e con esse in lotta. Deficienza e magnifica ambiguità che proprio nel termine "cose" trova una sua speciale verifica.
Infatti, ricordo che il mio traduttore americano sottolineava la difficoltà nel tradurre i miei testi proprio a riguardo dell'uso che facevo del termine "cosa", che proviene all'italiano da una radice che sovrappone il latino causa (motivo, affare) con il signifcato di res (propriamente cosa oggetto) arricchendosi in un modo che, ad esempio, il semplice "thing" non  abbraccia del tutto. La cosa, in italiano, le cose, hanno insomma come un sovrappiù di senso rispetto a quanto esprimiamo con il termine oggettgo o particolare. Una sorta di sostanza, di motivazione che appunto muove l'atlante di Ruffilli come fiore estremo di una "poesia delle cose" che qualifica l’intera poesia italiana stessa rispetto ad altre tradizioni, legate maggiormente alle facolta immaginative, o alle tensioni filosofiche. Non che queste ultime non siano ben presenti nella nostra migliore poesia ma sempre innestate in una attenzione, in una adesione alle cose che accomuna anche autori divaricanti per stile e poetiche, un D'Annunzio e un Pascoli, per dire, o un Bertolucci e un Caproni. Una caratteristica che viene su da Francesco d'Assisi fino a Montale e presente come fibra della migliore nostra poesia. E se il correlativo oggettivo di eliotiana anglosassone memoria era certo nutrito dei prodigi allegorici di Dante, e dalle sue verticalità di viaggiatore tra mondi, ora la mente indagatrice di Ruffilli sembra percorrere una dimensione "orizzontale", a seguire quel che dice la bandella. Ma accade di trovare, specie nella parte finale del libro, ove la poesia e il dire quasi superano se stesse e le cose come materia della riflessione, non a caso con certe lontane cadenze di versi luziani, se pur rallegrati da cadenze ironiche caproniane, un altro passo, non solo "orizzontale" Qualcosa che somiglia al taglio di Fontana. Una indagine che è per così dire anticipata da vari testi lungo il libro, tra cui uno in una sezione centrale nella raccolta chiamata "Il nome della cosa":
“Eccolo, il nome della cosa: / l’oggetto della mente / che è rimasto preso e imprigionato / appeso nei suoi stessi uncini / disteso in sogno, più e più inseguito  / perduto dopo averlo conquistato / e giù disceso sciolto e ricomposto  / rianimato dalla sua corrosa forma  / e riprecipitato nell’imbuto dell’immaginato.”
ecco quella indagine, dicevo, sulla parola e sul dire da orizzontale diviene indagine sulla visione stessa, indagine sulla forza rivelativa delle cose, alla ricerca della "anima del mondo". Indagine tesa a ricevere "l'annuncio" di qualcosa "oltrepista" come dice l'ultimo testo:
“deflagrare / il flash inaspettato  / l’annuncio / della rotta  / che tira all’indimenticato,  / dell’oltrepista / per quello stato eterno  / dentro la vita / disperso e frantumato  / dalla vista?”
Qui si chiude il libro-atlante di Ruffilli, in una tesa interrogazione, tensione segnalata anche dal farsi in tale finale più franto e ritmico dei versi.
Come se il viaggio, e il suo minuzioso inventivo e pure divertito resoconto, avessero offerto sempre più verità e drammatica sostanza alla domanda, ovvero alla disposizione bambina del cuore umano. Infatti l'autentica poesia -come Ruffilli qui mostra- è uno dei modi con cui l'animo umano, anche quello stesso del poeta carico degli anni suoi e dei secoli che le voci gli hanno fatto risuonare addosso e dentro, possa tornare sempre bambino. Non solo homo faber o homo aeconomicus, ma homo quaerens, et admirans. Riscoprendo anche al termine di un lungo cammino intatta e più viva la linfa della sua vera giovinezza.
Davide Rondoni
https://www.rivistaclandestino.com/paolo-ruffilli-le-cose-del-mondo-mondadori/

 

PER LE COSE DEL MONDO DI RUFFILLI di Giuliano Scabia
Eccolo un libro bellissimo, profondo, nel qui e verso l’oltre, canzoniere bianco e scuro, musica di poesia. È Le cose del mondo di Paolo Ruffilli (Mondadori) – nome titolo pieno di echi lontani e vicini. Dentro ci sono sia le cose, sia l’anima del mondo. Chi vuole inoltrarsi in questa foresta bianca che risuona di rime, fruscii, risonanze, consonanze, passi, ascolti si può avviare con calma, ascoltando. È così che pian piano si manifestano certi poeti, piano piano: e talvolta, quando varcano la soglia dell’età profonda – in questo caso oltre i settant’anni – diventano sapienti e sapienziali. C’è quasi tutto nel libro di Paolo Ruffilli: il treno vita e annuncio dell’oltre, realtà e metafora del viaggio (Nell’atto di partire, primo capitolo della struttura poema).  E c’è La morale della favola (secondo capitolo), dedicato alla figlia, con Lao Tzu a fare da eremita sentinella, e un verso da amare (”però, se perdi, volgilo in conquista”, La scuola, p.54): morale della favola, come dire: ecco, ho capito questo attraverso la mia vita. E c’è, altissimo, il cuore del canzoniere, La notte bianca (terzo capitolo) dove a un certo punto con magistralità da astrofisico Ruffilli descrive e vede il corpo dell’universo (“L’infinito esplodere continuo…/ nel tunnel in salita circolare, / avvitando trascende e si contiene / a replica dell’elica infinita, / codice e radice, cassaforte della vita.”, Universo, p.92). E poi (quarto capitolo del poema) ecco il mondo delle piccole cose, osservate, incise, amate, rivelate (Le cose del mondo, armadio, anello, astuccio…). E poi ecco il corpo, la sua anatomia – straordinario atlante degno di Vesalio – corpo di parole e scienza dell’osservare (quinto capitolo). E poi ecco il finale sulla lingua “(Vola alta, parola”, Luzi) e il suo fuoco: la sua capacità (della lingua del poeta e di quella di tutti) di dare forma chiara al gorgo dell’amalgama oscuro. Parola che viaggia, viaggio della lingua che emerge su dal fondo, esonda, viaggio, di nuovo, a ripresa dopo il primo capitolo del poema, per chiudere la struttura ferrea del libro: che finisce appunto con la nostalgia del mare – nostos e acqua madre, ritorno, termine aperto del viaggio, annuncio dell’eterno (“Cos’è l’eternità? È il mare…”), eterno continuamente interrogato, domandato, chiamato – trascendente della nostalgia e della credenza. Chi va a camminare nelle Cose del mondo si sente confortato – perché è un libro d’ore, e d’orazione. Di grandi silenzi dentro le parole. Conforto di poesia.
Giuliano Scabia
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http://www.italian-poetry.org/2020/04/15/per-le-cose-del-mondo-di-ruffilli/

 

LE COSE DEL MONDO di Enza Silvestrini
Il senso dell’esistenza si annida nel rapporto dell’uomo col mondo. Un mondo fatto di generiche cose, un’ampia categoria in cui rientrano gli oggetti, gli altri, l’io stesso e le relazioni che questi intessono tra loro. Un mondo che ha consistenza materica, direzione e volontà. Un mondo che precede l’uomo e che resta oltre lui, malgrado lui. Ma cosa è anche una parola generalissima che si insinua in ogni discorso. In una raccolta organica, scandita in sei capitoli, approdo di un lungo lavoro, Ruffilli indaga questo rapporto tra soggetto e oggetto risalendo la corrente di una riflessione antica e mai conclusa. Nella breve nota introduttiva, capitoli è la parola che, usata dall’autore per designare l’articolazione in parti, segnala la compattezza tematica, strutturale e formale del libro. Le poesie si snodano in architetture di strofe uniche, percorse dalla musicalità di rime e assonanze, di versi che guardano alla tradizione avvicinandosi, prevalentemente, al respiro dell’endecasillabo e del settenario. Da subito, affiora la parola sguardo che, nella sua pregnanza, si fa ponte di passaggio tra realtà soggettiva e oggettiva. Lo sguardo è la visione fisica e mentale che afferra e ricostruisce nel pensiero le cose, che segue il movimento di qualcuno. Essere fermi o in movimento è la dicotomia insoluta di questo rapporto. Non a caso Nell’atto di partire è il capitolo che apre la meditazione di Ruffilli. Il viaggio diventa metafora dell’esistere poiché implica l’assunzione dei rischi dell’ignoto. Partire nonostante la paura del viaggio, il terrore di non saper tornare. Consegnarsi all’imprevisto, alla consapevolezza del rovesciamento di ogni prospettiva e, nel contempo, alla speranza di andare verso le cose per popolare il nostro mondo anche di quelle sinora ignote o distanti. Le cose sfilano dentro lo sguardo, catturate da un finestrino di un treno in movimento. Procedono all’indietro. Ciò che si vede è una realtà incoerente che si rivela a sprazzi, rappresa in un singolo gesto (un braccio sollevato in alto) o in un singolo elemento (il letto sfatto, un bagno e la cucina). Tutto fugge di scena. All’incrocio di traiettorie irregolari, dove è difficile tracciare una direzione precisa (Avanti e indietro… qui e là … più o meno), per ragioni imperscrutabili, si compie l’incontro di due vite e dei loro possibili destini. Così il viaggio diventa anche specchio di sé stesso, della possibilità di ritrovare in un percorso, apparentemente ripetitivo, le spoglie di un sé passato. Le tappe progressivamente si mescolano all’ombra annidata nelle cose, al dubbio di viaggiare a vuoto, di non avanzare mai, di non centrare il treno o la stazione giusta. Il moto inerte della vita è l’ossimoro che compendia questa paura. Tutto, allora, sembra confluire verso una deriva senza appigli ai quali annodare la propria esistenza. Tuttavia, proprio quando la poesia sembra chiudersi in questa immagine dolorosa, il discorso poetico riparte dalla tenace forza con cui si rinasce comunque, tornando a galla, ma soprattutto ricominciando, nel secondo capitolo (Morale della favola) dedicato alla figlia, da una storia parallela che sgorga viva e nuova nel sorriso dell’infanzia, in una nuova vita pronta a rifare daccapo l’intero percorso. La bambina è altro da sé, ma anche specchio di sé: ripercorre le stesse tappe del movimento vitale cominciando da una logica parziale, dalla scoperta, dalla paura, dall’acquisizione delle cose, da una realtà contaminata dall’immaginazione, fino alla smacco dell’esperienza che insegna come il mondo si sottrae ai nostri desideri, fino alla ricerca di un equilibrio incerto tra l’evidenza e l’ombra delle cose. Preservare entrambi è lo scopo. L’adulto e la bambina sono due differenti sguardi sul mondo, si tengono per mano. La saggezza dell’adulto dovrebbe insegnare alla bambina la disillusione, la diffidenza rispetto a una realtà incurante delle nostre aspettative, ma in fondo la maggiore saggezza consiste proprio nel non rivelare questa verità: Se no che resta? Il terzo capitolo, La notte bianca, si muove interamente nella dialettica conoscitiva sospesa tra grandezza e viltà, tra il bisogno, connaturato nella natura umana, di elevarsi fino alla trascendenza, di legare frammenti di realtà in strutture di senso e la fallace ingannevolezza del nostro sguardo che urta contro la solidità dell’universo. La memoria, lo spazio, il tempo, le leggi della logica e della retorica sono gli strumenti di una ragione che deve saldarsi al cuore e che avverte lo sgomento delle vane immagini, della falsità fabbricate dalla mente. Per poterle distinguere, si trascorre la notte in bianco, stando svegli a catturare il mondo nel momento del suo stare più deserto, quando lo sguardo può spaziare e assaporarne i frutti. Avanzando in questo territorio, appaiono Le cose del mondo, quarto capitolo della raccolta. Sono piccole cose marginali (armadio, bambola, bicchiere, finestra, letto, occhiali…) che formano un catalogo compatto e dettagliato di una realtà materiale quotidiana, comune a ogni uomo. Le poesie tematizzano oggetti intorno a cui, apparentemente, c’è poco da dire, ma nei versi anche la banalità di un Palo può riassumere la direzione di una freccia diretta all’invisibile cielo, essere portatore di un’energia sottratta al cosmo. Tutti questi oggetti, nella loro inerzia, sono un collegamento tra noi e il mondo: alcuni (porta, balcone) più di altri ci tengono sulla soglia, altri sono tracce della nostra interiorità, della nostra mente (le calze, ad esempio, sono il segno del desiderio, la sedia è una sfida alla gravità universale). Il catalogo termina con Vocabolario, oggetto che racchiude ogni parola e con esse tutte le cose. Ma la chiusura del capitolo è affidata alla domanda essenziale che grava sulle cose: come sono oltre noi e al di là della funzione che per noi assolvono? È una domanda radicale che ripercorre il problema della differenza tra reale e rappresentazione del reale: la poesia cattura gli oggetti attraverso la rappresentazione che è l’unica forma possibile per uscire dalla pura materialità del reale, ma anche un tradimento della verità ontologica del reale stesso sempre sfuggente. Le cose, nella loro placida persistenza, stanno in una solidità immobile, compiuta nello spazio. Il loro destino sembra essere la durata: sopravvivere all’uomo. Eppure anch’esse cederanno a una lenta consunzione che le ridurrà a polvere. Sulle cose e sul mondo si aprono le porte del corpo. Lo sguardo lo attraversa in Atlante anatomico con meticolosa attenzione, ricomponendo tra ascelle, bocca, denti, orecchie, pene, ventre, vulva … una mappa di un continente che, pur costituito dalle stesse parti fisiche, non è mai uguale a sé stesso già a partire dalle differenze del genere. Per sottrarsi al vuoto dell’informe, le parti del corpo hanno bisogno di essere nominate da una lingua limpida e netta, che racchiude la forza del fuoco capace di rompere il silenzio. Lingua di fuoco è, infatti, l’approdo della raccolta dove si giunge al compimento della vasta esplorazione in cui Ruffilli ci ha guidati. La parola scava nell’ombra, in una melma primordiale in cui tutte le cose sono disciolte prive di forma, riempie con la sua pienezza sonora l’involucro vuoto del mondo, sfida il buio che preme sui confini del reale e del linguaggio, dà nome all’inconoscibile nulla, a ciò che è assente. Strutturata in ordinate categorie universali, la parola costruisce l’universo delle cose. Ma le cose solo in parte si legano alle parole che abbiamo inventato per dirle: restano gli Interrogativi finali in cui la lingua, cercando di valicare la porosa materialità dell’universo, si scontra con la resistenza delle cose. La parola, infatti, fondandosi sulla convenzione che lega l’oggetto al nome, confonde reale e rappresentazione del reale. La parola è il mirabile equivoco che rende possibile la poesia.
Enza Silvestrini
https://www.poesiadelnostrotempo.it/paolo-ruffilli-le-cose-del-mondo/

 

SGUARDO SULLE COSE DEL MONDO di Laura Simeoni
Le cose del mondo non sono come sembrano o come siamo pigramente abituati a considerarle. Ciascun oggetto ed anche una parte del nostro corpo, può rivelare pieghe inaspettate, scardinare le nostre certezze, spingerci ad un viaggio reale o immaginato. In libreria dal prossimo 28 gennaio, il nuovo libro di Paolo Ruffilli concretizza un percorso lungo 40 anni, dando voce al pensiero e soprattutto alla parola, che tanto sta a cuore allo scrittore nato a Rieti nel 1949 e giunto tanti anni fa nel capoluogo della Marca affascinato dall’aura della “Piccola Atene” cantata da Dino Buzzati. Si intitola “Le cose del mondo” la raccolta di poesie composte a partire dagli anni Settanta, pubblicata da Mondadori nella collana “Lo Specchio”, dedicata ai poeti del nostro tempo. E Ruffilli poeta lo è fin nel midollo, affascinato dal potere magico delle parole e dalla loro stratificazione linguistica in un’operazione razional-emozionale in grado di produrre effetti sorprendenti. Suddiviso in diverse sezioni, una delle quali dà il titolo al volume, il lavoro si presenta come un’opera unitaria, un ampio work in progress arricchito negli anni da sfaccettature diverse, così come le angolazioni da cui Ruffilli guarda scorrere l’esistenza, in movimento tra le cose e le persone, comunque “straniero tra la gente”. Un andare incerto perché è sempre difficile staccarsi da ciò che è noto per l’ignoto, ma in fondo spinto “dalla speranza di un’intuizione certa e/un sesto senso che mi spinge/la coscienza comunque fulminante/della scoperta più paradossale/che bisogna intanto perdersi/per potersi davvero ritrovare”. Osservatore sensibile, come lo definisce nel risvolto di copertina Maurizio Cucchi, Ruffilli viaggia oltre la superficie, descrive oggetti e incontri prediligendo i dettagli come un pittore fiammingo. Doti emergenti nel capitolo che dà titolo al libro in cui il poeta si muove a diretto contatto con oggetti quotidiani “che si impregnano del nostro passaggio, trovando il senso non banale della loro presenza, si tratti del cappello o del bicchiere, della barca o di un diario”, così come Pablo Neruda nelle sue odi ci permise di guardare con occhi nuovi patate e pomodori. Il viaggio continua nell’Atlante anatomico, dedicandosi alla bocca o alla caviglia come al cuore o al cervello, non senza ironia, con il bisogno di andare oltre la consistenza e l’abitudine. E dopo un capitolo sulla misurazione di sé in rapporto con l’altro, dedicato alla figlia, in conclusione, il poeta si tuffa nel suo amato oceano di parole, pescando nel profondo più fondo. “Attraverso il linguaggio prendiamo atto di ciò che è la vita” sostiene Ruffilli. La parola crea, canta la vita, fa l’uomo Uomo. Ma per assaporarla bisogna lasciarsi conquistare dalla sua musicale magia, dalle stratificazioni linguistiche e da un tempo in cui significante e significato coincidevano. Tempo. Tamp Tamp Tamp ritmavano gli antichi rievocando nel tamburo il battito del cuore. Le etimologie non son cose da adepti, dovrebbero incuriosire ogni persona che voglia connettersi con sé e con l’universo. Ed anche se le nostre mille domande resteranno senza risposta, potremo così affrontare la vita più consapevoli. Stemperando nei versi la nostalgia per un mondo perfetto e coerente, dunque impossibile.
Laura Simeoni
La Tribuna di Treviso, 28 gennaio 2020

 

L’IO E IL MONDO NELLA POESIA DI RUFFILLI di Sergio Spadaro
Come dice nel risvolto di copertina Maurizio Cucchi, Paolo Ruffilli ha riunito in Le cose del mondo (Mondadori, Lo Specchio, MI, 2020) un esercizio poetico quasi quarantennale, nel quale “pesca nelle profondità e negli anfratti del dire, nella formidabile, paradossale e ‘visionaria immaginosa verità della parola’, alla quale chiede risposte, ben sapendo, nella sua saggezza, che troppi interrogativi rimarranno inesorabilmente aperti”. A differenza di altre prove che l’autore ci ha dato in passato, dove la tematica era “esterna” (La gioia e il lutto del 2001, sulla passione e morte per AIDS; Le stanze del cielo del 2008, su persone che hanno perduto la loro libertà). qui la tematica è squisitamente “interna” e il libro – come lo stesso Ruffilli dice in una nota introduttiva – vuole porsi come “costruzione poematica” […], nel suo intento di “perlustrare il concreto mondo in cui si è venuta muovendo la mia esperienza, in un gioco di continui rimandi e rispondenze tra io e realtà esterna attraverso la pratica del linguaggio”. Insomma l’”io” nella sua dialettica col “mondo”.
    Il libro si compone di sei sezioni: come sempre l’architettura dei libri di Ruffilli è molto composita e rigorosa. Una di esse, la seconda. è dedicata alle cure domestiche ed educative nei confronti della figlia, adolescente. Altre, come la prima, sono tipiche del modo di poetare e di comporre dell’autore, il quale fa poesia-pensiero e non poesia-lirica. Come abbiamo già notato in passato, Ruffilli – secondo le distinzioni junghiane – appartiene infatti al “tipo” di pensiero e pertanto in  lui l’intelletto ha due manifestazioni: quella appunto “pensante” nel senso che tende a manifestare considerazioni più generali e universali (non usiamo la parola “filosofiche”); come dice lui stesso “ecco che la mente fa ricorso all’ordine / per ricondurre al dato universale / ogni dettaglio” (p. 185). L’altra modalità si estrinseca nella “griglia” degli elementi grammaticali-fonico-sintattici attraverso i quali viene imbrigliata la proliferante attività dell’inconscio, vale a dire quella di dare un ordine tettonico e compositivo al suo linguaggio (mediante soprattutto le rime interne ed esterne, le assonanze e le consonanze).
   D’altra parte la realtà del mondo è sempre “fluttuante” (come si dice nella meditazione orientale e ricordiamo che Ruffilli si è interessato al Taoismo e ha curato La regola celeste) ed è pertanto solo apparente. Essa va dunque alla deriva (ben tre volte il termine ricorre qui: p. 34, 41 e 193) e il suo mistero è difficile da sciogliere. Si tratta di “una realtà molteplice / stratificata, ibrida, contraddittoria / nell’abbraccio di bene e male, di più e / di meno, fatta di vuoto che si fa pieno” […] (p. 184). Vale infatti la coincidentia oppositorum e perciò prevalgono il paradosso e l’ossimoro, anche se il senso simbolico in loro racchiuso è sempre ambivalente. Per questo – come egli stesso ha affermato in un testo in prosa, Preparativi per la partenza (Marsilio, VE, 2003, p. 9) – “niente si sa e tutto si immagina. Non esiste realtà se non quella che entra in noi. Di ciò che è fuori non possiamo dire, perché è solo apparenza, o addirittura abbaglio. L’immaginazione è l’unica via che io conosca per saperne di più”. E, si sa, per C.G.Jung solo “la liberazione dagli opposti conduce alla redenzione” (Tipi psicologici, Boringhieri, TO, 1977, p. 212).
   Questa discesa nel soggettivismo avvicina il pensiero di Ruffilli alla filosofia di George Berkeley. Infatti ogni processo conoscitivo avviene attraverso la sensazione: esse est percipi. Si possono conoscere solo le nostre percezioni, che sono dunque una mera rappresentazione del nostro spirito. Ecco perché in Ruffilli il “nominare chiama e, sì, […] invita ciò che chiama a farsi essenza” (p. 198). Ci sono così addirittura due sezioni del libro dedicate a questi nomina rerum: una (Le cose del mondo) che ci dà alcuni nomi della “cosa” (del tipo “armadio”, “bambola”, “finestra”, “sedia”) e l’altra (Atlante anatomico) che vuole restituirci alcuni componenti del nostro corpo (del tipo “bocca”, “capelli”,”caviglia”, fino agli organi sessuali maschili e femminili). Perché sono “le parole che aprono la carne / amplificando la vista e il gusto / l’udito, l’odorato e il tatto” (p. 170). Come è detto in un aforisma apposto come epigrafe all’ultima sezione del libro: “L’universo, a diversi gradi di verbalizzazione, è costruzione simbolica del nome” (p. 171).
   Sotto l’aspetto del lessico impiegato, non si può non osservare che, quasi a contrasto con la nominazione concreta delle cose, ci sono poi delle occorrenze astratte: “tuttità”, “inessente”, “nientità”.
    Infine, se la “cosalità” del mondo è preponderante (“le persone muoiono e restano le cose”, p.105), è vero però che a volte lo sguardo umano, quasi terapeuticamente, si volge verso “l’altrove, il cielo… il trascendente” (p, 100).
Sergio Spadaro
http://www.paeseitaliapress.it/news_11407_LIO-E-IL-MONDO-NELLA-POESIA-DI-PAOLO-RUFFILLI.html

 

POESIA COME CONOSCENZA IN RUFFILLI di Elisabetta Stefanelli
Le cose del mondo (Mondadori) è ''opera unitaria'', ''costruzione poematica'' frutto di una lunga ''elaborazione, di un lavoro più che quarantennale'', e che, appunto, attraversa tutta la produzione di Paolo Ruffilli, dal 1978 al 2019, per portare in un unico volume l'idea che, pure tra le forme diverse, fa da filo conduttore alla sua espressione, alla sua necessità di ''perlustrare il concreto mondo'', ''in un gioco di continui rimandi e rispondenze tra io e realtà esterna attraverso la pratica del linguaggio''. Ma non solo. Scrive l'autore che questo libro è ''una tappa fondamentale del mio percorso poetico''. Ma non solo aggiungerei ancora. ''Le cose del mondo'', che esce in questi giorni nella prestigiosa collana dello Specchio Mondadori, inizia con ''Nell'atto di partire'', dando subito l'idea dinamica di un viaggio, il suo viaggio non solo fisico. Anche se qui il poeta intende il viaggio piuttosto come lo sguardo che vede lontano per interpretare a modo suo e ''contro i rischi dell'ignoto''.
    Ecco da evitare è proprio l'ignoto, intendendo la poesia prima di tutto come forma di conoscenza, ''scoprendo che la vita ci precede/ nel mentre stesso che rimane indietro''. Mai partito mai arrivato con la vita che pizzica in gola come un rimorso e spaventa il poeta che attraversa in treno l'esistente cogliendo la vita dal finestrino o da stanze d'albergo ''da lasciare all'alba''. Di passaggio, come la sua lingua che esita tra il quotidiano e l'aulico alla ricerca di una sua semplice classicità. Spoglia, lineare, priva di orpelli e in questo bellissima e immutata in quarant'anni di leggerezza come ''un soffio che respira su ogni cosa,/ una condensa di fiati e di sostanze'' che però non dimentica di essere ''alito di morte''.
    ''Morale della favola'', sostiene Ruffilli nominando uno ad uno i suoi capitoli, è che ci sono un principio e una fine dentro i quali tutto accade, la rivolta, la paura, le bugie, il buio, l'intenzione, gli amici, la scuola, la seduzione, la resistenza, la fantasia, il successo, l'orrore o la semplicità di un pettine che scivola tra i capelli e molto altro. Fino all'evidente che ''ti impedisce di vedere la parte più importante''. Le cose nominate in un catalogo e racchiuse nei versi di una poesia da portare in tasca in treno, in un libro ''memoria e magazzino: la sorgente,/ nel cuore della vita, il laccio e /uncino, il continente che addita e ruota/ il divieto e la licenza, amore e disamore/ gioia e rimpianto''. Poi alla fine non potrebbe che esserci l'inventario dell'anatomia, che è carne ma anche sentimento e a chiudere la sua sublimazione nella ''Lingua di fuoco'', realtà e metafora, scrittura, sapere, fine. Ed è forse la più antica.
Elisabetta Stefanelli
https://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/unlibroalgiorno/2020/01/30/ansa-libro-del-giorno-paolo-ruffilli-le-cose-del-mondo_165f1390-d30c-4862-8ff6-6083866d0ae9.html

 

VIAGGIO TRA LE COSE DEL MONDO di Mary B. Tolusso
Non è proprio un’antologia, anche se ne potrebbe avere l’aspetto dal momento che “Le cose del mondo” (Mondadori – Lo Specchio, pag. 205, euro 20) di Paolo Ruffilli, raccoglie testi datati dal 1978 al 2019. Ma appunto, è un altro libro, fa parte di un progetto preciso, un progetto mai abbandonato: «la necessità di perlustrare il concreto mondo in cui si è venuta muovendo la mia esperienza, in un gioco di continui rimandi e rispondenze tra io e realtà esterna attraverso la pratica del linguaggio». Ruffilli qui però tenta una via diversa, cerca il più possibile di evidenziare una realtà materica, fisica. Lo comunica a più riprese, evocando stati d’azione vera e propria, dal suono della pioggia a corpi che si muovono al di là di una parete fino alla sezione dal titolo “Atlante anatomico”, dove il poeta aderisce alla sostanza totalmente, come in “Cervello”, componimento adeguato all’epoca se pensiamo alla scienza e alle sue sfide (il pensiero, in fondo, nasce dalla materia). “Le cose del mondo” inizia dall’idea di movimento, di viaggio vero e proprio, che se in parte ha una eco caproniana (da “Stanze della funicolare” al “Congedo del viaggiatore”), è anche vero che lo spostamento diviene la dinamica stessa della vita, la vita che “ci precede / nel mentre stesso che rimane indietro”, come osservare un paesaggio dal finestrino di un treno. Non è previsto nulla di incorporeo, anche nel nostro essere stranieri in mezzo agli altri. O nelle lacrime nascoste “sotto un riso tremulo apparente / e tutte le parole false, le frasi ipocrite / tirate fuori e imbastite per la gente”. E concreta è anche la seconda sezione, dedicata alla figlia, dove il rapporto va al di là di un amore parentale, mettendo in evidenza la mancanza di fantasia dell’età adulta e comunque la necessità di esperire “il mistero fitto dell’educazione”. Più difficile è mantenere una matericità netta quando Ruffilli entra in altri temi a lui cari, il linguaggio appunto, la parola, esaminata nelle sue radici e sfumature, nelle sue lotte e resistenze (con le cose), nelle sue nudità e crudeltà. Soprattutto nei suoi giochi metalinguistici e, inevitabilmente concettuali, non privi di ironia, sempre vicino a Caproni. Una “Lingua di fuoco” che si fa udibile – come nella citazione dantesca –, la parola plasma e crea, vera o falsa che sia, non ha poi così importanza, rispetto al vuoto tutt’intorno, pare l’unica entità, in fondo, a dare senso alle cose. Pare l’unico miracolo di fronte al silenzio che è “vera vita assente”, silenzio quale “inessente a ogni essere / pieno e consistente”. Con un colpo di coda insomma, Ruffilli riesce a far aderire anche il linguaggio, se pur nel paradosso metafisico, alla pratica della realtà.
Mary B. Tolusso
Il Piccolo

 

LO SPIRITO CRITICO DI RUFFILLI di Claudia Manuela Turco
Il volume di poesia Le cose del mondo di Paolo Ruffilli, edito da Mondadori nel mese di gennaio di quest’anno (disponibile anche l’e-book), può sembrare una specie di albero genealogico della famiglia dei libri scritti dall’autore, o almeno di parte di essi. A questo progetto il poeta ha lavorato dal 1978 sino al 2019, ma anche per altre opere scritte in parallelo egli ha dimostrato grande perseveranza. Una vena creativa illimitata, che si riversa nei propri libri e pure nel lavoro di valorizzazione di altri autori o nel lavoro di traduzione. Sin dagli inizi della sua attività letteraria, Paolo Ruffilli ha messo a fuoco una propria visione e concezione della scrittura, mantenendosi poi sempre coerente: «Non ho mai creduto agli esilii aristocratici e alle torri d’avorio. Per quanto mi riguarda, nel più profondo, io sento di vivere e di essere quello che sono nel mio ambiente e nel mio tempo». «Il modo di rapportarmi al mio tempo si affida» … «allo spirito critico». Così egli si era espresso in Oltre il mare ghiacciato – I poeti e l’oggi  (Campanotto Editore, 1996), rispondendo al Questionario proposto dalla curatrice Luciana Notari. E aveva ammesso: «Scrivo per dare pronuncia al mio interesse per me stesso», perché «La riconciliazione con l’essere e con la vita passa attraverso la conoscenza profonda di sé. Dare pronuncia a questa conoscenza con la poesia è un atto sociale. Proprio perché, rivelando, rende partecipi e unisce. L’universalità della poesia è anche la sua natura autenticamente sociale».  Le cose del mondo rispecchiano le tappe principali del viaggio esistenziale e poetico dell’autore. Egli, senza fare rumore, riesce a catturare “il rumore del tempo”, affrontando il nemico silenzioso che ci attende al varco (cfr. Osip Mandel’štam, I lupi e il rumore del tempo, traduzione e introduzione di Paolo Ruffilli, Biblioteca dei Leoni, 2013). Il libro risulta leggibile quasi come un poema e al tempo stesso le varie parti che lo compongono sono dotate di una certa autonomia. Queste, le tappe principali del percorso delineato: “Nell’atto di partire” (Cfr. Preparativi per la partenza, Marsilio, 2003), “Morale della favola” (sezione dedicata alla figlia), “La notte bianca” (cfr. Boris Pasternak, La notte bianca – Le poesie di Živago, traduzione e introduzione di Paolo Ruffilli, Biblioteca dei Leoni 2016)), “Le cose del mondo” (cfr. Les choses du monde, Edizione L’Arbre à paroles, 2007), Il nome della cosa, “Atlante anatomico”, “Lingua di fuoco”, “Interrogativi”. La gabbia metrica, che sostiene la struttura dell’opera, contribuisce a generare una sonorità che è armonia tra peso e leggerezza; tra le parti è stato creato un efficace bilanciamento. Da “Sveglio” risulta possibile contemplare la vita in ogni sua forma: «Aspetto sveglio il mondo / nel momento del suo stare più deserto / per spiarlo meglio a cielo aperto / in ogni suo girone di miseria e di splendore / al vento della pura esplorazione / e con l’effetto di imparare, sia pure / nell’errore, i trucchi del mestiere / per mangiare e bere i molti pasti e succhi / che si è offerto di darmi in concessione, / da provare intanto su di me / alternati nel piacere e nel dolore». Dunque, si può fare un “Piccolo inventario delle cose notevoli” (cfr. Natura morta, Nino Aragno Editore, 2012), ma anche di quelle solitamente stimate di poco conto. Il poeta abilmente cattura, in categorie universali, l’essenza della complessità del vivere. In ordine alfabetico cataloga e descrive una serie di cose considerate importanti nella nostra quotidianità, o che comunque solitamente possediamo, e in un altro capitolo, in modo analogo, si sofferma sulle varie parti del corpo. Nella misura del singolo frammento viene radunata una grande varietà di spunti: non di rado pare quasi di trovarsi dinanzi al seme pronto per un nuovo libro. Per esempio, un po’ come Le cose del mondo di Paolo Ruffilli, il “Vocabolario” è «Miniera, cascata, sorgente e serbatoio / del bene e male, del vizio e del talento, / il continente nel suo tratto emerso / e la parte inabissata, sintetico sommario, / sistematico schedario di tutto l’universo». Il modus operandi dell’autore è ben raffigurato dalla poesia dedicata ai capelli: «Strapparseli, metterci le mani in mezzo / per la disperazione e averne poi / fin sopra da non poterne più, / farseli rizzare già solo nel timore / di una previsione o di un consiglio, / e tirarci qualcuno a far qualcosa / che non dovrebbe o non vorrebbe fare, / avere guai, più debiti o pensieri, / e attaccarsi intanto in pieno / alla più piccola possibile speranza / a quell’appiglio minimo ad oltranza / e poi spaccarli ognuno in quattro / in nome della vana sottigliezza… / resi comunque unici dalla tagliata / sia corti o lunghi a dismisura, sciolti / ubbidienti al pettine o ribelli / la natura morbosa e appassionata… / il capriccio, l’ebbrezza dei capelli.». Anche se assegnare un nome a ogni oggetto serve a creare l’illusione di poterlo dominare, in realtà in queste pagine viene celebrata “Ogni minima creatura”, perché la parola si dimostra capace di dare forma sia a ogni aspetto del reale, sia alla materia dei sogni. Nella sezione dedicata alla figlia compare la poesia che si intitola “Paura”. Come nella parte finale del libro, in questi versi campeggiano i grandi interrogativi, quelli che ci lasciano irrimediabilmente senza risposta: «C’è che dovrò morire anch’io?», «Quel che sento non sarà più mio?». Quando Paolo Ruffilli parla della dimensione della morte e del lutto (la poesia “La gioia e il lutto” è inclusa, in una forma leggermente diversa, nel poema omonimo, pubblicato da Marsilio nel 2001), i suoi versi chiamano vita e non altra morte. Malgrado tutto, infatti, al lettore viene consegnato un messaggio positivo: anche se alla fine rimane solamente «il pensiero pensato della rosa», «intanto è geiser, / soffione boracifero, spumante».
Claudia Manuela Turco
https://www.ilpopoloveneto.it/notizie/cultura/2020/03/05/97479-le-cose-del-mondo-di-paolo-ruffilli

 

L’ALBERO GENEALOGICO di Claudia Manuela Turco
A chi abbia letto buona parte dei non pochi libri scritti da Paolo Ruffilli, l’opera poetica edita da Mondadori nel mese di gennaio del 2020, dal titolo Le cose del mondo, potrà sembrare persino una sorta di albero genealogico della famiglia di tutti i suoi stessi libri, o quasi. Come una grande opera, dalla quale si siano originate generazioni di altri volumi.
Le cose del mondo, per condensarsi nella loro forma definitiva, hanno richiesto una lunghissima gestazione: dal 1978 il testo è lievitato in molteplici direzioni sino al 2019, tra le mani pazienti di un autore che ha dato prova di lunga fedeltà ai suoi propositi anche con opere elaborate in parallelo e che si potrebbero definire “intermedie”. Una vena creativa inesauribile, che si riversa non soltanto nei propri testi ma pure nel lavoro di valorizzazione di altri autori o di traduzione di classici e contemporanei.
Ruffilli ha messo a fuoco molto presto, e poi mantenuto nel tempo, la propria coerente visione e concezione della scrittura: «La poesia, per me, è soprattutto una forma di conoscenza», «è anche gioco, divagazione, avventura. Ma lo è, in quanto pensiero», seguendo «quella legge dell’inversamente proporzionale, a cui mi attengo nella vita di tutti i giorni. Il poco, per esprimere il molto. Il rasoterra, per significare l’assoluto. Lo scherzo, per rappresentare il dramma». Così aveva precisato in Oltre il mare ghiacciato (Campanotto, 1996), rispondendo al Questionario proposto da Luciana Notari. E aveva puntualizzato che «si segue sempre un’ossessione. La mia è di scrivere il mio nodo irrisolto. E di farlo, affidandolo a una pronuncia lieve e sfuggente: un’onda leggera, capace di scendere dentro il dolore e il dramma della realtà altrimenti impronunciabili. Celando nel riflesso del luogo comune lo scandalo e la trasgressione».
Le cose del mondo riflettono le tappe fondamentali del viaggio esistenziale e poetico dell’autore.
La gabbia metrica genera una sonorità che è armonia tra peso e leggerezza, in un sapiente equilibrio tra le parti. Ogni forma viene accolta, perché il poeta è abile nel catturare, nelle categorie universali, l’essenza della complessità della vita senza perdere le implicazioni e la forza del particolare, per non lasciare niente e nessuno esclusi. Le cose entrano in relazione con noi, spesso con meccanismi abitudinari, talvolta con modalità speciali.
La prima sezione, “Nell’atto di partire”, presenta la tematica del viaggio, tra le predilette da Ruffilli (cfr. Preparativi per la partenza, Marsilio, 2003): «Che stato di piacere quello in cui, da fermi, si segue con lo sguardo qualcuno in movimento più lontano». Qui possiamo individuare diversi elementi chiave presenti in Les choses du monde (L’Arbre à paroles, 2007). Il desiderio di viaggiare confligge con quello di restare, trovandoci divisi tra opposte pulsioni.
La seconda sezione – “Morale della favola” – è dedicata alla figlia. In “Paura” si condensa l’essenza di tutto quello che scriviamo: «C’è che dovrò morire anch’io?», «Quel che sento non sarà più mio?». Leggendo questi segmenti, sembrano fare eco le parole di Luigi Fontanella (L’adolescenza e la notte, Passigli, 2015): «un bambino appena nato alla vita/ che già piange la sua non esistenza./ Come faremo, noi genitori, a farci/ perdonare per avergliela data?».
Ne “La notte bianca”, il capitolo successivo, troviamo celebrata “Ogni minima creatura”. La poesia “La gioia e il lutto” ricompare, con alcune variazioni, nel libro-poema omonimo. Al lettore viene consegnato un messaggio positivo, a dispetto di tutto: anche se non rimane nemmeno il colore ma solo «il pensiero pensato della rosa», «intanto è geiser, / soffione boracifero, spumante».
Dopodiché ci imbattiamo nella sezione da cui deriva il titolo del libro e nel capitolo Il nome della cosa. Dare un nome a ogni singolo oggetto serve a creare l’illusione di poter dominare La creta indocile (di cui ha scritto Ivano Mugnaini).
Magistralmente Ruffilli cataloga una serie di cose in ordine alfabetico, ritenute fondamentali nella vita quotidiana o che comunque ci appartengono. Un po’ come Le cose del mondo, il “Vocabolario” è «Miniera, cascata, sorgente e serbatoio/ del bene e male, del vizio e del talento,/ il continente nel suo tratto emerso/ e la parte inabissata, sintetico sommario,/ sistematico schedario di tutto l’universo».
A questo punto nell’“Atlante anatomico” sono le varie parti del corpo a venire analizzate in ordine alfabetico. Ancora una volta nel singolo frammento viene radunata una molteplicità di spunti; pare quasi il seme pronto per un nuovo libro (“La gioia e il lutto” ricompaiono nella deferenza delle ginocchia).
Verso la fine del tomo, prima degli “Interrogativi” fondamentali, nella “Lingua di fuoco” troviamo una parola capace di dare forma pure ai sogni. E come ne La gioia e il lutto, anche in queste pagine il lutto chiama vita e non altra morte.
Claudia Manuela Turco
“Gradiva”, 58, 2020

 

LA LUNGA MEDITAZIONE DI RUFFILLI di Alessio Vailati
"Le cose del mondo", l'ultima raccolta di Paolo Ruffilli, ha il respiro della lunga meditazione, il passo della riflessione sublimata in un percorso lungo anni in cui la mente e i cinque sensi, immersi - quasi stritolati- nella morsa asfittica e abrasiva delle vicende e delle cose, tentano per reazione di aprirsi un varco, cercano una via d'uscita in quel groviglio inestricabile, labirintico in cui l'individuo da sempre faticosamente si muove con il suo fardello di dubbi e di domande. È come se l'essere, intrappolato nel mondo della realtà storica e oggettuale, resistendo alle forti sollecitazioni della vita, si mettesse continuamente in gioco e si facesse viaggiatore razionale e senziente nel più caotico divenire, accettandone consapevolmente i rischi. Non è casuale dunque che la raccolta si apra con la sezione “Nell’atto di partire” il cui tema centrale è proprio quello del viaggio, dall’atto che dà inizio al movimento fino all’idea vera e propria del transito: un viaggio moderno che si sviluppa inizialmente attraverso la velocità del treno, la cui peculiarità è quella di percorrere costantemente un tragitto già segnato, preordinato perché l’approccio razionale al quotidiano è quello che costantemente sceglie la via più sicura (All’imprevisto che è legato al moto,/la ragione ha imposto antidoto/di linee rette: orari, termini, binari./Contro i rischi dell’ignoto, p.13). Eppure il viaggio in treno, pur accompagnato da binari, è un cammino non semplice, mai scontato e soggetto a successi precari e a improvvisi deragliamenti. Ed è anche un confronto serrato fra desiderio di sicurezza (Ma poi, alla fine, mi rimetto in moto/nonostante ogni volta sia tentato/dalla voglia che mi prende di restare/nelle zone più vicine e risapute/in vista e nel contatto del mio noto, p.16) e consapevolezza dell’inevitabile scontro con l’ignoto (È il movimento a darci in dote la speranza/mettendo in relazione noi stessi con le cose/e fa presenti a un tratto le ignote e le distanti,/rendendo le vicine subito vacanti, p.14) nell’oscillazione costante fra certezze e dubbi, fughe e ritorni, realtà presente e memoria. La posta in gioco è qualcosa come la conoscenza ovverosia lo strumento che ci permette di smarcarci dalla prigionia della società contemporanea, dall'assuefazione alla mediocrità che omologa e ci priva inesorabilmente della nostre identità (Li trovi qui tutti accasciati/in sala d’aspetto o sopra le panchine/dentro e fuori la stazione/quelli che hanno già mollato/con gli ormeggi ogni decisione:/gli scoraggiati, i vinti, i rassegnati..., p.34). E la conoscenza implica sempre per il soggetto il raggiungimento della consapevolezza a tutto tondo di sé (intellettuale ma anche fisica, corporea) e un’inevitabile e conseguente apertura al concetto di alterità. Il percorso prosegue, quindi, ininterrotto nella seconda sezione “Morale della favola” ma qui assume un aspetto nuovo, divenendo vita vissuta e sfociando nell’autobiografico, con particolare riferimento all’esperienza di vita genitoriale e al rapporto padre-figlia che scandaglia una parte delicata della vita familiare (Come eroe, lo sai mi sono/defilato: non ho la faccia/per sostenere il ruolo, timido e/impacciato, incerto d’ogni verità, p.59 e Meglio incitarti, allora, nell’impresa/anche se ci sbatti contro di continuo/e, a rompersi, è la tua di testa/nel bel mezzo della corsa e della festa, p.61). Nella terza sezione “La notte bianca”, vi è l’ineludibile passaggio all’interiorizzazione del viaggio che sembra quasi sospendersi e concedersi una pausa di riflessione e di rielaborazione, alla ricerca del punto di contatto fra il microcosmo personale e una dimensione più universale, ponendosi vis à vis con il mistero intricato e profondo dell’esistenza. Così leggiamo Ha la natura umana una tendenza:/l’irresistibile bisogno di levarsi/puntando in alto e distaccandosi/dal suolo per riprendere possesso/di qualcosa che le sia stato tolto (p.82) e anche Nati dal corpo di natura,/distaccati e alzati in volo,/ma ricaduti in ansia e per paura (p.87) e infine L’infinito esplodere continuo/l’espansione e il giro palpitante, (p.92). É il momento in cui il movimento che percorre il libro vira con decisione nella sua sezione centrale, quella che dà il titolo all’intera raccolta “Le cose del mondo” dove l’esplorazione della realtà diventa principalmente minuzioso esame della materia e degli oggetti, capaci di opporre una resistenza maggiore all’erosione del tempo e di sopravvivere all’individuo (Le persone muoiono e restano le cose/solide e impassibili nelle loro pose, p.105). Muta dunque l’approccio conoscitivo che diviene più diretto e più fisico, percorrendo la strada dell’esperienza sensoriale dove il soggetto senziente tenta di ripopolare il vuoto ricostruendo una realtà apparentemente più oggettiva attraverso la razionalizzazione delle impressioni sensoriali (vista e tatto in particolar modo) pur riconoscendo come elevato il rischio di fallire il suo obbiettivo. L’intento di razionalizzazione e di catalogazione è evidente nella disposizione degli oggetti nominati secondo l’ordine alfabetico (la poesia Anello, p.110, la poesia Armadio, p.111, la poesia Astuccio, p.112 e così via fino alla poesia Vocabolario, p.136). E analogo atteggiamento emerge nella successiva sezione “Atlante anatomico” dove, seguendo il medesimo criterio ordinatore, si ripercorre la conformazione anatomica del corpo umano attraverso le sue parti (la poesia Ascelle, p.142, la poesia Bocca p.143, la poesia Capelli, p.144). Anche qui, come avveniva per la precedente sequenza dedicata agli oggetti, emerge uno dei tratti cari alla poetica di Ruffilli, quello dell’inversamente proporzionale dove la frazione ci parla dell’intero, dove la “piccolezza” richiama la “grandezza”, dove la finitudine rivela l’infinito.
La ragione del resto procede con metodo: distingue e riduce in categorie, concettualizza e nomina.
E proprio al linguaggio, alla parola è dedicata l’ultima parte Lingua di fuoco che si apre in esergo con la massima che recita L’universo, a diversi gradi di verbalizzazione, è costruzione simbolica del nome.
La conoscenza, alla fine, è un atto rivoluzionario che porta al potenziamento del senso critico e alla formazione di una nuova coscienza - individuale e collettiva- più consapevole di quello che rappresenta e di ciò che le accade intorno. Il viaggio di cui si parla, dunque, è esperienza interiorizzata che tuttavia non esaurisce se stessa in un mero atto contemplativo o autocelebrativo. Al contrario è uno sporcarsi le mani, è la faticosa discesa di un corpo (anatomicamente ben individuato, con i suoi molti limiti e le sue risorse) nella ruvidezza e nella spigolosità dell'esperienza di vita, dei rapporti interpersonali, dei sentimenti e degli oggetti, interrogati affinché possano tradire -attraverso un gioco di corrispondenze- il segreto di cui sono depositari.
Il libro è dunque la testimonianza concreta di questo percorso in cui la parola, dispiegata nella particolare musicalità del verso, si propone come strumento privilegiato di ricerca del senso delle cose. Perché se è vero che attraverso la parola il soggetto razionale nomina, individua e rappresenta, è altrettanto vero che la parola poetica, più irrazionalmente, è evocativa e, con la sua peculiare sonorità e i suoi continui richiami al sostrato dell'invisibile e dell'ineffabile, ha la capacità di vibrare sulla medesima frequenza delle particelle di cui è composta la materia.
Alessio Vailati
https://poesiaeresistenza.wixsite.com/poesiaeresistenza/post/paolo-ruffilli-le-cose-del-mondo-milano-mondadori-2020-recensione-di-alessio-vailati

 

LE COSE DEL MONDO di Umberto Vicaretti
La prima sezione del libro di Paolo Ruffilli, Nell’atto di partire, può ben considerarsi come la ragione fondante dell’intera silloge, Le cose del mondo (Mondadori), il filo conduttore che lega l’una all’altra le restanti sezioni in un unicum concettuale che sulla ricerca, sull’indagine, sull’analisi del reale punta, ad ogni stazione e ad ogni partenza, tutte le sue fiches, con la scommessa di mettere in chiaro le zone grigie, le oscurità delle cose del mondo, appunto, per così venirne a capo e dirimerne i tanti nodi irrisolti. Tutto ciò in modo piano e naturale, con l’avvertenza che saranno comunque da escludere epifaniche rivelazioni, risposte risolutive e certe ai quesiti esistenziali del quotidiano vivere su questa terra e con gli altri: “Se si potessero tra loro sommare / una sull’altra tutte le rotte / e aggiungere le mete conquistate //…, / sarebbe la riprova certa di condanna / senza mai riposo, e si vedrebbe / che non si avanza di una spanna, / che più si va e meno si trova / e non si arriva da nessuna parte” (Quante volte già sono partito).
Scoprire il montaliano anello che non tiene non può dunque essere l’obiettivo di Paolo Ruffilli. Per contro, anzi (e consapevole dell’ “imperfezione imperdonabile del mondo, egli cerca piuttosto di scoprire, non solo tra le cose prese per se stesse, ma anche tra gli accadimenti e le situazioni in divenire (arrivi-soste-ripartenze), ogni anello che invece le tiene e le lega non solo alla loro ineliminabile, per così dire, “terrestrità” (e il titolo stesso del libro ne sottolinea questa dimensione), ma che indissolubilmente le lega alla loro stessa struttura, alla loro ragion d’essere, al loro specifico status. E forse la risposta ai tanti quesiti che man mano la ricerca propone risiede proprio in quello stesso atto di partire, di andare “Avanti e indietro… qui e là… più o meno”,  perché in ogni caso, in mancanza di soluzioni dirimenti, è sempre necessario continuare ad indagare la vita e il mondo, ogni volta riprendendo il viaggio, in quanto “È il movimento a darci in dote la speranza / mettendo in relazione noi stessi con le cose” (È proprio andando che si capisce).
Un lavoro minuzioso, quello di Paolo Ruffilli, uno scandaglio teso a fare, tra quelle cose, chiarezza, a scoprire corrispondenze, a “spiarle” per individuarne quei “segni particolari” che sfuggono all’occhio dei più, ma non a quello del poeta. Parafrasando uno dei passaggi più noti de Il piccolo principe, si potrebbe dire che l’essenziale è visibile solo agli occhi del poeta. E sono gli occhi del poeta, il quale sa “leggere” e vedere oltre, a consentire a Paolo Ruffilli di “entrare” dentro le  cose, come per carpirne il codice segreto, il loro stesso DNA. Di ritorno da quell’iniziale periplo intorno al mondo, e verificata la precarietà e l’alea del quotidiano, dei rapporti e delle relazioni sociali (“straniero tra la gente”), Ruffilli si appresta, nelle sezioni che seguono la prima, a mettere in sequenza vissuto, situazioni, momenti del viaggio, per rivisitarli e scoprirne risvolti, potenzialità, valenze. E lungi dal farne un elenco meramente nominalistico, egli mette ordinatamente in fila gli elementi uno per uno, proponendoli nella pura nudità del loro lemma, senza aggettivazioni o locuzioni discorsive, per poterli singolarmente meglio mettere a fuoco. Una sorta di inventario dal sapore pedagogico, a dimostrazione che le cose, anche quelle apparentemente più insignificanti o banali, hanno tutte un loro senso, un insostituibile ruolo nel complesso meccanismo del reale, della nostra percezione del mondo, del nostro vivere. E lo strumento con cui Paolo Ruffilli si accinge ad indagare le cose del mondo è presto detto: il linguaggio. È questa l’unica chiave che può fare chiarezza, disarticolare e scindere il magma confuso, apparentemente inconsutile, del mondo visibile;  linguaggio che, per estrema, laica sintesi, è il Verbo, la parola, ovvero la creatura scaturita per gemmazione direttamente dal Logos, dalla ragione: “Il nominare chiama, e sì, / chiamando ecco che avvicina / invita ciò che chiama a farsi essenza / convocandolo a sé nella presenza. / È  la ragione che si fa linguaggio / volto a spiegare perfino il sentimento, / musica interiore che su da sotto sale” (Il nominare chiama e, sì).
La scommessa è dunque  decrittare il mondo: “Sogna la ragione una coerenza del reale, / che misurandosi di volta in volta / con il presunto effetto del causale, // annega intanto inconsapevole (che spera?) / dentro l’apparenza e l’illusione / ogni verità” (Sogno di non contraddizione - passaggio, questo, che per felice analogia ci rimanda a J. L. Borges:“Voglio rendere grazie al divino / labirinto degli effetti e delle cause / per la diversità delle creature / che compongono questo universo singolare, /  per la ragione, che non smetterà di sognare / una mappa del labirinto” - Altra poesia dei doni, da L’altro, lo stesso).Dalla ragione al linguaggio, quindi alla parola. Nella ricerca di Paolo Ruffilli è la parola che accende le cose, le illumina, rivelandone ogni minima sfaccettatura, proprietà, virtù, vocazione. Con questo suo scavo tenace, maniacale, Ruffilli ce ne mostra la vera natura, certificandone l’intus più profondo e nascosto, la loro, starei per dire, valenza teleologica, la forza di elezione, segno - marchio - luce stessa che da quelle promana attestandone lo status e l’unicità di “cittadine” e di “manufattrici” non solo del mondo, ma, per induzione ed estensione, dell’intero cosmo.
La parola, dunque; anzi, per meglio dire, la parola-nome, vista l’arrembante, esclusiva energia che sprigiona il nominare. Una parola-nome, quella di Paolo Ruffilli, maieuticamente intesa come leva e, di volta in volta, fionda-arco-freccia-bersaglio; ma anche fuga-argine-scudo-ponte levatoio; o, ancora, quiete-pace-serenità-approdo. Dietro la loro apparente “neutralità” le parole-nome celano vitalità e furore, impeto e tenacia, forza straordinaria in grado di rompere il mistero del vivere; esse inverano il mondo e lo declinano per sezioni-capitoli-note a margine-paragrafi compiutamente percorribili e chiari. In Paolo Ruffilli la parola-nome si fa, così, sinonimo di luce, musica, bellezza, a loro volta sinonimi di poesia. E qui vale ricordare il pensiero luziano, secondo cui la parola rappresenta “il segno primario del divino nell’uomo”; e, ancora, “Nulla più che la poesia credo abbia valore”, in quanto “la poesia è la sola capace di chiamare l’uomo a se stesso”.
E non v’è ombra di dubbio che, insieme con, e attraverso il linguaggio e la parola, il protagonista del mondo poetico di Paolo Ruffilli sia l’uomo con tutto il suo armamentario di dubbi, istanze, paure, dilemmi; l’uomo che, in balia delle sue incertezze, tradisce l’ansia di superare il contingente per accedere ad un piano altro: “lo sguardo umano / di sua natura impuro e innaturale, / / si leva e sale, rimbalzando spande / con il riflesso obliquo della luce, / niente lo ferma o chiude col suo schermo / né il buio pesto riesce a farlo spento, / resiste alimentandosi di niente / da quel che nel profondo oscuro / emerge, e sente di essere straniero… / l’altrove, il cielo… il trascendente” (Lo sguardo umano). Scoprendosi  provvisorio e precario, l’uomo è costantemente alla ricerca, con i suoi interrogativi, di un “prima” generatore, di un inizio che dia senso al tutto: “Per quale spiraglio / gola cunicolo pertugio / strappo o taglio /… // riconquistare al gusto / all’occhio al naso al tatto, / / l’archetipo matrice / l’anima del mondo?” (2. L’anima del mondo).
La ricerca pluridecennale di Ruffilli ci consegna, con Le cose del mondo, un libro coerentemente ancorato alla vicenda umana, vista e raccontata senza fughe in avanti, ipocrisie, scorciatoie. Il suo poièin è diretto, leale, privo di infingimenti, equivoci, remore. Proprio per questa sua ostinata coerenza Paolo Ruffillici consegna un libro di straordinaria bellezza e novità. Nell’attuale panorama letterario, infatti, inflazionato da minimalisti, (Neo/Noe)avanguardisti, sperimentalisti sterilmente impegnati in futili giochi accademici, ambasciatori unicamente di se stessi o del nulla, imbattersi in Le cose del mondo rappresenta una scoperta di rivoluzionaria valenza: a presidiare e a illuminare il mondo poetico di Paolo Ruffilli è una volta ancora, e sempre, l’umana avventura. Solo l’uomo e le sue ragioni, infatti, possono dare grandezza e nobiltà alla poesia.
Umberto Vicaretti
“La Nuova Tribuna Letteraria”, XXX, n. 138, 2° trimestre 2020

 

LE PAROLE E LE COSE di Stafano Vitale
Questo nuovo libro di Paolo Ruffilli, per esplicita dichiarazione dell’autore, “vuole porsi come opera unitaria” che è “l’esito di una lunga elaborazione, di un lavoro più che quarantennale”. “Le cose del mondo rappresentano quindi un progetto al quale Ruffilli è rimasto fedele, pur avendo scritto e pubblicato altre raccolte: “L’idea è legata a un mio desiderio, a una mia precisa necessità, e cioè quella di perlustrare il concreto mondo in cui si è venuta muovendo la mia esperienza, in un gioco di continui rimandi e rispondenze tra io e realtà esterna attraverso la pratica del linguaggio”. Così scrive Ruffilli nella nota che apre la raccolta. E qui troviamo certamente una precisa chiave di lettura.
Paolo Ruffilli inizia questa perlustrazione del concreto mondo in modo suggestivo: con una sezione dedicata al tema del viaggio, anzi al gesto, all’atto pratico ed emotivo del mettersi in viaggio. Tutto il libro è esso stesso un viaggio. Il titolo della sezione è, infatti, “Nell’atto di partire”.  È come se il mondo delle cose non fosse immediatamente disponibile, ma richiedesse, per essere conosciuto, una scelta, animata dalla volontà del movimento.
Non si può restare fermi, occorre mettersi in viaggio. E come per tutti i viaggi, ci tocca accettare l’instabilità, l’incertezza, il rischio dell’ignoto. Già, perché vedremo che le cose non sono affatto quiete, morte, inerti. Ruffilli esplora infatti i dubbi e i desideri connessi al partire che è inevitabilmente “il rovesciamento di ogni prospettiva” (p.14) che obbliga a prendere coscienza, in una logica dialettica quasi hegeliana, “che bisogna intanto perdersi/per potersi ritrovare”… “scoprendo che la vita ci precede/nel mentre stesso che rimane indietro” (p 17).
Ruffilli elabora una sorta di fenomenologia dello spirito poetico: “Scendi e sali con tutto il carico/delle tue cose mai risolte e delle/ attese piene andate sempre più perdute/ in mezzo a quello che, si sente infine,/non ti appartiene e mai ti è appartenuto (p.33)”. Il poeta non dimentica la propria vocazione critica: la dialettica non si risolve nel trionfo dell’identità, ma resta tesa nella ricerca, attenta a cogliere fratture, contraddizioni, crepe, paure non risolte espresse con un lirica che ricorda i versi, almeno nel tono, di Giorgio Caproni quando scrive: “… e si vedrebbe/ che non si avanza di una spanna,/che più si va e meno trova/ e non si arriva da nessuna parte. (p.24)” O anche quando troviamo versi quali: “Dipenderà, sia pure dalla mia natura…/ però lo sperimento nell’atto di partire/ che tanto o poco è già un morire (p.26)”. Ruffilli mi pare si proponga così di cogliere l’erlebnis, il vissuto dell’esperienza del mondo, qui del “partire”, conscio che abbiamo bisogno di “luoghi di scambio” per scoprirsi “meravigliato/ dall’imperfezione imperdonabile del mondo”.(p.30)
Sul piano della poetica Ruffilli esce dall’autoreferenzialità dell’esperienza puramente introspettiva per entrare nella referenzialità dell’esperienza del mondo che il poeta rielabora in una nuova forma di liricità espressiva che si appoggia su una soggettività “fenomenologica” ritrovata. Una soggettività diversa, non solipsistica e narcisistica, ma riflessiva e aperta al tempo stesso, disponibile a relazionarsi al mondo, a sé stessi come parte del mondo. Fondamentale appare quindi la forma, come linguaggio poetico che sigilla, regola il vissuto in una “struttura” più profonda ed efficace, uno spazio specifico in cui i “dati” esperienziali, emotivi e cognitivi, emergano e si fondano in un tutt’uno. E la lingua segue questo pensiero, come il pensiero segue la lingua in un ricamo poetico tessuto su una tela essenziale, semplice, limpida, senza retorica “poeticante”.
La poesia di Ruffilli è una forma di poesia filosofica centrata sul dasein , ma in divenire, una poesia lirica antilirica, attenta all’essenziale, senza le sospensioni improvvise di un Umberto Fiori, per citare un poeta anch’egli attratto dalla calamita delle cose, ma con lo stesso sguardo lucido, prensile.
Sguardo che non esclude, come detto, il soggetto, l’io che però è colto come coscienza, come parte del mondo stesso, come res immersa nella quotidianità precaria dei propri dubbi, delusioni e illusioni, (“La coscienza, a un tratto o il dubbio/la domanda più vertiginosa/ di quelli che lottano ogni giorno/ per darsi di continuo l’illusione…/” p.35), ma anche nella ricerca di verità, felicità (“Nella felicità ci sfiora il tempo/ senza lasciare tracce vere/… p.36). Il fatto è che siamo tutti dentro ad un treno, che poi si fa appunto metafora, dove gli scompartimenti hanno “vetri appannati / e porte chiuse, sigillate”. E’ un treno “carico di gente, di storie e luoghi/ di sapori… (p.38)”, un treno che è però “unica speranza vera/contro lo stallo e contro l’apatia,/ il puro movimento, simbolo e certezza/ di un cambiamento… (.38)”. La prospettiva “arretra e di continuo intanto si cancella” (p.40) ma è qui che emerge “il mondo sbattuto e sradicato/intanto riportato a galla, rimesso in piedi/ con sorpresa e lì/… resuscitato e vivo un’atra volta” (p.41). Così si chiude la prima sezione che lancia la successiva.
Non serve fuggire, il viaggio non è fuga, ma movimento dentro e verso il mondo che ci appartiene e ci contiene, il mondo delle cose e delle persone che ci stanno accanto. Questo ci dice Ruffilli nella sezione “Morale della favola” che raccoglie delle poesie dedicate e indirizzate alla figlia. Poesie in cui il padre cerca di recuperare, in controtendenza con tanta pedagogia della dimissione generazionale, un proprio ruolo. E lo fa con spirito etico, con il senso della responsabilità di chi sente il dovere, e il piacere, di offrire piccole istruzioni per l’uso della vita alla propria figlia. Non un canzoniere d’amor paterno languido e scontato, ma un breviario etico-morale, un messaggio di educazione civile e sentimentale che si pone fuori squadra perché accetta il rischio di dire “la mia opinione/sulle cose del mondo e della vita…” (p.47).
È una sezione dove affetto e cura si fondono con la saggezza, la volontà di protezione consapevole, il dialogo sui temi della vita e della contemporaneità. C’è qualcosa di “classico”, nel senso della cultura classica in queste poesie che mutatis mutandis ricordano il tono filosofico morale di un Seneca, di un Marc’Aurelio. I titoli sono eloquenti: “Paura”, “Rivolta”, “Bugie”, “Intenzione”, “Gli amici, “La scuola”, “Seduzione”, “Resistenza”, “Successo”, “Orrore”,”L’esperienza” dove si legge: “Che cosa può insegnarti l’esperienza?/ Che ognuno è, contro l’apparenza,/l’autore della propria sorte” (p.69).
Il tono di tutte le poesie della sezione, come detto, è discorsivo, filosofico, disteso e senza fronzoli nella sua ricerca di chiarezza di un messaggio preciso e comunicativo.
La terza sezione è “La notte bianca”: metafora dell’insonnia? Ricordo dostojevskiano? Di fatto qui la poesia di Ruffilli vira di nuovo verso l’interno, verso l’espressione lirica del punto di vista del poeta sull’uomo, sulla cosa umana. Ancora una volta i titolo sono eloquenti: “Natura umana”; “Memoria”, “L’oggetto del pensiero”, “Il tempo”, “Universo”, “La gioia e il lutto” (che è anche il titolo di una sua raccolta), “Felicità”.
Così Paolo Ruffilli ci dice che “La memoria cede, annaspa, caracolla/gonfia di corpi inerti e piena di detriti, anarchica e impaziente tralascia/ quasi tutto e non le importa niente… (p.83)” .Oppure che siamo “Nati dal corpo di natura/distaccati e alzati in volo,/ ma ricaduti in ansia e per paura” (p.87); o che l’universo è “L’infinito esplodere continuo/l’espansione e il giro palpitante,/ la legge che presiede a scambi/ di energia, un mare ribollente/ di luce e di calore” (p.92). E con echi sbarbariani ci dice che “…la felicità/ invece sempre si confonde / con la dissolvenza stessa/ la dissomiglianza di ogni cosa” (p.95).
Sono di nuovo le esperienze dell’umano a essere descritte, ad essere l’oggetto della riflessione poetico-filosofica di Ruffilli che non teme di mettersi in gioco con questa scrittura attenta, sorvegliata, lucida e perfettamente costruita coerentemente per la sua poetica. Anzi, si potrebbe dire che la poetica è, per certi versi, la parola stessa, mai straniante, evasiva, sempre attenta e calibrata. L’istinto filosofico e lirico insieme, la visione pacata, ma tagliente, l’emozione mai esibita e la saggezza mai pedante caratterizzano questa sezione della raccolta.
E arriviamo alla sezione eponima della raccolta. Prima ho parlato di “punto di vista”. Qui lo sguardo del poeta va finalmente sulle cose stesse:dall’uomo, universo di emozioni, relazioni, dubbi, esperienze, passiamo alle cose.
Ho detto “punto di vista” perché in questa sezione mi pare emerga una connessione con territori narrativi e poetici che rinviano, da un lato a Italo Calvino e, dall’altro lato a Francis Ponge. La poesia di Ruffilli si mette al servizio dell’osservazione, della descrizione come forma letteraria e poetica capace di cogliere l’essenziale, il lato oscuro della realtà che emerge proprio a partire dal lato apparentemente più chiaro. L’osservazione calviniana (si pensi al romanzo Palomar) non è mai fredda didascalia del mondo, ma è una porta d’accesso per abissi di senso inediti e sorprendenti. Questo vale anche per Ponge, che ci propose una poesia asciutta, antiretorica, ma profondamente evocativa nella sua oggettività paradossale, così ricca di voli metaforici.
Non so se Ruffilli avesse in mente Calvino e Ponge, ma certamente qui il focus, ora spostato sui temi del vivere umano, riesce a mostrare come l’intento filosofico del poeta si nutra proprio di questa scelta epistemologica: quella di partire appunto dall’osservazione che genera riflessione, in una sorta di dialogo aperto con sé stessi e con il lettore. Di fatto il soggetto poetante scompare, come in un romanzo di Perec, l’autore si nasconde mettendo in primo piano gli oggetti. Scompare apparentemente, perché una poesia senza poeta è difficile che possa esistere.
L’oggettività della poesia di Ruffilli rinvia, in verità a mio modo di vedere, allo sguardo del poeta che cerca di essere tutt’uno con pensiero razionale “definitorio” inaugurando una nuova forma di soggettività, non più invadente e dilagante, ma sommessa, morbida, affabulatoria, cordiale. E ciò è tanto più importante proprio nel momento in cui le cose del mondo divengono la piattaforma su cui erigere riflessioni anche inquiete, pensieri scuri. I toni abbassati non rendono meno pregnante il messaggio, anzi sembrano amplificarlo proprio per la semplicità disarmante del dire poetico, sorretto da discrete figure retoriche, da rime ponderate, enjambement efficaci.
 “Le persone muoiono e restano le cose/solide e impassibili nelle loro pose/ nel loro ingombro stabile…” (p.105). Il viaggio allora prosegue nel mondo delle cose e in una sorta di nuovo materialismo fenomenologico: anelli, armadi, astucci, bambole, barche, bicchieri, calze, cappelli… sono chiamati, in rigoroso ordine alfabetico, a raccolta dal poeta in un vocabolario (è anche il titolo dell’ultima poesia della sezione) che descrive, come in un trattato medioevale nominalista, il mondo stesso. La poesia di Ruffilli è apparentemente “distaccata” , antipoetica, ma non è così: è come se il poeta ci dicesse “vieni che ti faccio vedere qualcosa di bello che non hai mai visto…”.
Il sapiente impasto e scambio tra emozioni e riflessioni, di immagini culturali e personali, il tono persuasivo dei testi, la fiducia nella musicalità dei versi, fanno si che l’invito venga accettato senza riserve. Ogni oggetto è sé stesso e al tempo stesso imago, specchio dell’esistenza umana che in esso ritrova brandelli di memoria, topoi culturali, stereotipi, spunti di saggezza, ironia e citazioni letterarie, il tutto espresso ora con toni meditativi ora toni divertiti, oppure in forma di “esercizio di stile” (alla Queneau) o persino come una sorta di indovinello.
Sempre sul piano stilistico incontriamo molta aggettivazione e molta “narratività” , ma Ruffilli è sempre elegantemente lirico quanto basta a non confondere la sua poesia con la prosa. Inoltre, lo sforzo definitorio dell’osservazione e la ricerca di un’aderenza della poesia al proprio oggetto (come se il poetico dovesse emergere dall’oggetto e non calarsi su di esso) fa sì che il lessico, lungi dal ruotare attorno ad un ristretto parco di lemmi, è invece molto vario e ricco,
Questa scelta poetica e questa varietà lessicale, la ritroviamo coerente anche nella sezione “Atlante anatomico” dove si passano in rassegna le parti del corpo. Geografia del corpo, spazio troppo vicino, anzi che abbiamo addosso, e quindi difficile da vedere, per farlo divenire oggetto di poesia, spazio da esplorare con la parola. Eppure il corpo è il modus di presentarsi nostro e degli altri. Il poeta allora ruota lo sguardo sul confine più intimo e primario, il corpo-oggetto in un selfie inatteso che diventa “universale”, condiviso. L’approccio descrittivo rende poetico l’usuale, persino ciò che potrebbe essere volgare.
Non si può non pensare ancora alla scrittura definitoria, benché sublimata, del movimento letterario dell’Oulipò. Di nuovo in ordine alfabetico (quest’ossessione dell’ordine non è solo di comodo, ma un preciso messaggio epistemologico-poetico): ascelle, bocca, capelli, caviglia e così via sino a ventre, vulva, passando per cuore e pene. “Ogni parte del corpo chiede di essere /stanata e nominandola scaldata/sottratta al vuoto, ripresa e rianimata:/ il collo, le caviglie, il tenero che sta/ sotto le braccia, la curva della schiena … è con il nome nel suo stesso pronunciarlo/ che il desiderio riesce a concretarsi/ sospinto con foga sulla pelle …”. (p.170).
Poetare sull’invisibile-visibile del corpo in un nominalismo della lingua che salvi la poesia dalle secche del banale, affrontarlo, farlo nostro sino in fondo.
Questa fiducia nella lingua è la cifra finale della raccolta. “Lingua di fuoco” è la sezione che la chiude, emblematicamente aprendo a nuovi mondi, interrogando il mondo da un altro punto di vista: “L’universo, a diversi gradi di verbalizzazione,/ è costruzione simbolica del nome” (p.171). Così leggiamo in esergo della sezione stessa. Dal corpo, dunque, alla parola, figlia del suono che rende possibile la poesia stessa e il cerchio sembra chiudersi:
“… esonda la parola/lingua di fuoco a rompere il silenzio/ e pronunciare netto al mondo/ ciò che aspetta ancora nell’assenza,/ ciò che fluttua nell’andare più indistinto” (p. 173) E’ questo il compito della parola: dare forma all’indistinto, all’assente dove esistono e vivono “cose” , anche certo senza di noi, ma che riemergono alla luce, tra suggestioni dantesche, grazie alla parola, espressione propriamente “umana”. In questo modo Ruffilli ci conduce in un certo senso nella sua officina poetica, ci mostra alcuni aspetti della sua concezione del rapporto tra il poeta, la lingua e le cose.
 “Ecco che di colpo riesco a dare/corpo all’ombra, si stacca la parola/dal groviglio e dà forma al fantasma/” …. “E’ dalla melma primordiale … che si erge fuori i soffio/e che si accende il clic leggero/dal più profondo della parola”…”Ha filamenti lunghi la parola,/radiche chiare e barbe nere/ che pescano nell’utero del tempo”…”Poche semplici uniche parole/solo strettamente necessarie/ secche scorticate nel loro lividore”…”l’enigma si disvela nel linguaggio:/ le cose vive hanno radici lunghe/ che pescano sempre nelle cose morte/”…”Le parole sciolte via dal laccio/… senza preavviso emergono in un soffio/ a rivelare…/la loro visionaria immaginosa verità”….”E’ dal silenzio che viene la chiamata”… (da p. 174 a pag.187)
La sezione si chiude con nove testi raccolti sotto il titolo “Interrogativi” (p.189): in realtà il cerchio non si chiude e la poesia rilancia il suo infinito instancabile domandare, il suo necessario desiderio di senso che, come abbiamo visto, può celarsi proprio negli oggetti più semplici, più inappariscenti. Nove poesie tutte chiuse da un verso interrogativo che apre a nuovi destini, ad altri mondi possibili, territorio da esplorare con la lanterna del linguaggio. “qual è il colore/ che più tace/ nell’urlo del silenzio?” … “Oltre l’inganno/ e l’apparenza,/… come riuscire infine/ a ricomporre il taglio?”… “E’ la luce che /leggera ma puntuta/ … s’intoppa gonfia/ e resta muta?”… “Il vecchio si fa nuovo/ un’altra volta/ nei segni dell’ordito/ composto sulla tela?”…
Questi alcuni dei versi tratti dai testi di questa micro-silloge inserita come coda finale della raccolta. Domande solo apparentemente metafisiche che rinviano ad una dialettica dell’esistere e del conoscere che è uno dei motori della poesia di Ruffilli che chiude la raccolta scrivendo: “Il nominare chiama e, sì,/ chiamando ecco che avvicina, /invita ciò che chiama a farsi essenza/ convocandolo a sé nella presenza…parla nel suo scontrarsi per domarla/con la resistenza delle cose” (p.198).
La poesia infine si fa riflessione sul fare poesia, poesia che pur affidandosi al mondo, non dimentica che cosa è, la sua natura: sforzo necessario di dare senso al caos, senza annullarlo, senza mai dimenticarlo.
Stefano Vitale
https://www.ilgiornalaccio.net/libri/le-cose-del-mondo-i-versi-di-paolo-ruffilli/

 

PAOLO RUFFILLI, LE COSE DEL MONDOdi Giovanni Zamponi
Paolo Ruffilli scrive bene. Scritto questo, si potrebbe anche chiudere qui, perché quel che vi era da dire, in fondo, è detto. Potremmo aggiungere, indulgendo un po’ a un vezzo classicheggiante, che la sua è una kalè graphé (καλὴ γραφή), una “calligrafia”. Scrive bene, anzi scrive bello (καλῶς), perché rispetta l’esigenza semiotica e semantica della frase, il suo fabbisogno sintattico e di limpidezza. Perspicuitas e claritas non difettano, semmai, pur mantenendosi defilate e vereconde, abbondano. Il senso letterale della scrittura è massimamente comprensibile, e non si imbosca in selve di rimandi, di intrichi di significanti che non di rado deturpano l’attenzione del lettore di versi. Questa “letteralità” della poesia di Ruffilli obbedisce a due ammonizioni dantesche. La prima è la famosa che ci ha lasciato nel Convivio (II, i, 8), secondo la quale “sempre lo litterale dee andare innanzi, sì come quello nella cui sentenza li altri sono inchiusi, e sanza lo quale sarebbe impossibile ed inrazionale intendere alli altri, e massimamente allo allegorico.” La seconda (Vita nuova, XXV) raccomanda, pena il disonore, la comprensibilità dei testi poetici: “E acciò che non ne pigli alcuna baldanza persona grossa, dico che né li poete parlavano così sanza ragione, né quelli che rimano deono parlare così non avendo alcuno ragionamento in loro di quello che dicono; però che grande vergogna sarebbe a colui che rimasse cose sotto vesta di figura o di colore rettorico, e poscia, domandato, non sapesse denudare le sue parole da cotale vesta, in guisa che avessero verace intendimento.”
La scrittura appare dunque facile, a portata di mano. Allora, se è facile, dovrebbe essere anche fattibile. Imitabile. Ma provateci! Rimarreste sorpresi da quanto sia difficile riprodurre le cose facili. Vi dovreste anzitutto confrontare con il senso del termine facilis: solo una quarantina i punti di atterraggio semantico. Per cui, è meglio che non ci proviate: la poesia di Paolo Ruffilli non è imitabile. Il sentiero del suo procedere non è alla nostra portata di esploratori o di sherpa. Di seguaci sì, però.
Ma questo gioco iperchiaro di lucidità e di riflessi riverberanti, felix simulque simplex, che cosa nasconde? Che cosa vela? Che cosa svela? Che cosa ri-vela quell’espressione agile e così accessibile?
Come una “fictio rhetorica musicaque poita” (Dante, De Vulgari Eloquentia, II, IV, 2), i segni della sua poesia ci trasportano lungo vie di comunicazione in cui immaginazione e fantasia si coniugano con la musica. Il metodo di Paolo Ruffilli è, infatti, un metodo di divisione e di canto, di suono sincopato monostrumentale (sax, talora; flauto, talora; percussioni, talora; e anche oboe, o musica sintetica) che sale e scende lungo le regole dell’armonia, della melodia e del ritmo. Lo avvertiamo nella cadenza del verso, ora endecasillabo montaliano, ora dodecasillabo, ora altro, ma sempre persuasivo, efficace, mai disritmico nonostante i passaggi dai toni ai semitoni, da una fonia classica a una personale, in uno scambio continuo di specularità di assonanze, talvolta anche dissonanti, di chiasmi, di antitesi e sintesi concettuali e sonore, di concordantiae oppositorum.
Si ha la sensazione che condivida, e ne sia affascinato, la semiologia di Ferdinand De Saussure, che definisce il segno come sintesi di concetto e immagine acustica, con prevalenza della seconda sul primo, il quale si lascia qui fasciare e quasi nascondere e quasi obliare dalla seconda, realizzandosi un’affascinante poetica di supremazia del significante acustico (leggasi musicale) sul concetto che pure vi traspare condensato; mentre il significato del signum sta collocato in semi(in)visibile aspettativa aperta in retrovia. Non dimentichiamo che Ruffilli ha formato la sua familiarità con la parola in un’epoca in cui lo strutturalismo era l’ambito preferito di lettura delle scritture, e quindi di scrittura di ciò che era destinato a essere letto.
Ma ora è tempo di incamminarsi con il poeta per vedere dove ci conduce questa scrittura che incarna un alto grado di esprit de géométrie, oltre che de finesse, e che pare realizzata con un pantografo musicante.
Ci conduce, e il titolo cattura subito la mente, ad attraversare Le cose del mondo. A proposito di tale titolo debbo confessare una mia iniziale disattenzione. Excusatio non petita, certo, ma nell’aria non v’è traccia di accusatio: quindi posso confessare. La disattenzione ha peraltro un’intrinseca giustificazione: di solito, infatti, quando debbo riflettere e scrivere qualcosa su un testo poetico, evito accuratamente di leggere prefazioni, postfazioni, introduzioni, risvolti di copertine e quant’altro. Qui mi è successo di non avvertire nemmeno il titolo: non dico che non l’abbia visto, all’acquisto, dico che non l’ho avvertito e memorizzato. Ma ecco il fatto che mi ha sorpreso: in un conversario con il nostro auctor princeps Enrico D’Angelo proprio sulla poesia di Paolo Ruffilli, avevo espresso il convincimento che Paolo sia da sempre un poeta che, a guisa di Dante, e pur con diversi soggetti e diverso argomentare e redigere, attraversa la globalità e la totalità delle cose in cui è immerso. Si immagini, quindi, la mia meraviglia allorché, rientrato nella mia biblioteca, ho tolto dalla custodia il volume di Paolo: Le cose del mondo! Cose che succedono.
Ma ora, deposta la penna di questa digressione, vale la pena di soffermarsi davvero sul bel libro, iniziando dalla sua tripartizione: sì, perché è un’opera essenzialmente tripartita, con inserimento, a mo’ di intervallo, di altri frammenti antologici. Nell’atto di partire, Le cose del mondo e Atlante anatomico sono i gruppi protagonisti; Morale della favola, La notte bianca e Lingua di fuoco, i co-protagonisti. In chiusura Interrogativi postfati.
Ha spesso interpellato la mia meditazione il misterioso senso che Paolo riserva all’andare, al partire, al viaggiare, all’arrivare. Lo ho accolto sovente alla stazione: giungeva con il suo trolley con passo cadenzato e vagamente scanzonato, volto sorridente e soddisfatto. Non stanco del viaggiare. Ma per lui il viaggio è un’esperienza non trasmissibile, singolare.
Più leggo le sue liriche e più mi chiedo: com’è, in realtà, Paolo Ruffilli quando viaggia? Fisicamente, intendo dire, e psicologicamente, e affettivamente, e ancora emotivamente, emozionalmente, praticamente. Non è facile intuirlo, trasparendo nel suo riferito viaggiare un intreccio di eventi non districabili: attesa colma di aspettative o di speranze, oppure deserta di idee e illusioni, di sogni, apatica, acedica; l’appuntamento, i motivi di ogni appuntamento, la nostalgia del futuro, le incognite, le passioni sospese e ritrovate, la ragione ridestata o tacitata; la stasi che ci si lascia alle spalle, la sosta che attende, movimentata da intraviste soddisfazioni o temute amarezze. Forse anch’essa niente altro che stasi aggravata da mancata consuetudine. I progetti compiuti e quelli incompiuti. È il contesto interiore ed esteriore di chi viaggia. Avrà provato, chissà, i sentimenti del canto VIII del Purgatorio: sentimenti universali, pur se quietati dalla provvisorietà dell’assenza: “Era già l’ora che volge ’l desio / a’ navicanti e ’ntenerisce ’l core / il dì ch’han detto ai dolci amici addio; / e che lo novo peregrin d’amore / punge, se ode squilla di lontano / che paia ’l giorno pianger che si more” (vv 1-6). Avrà provato i sentimenti del canto XXVII della stessa cantica (vv 109-111): “E già, per li splendori antelucani / che tanto a’ pellegrin surgon più grati, / quanto, tornando, albergan men lontani…”. Di sicuro avrà provato questi sentiri. Ha provato, seppur ambigua, “L’idea, a un tratto balenata, / il pensiero pensato della sera, / di me tornato finalmente a casa / e del contatto di nuovo stabilito… / dell’ansia che, arginata, poi / è sciolta nella pace nera / che già da subito mi riconforta / con la chiave girata, dietro, / nel buco della porta”.
Alle ancipiti e quasi gianiche valenze dell’andare Paolo dedica liriche assai persuasive: “Che stato di piacere / quello in cui, da fermi, / si segue con lo sguardo / qualcuno in movimento / più lontano”. E può significare che si assapora la quiete, mentre si pregusta il viaggio. Ancipite.
Avvince la persuasione che il motivo – movente e scopo – del suo infaticabile andare sia lo stesso andare, il cui desiderio continuamente si ripropone, nonostante tutto. “Mi rimetto in moto” – scrive – “nonostante” “la voglia che mi prende di restare”, “parto sempre per tornare”, v’è come un “sesto senso che mi spinge” perché “bisogna intanto perdersi per potersi davvero ritrovare”.
Ma il punto culminante di questa geometrica e sonora espressività è in una lirica che già appresi molti anni fa: “È proprio andando che si capisce / qual è il rovesciamento di ogni prospettiva. / Perché, restando fermi, sfuggiva in pieno / che è una questione del tutto relativa. / Avanti e indietro… qui e là… più o meno, / ma sui riferimenti sempre circostanti. / È il movimento a darci in dote la speranza / mettendo in relazione noi stessi con le cose / e fa presenti a un tratto le ignote e le distanti / rendendo le vicine subito vacanti”.
E molto molto altro. Ma non voglio togliere al lettore il gusto della scoperta. Per conto mio, qui, prima di tornarvi in conclusione, pongo un diagramma di estensioni/ostensioni. Si ha anzitutto la sensazione che sia il moto a creare lo spazio della consistenza dell’esistenza: la quale si fa, quanto meno, inconsistenza consistente, non orizzontale o lineare né verticale o ascensionale, ma “vorticale”, pre-atomica, pre-molecolare, pre-organica, indifferente o fuggente nell’atto di andare, inafferrabile, ma per questo appagante, sebbene nella sua indeterminatezza, e sebbene, di fatto, non appaia. Viaggio impossibile!
Nel momento della sosta, o della fotografia della storia, prima della partenza o dopo l’arrivo, l’esistenza si demobilita e si snobilita, diventando fantasmatica, larvale, asfodelica, adica, minore, disadorna, desolata, acedica, una consistenza inconsistente.
La realità del viaggio è dunque una sub-realità originale e criptata, come in negativo fotografico. Una fabula senza eroi né compiti, che ha in se stessa tutto: destinante e destinatario, soggetto e impresa, facilitazioni e opposizioni. Il poeta si muove in questa fabula continuamente distratto e continuamente sorpreso, sempre in attesa che sa già disattesa. Ma non può autoaggregarsi se non nell’attimo che fugge, attimo antientropico come la salienza di un’onda che turba per un istante l’entropia della quiete. Forse tentativo di esistere.
Delineato, pur con brevi cenni, questo leitmotiv, ora ci facciamo guidare in un sorprendente viaggio da fermo tra le cose del mondo e quelle dell’atlante anatomico. Le cose del mondo sono gli oggetti più consueti della quotidianità, l’atlante anatomico è quanto più vi possa essere di epicutaneo e di epifunzionale. Tutto è fotografato con curiosità scientifica e, sia detto qual apprezzamento, voyeuristica. Tutto è registrato. Ma in che modo? Nel tracciare diagrammi di infinite relazioni tra i dettagli degli oggetti referenti, insieme al loro registro di inferenze e interferenze con altri dettagli, consequenziali o immaginari, di altri oggetti, Ruffilli ci porge una geografia del concreto con quello stesso piglio che in Dante costruisce il fantastico iper-realistico.
Ma qui, nel continuo andirivieni e riverberarsi di significanti e referenti, si chiude il cerchio di quel triangolo al quale abbiamo accennato parlando di ripartizione. Si chiude nel cosiddetto “triangolo semiotico”: una nozione che, a mio parere, spiega molto della poesia di Paolo Ruffilli. Il triangolo semiotico è costituito da significante (espressione), referente (dato su cui l’espressione si appunta) e significato (quel senso che per i medievali sta “oltre lo litterale”).
Il nostro in realtà, come accennato, è un mago nel tenere il significato a distanza, come un regista che si soffermi sui riverberi del primo piano, tralasciando, a loro favore, la lettura di ciò che si intravede appena, lontano, in campo molto lungo.
Questo gioco tra significante e referente, sapientissimamente condotto con riserva di significato, è uno dei tanti aspetti (e non certo il minore) che tratteggiano il neolirismo di Ruffilli. Nelle citazioni che seguono è del tutto evidente questa distanza tra la parola e la cosa (res realis) significata: la parola si esercita sulle fenomenologie della realtà (fenomenologie delle cose), orbitando intorno a essa in compagnia dei suoi innumerevoli satellitari representamen, ed evitando qualsiasi trascinamento verso la metafisica (classica o moderna che sia, magari in versione husserliana). Le citazioni che seguono, riportate sine glossa, non fanno che girare attorno a questa determinazione del poeta di mantenersi sul lato base del triangolo, ignorando e/o sfumando il vertice.
“Il nominare chiama e, sì, / chiamando ecco che avvicina / invita ciò che chiama a farsi essenza / convocandolo a sé nella presenza. / È la ragione che si fa linguaggio / volto a spiegare perfino il sentimento, / musica interiore che su da sotto sale / e consegnandosi all’urto materiale / delle precipitose scaglie ondivaghe sonore / parla nel suo scontrarsi per domarla / con la resistenza delle cose.”
“Eccolo, il nome della cosa: / l’oggetto della mente / che è rimasto preso e imprigionato / appeso nei suoi stessi uncini / disteso in sogno, piú e piú inseguito / perduto dopo averlo conquistato / e giù disceso sciolto e ricomposto / rianimato dalla sua corrosa forma e / riprecipitato nell’imbuto dell’immaginato.”
 “Ma cosa fanno le cose quando / sfuggono di vista al controllo / che su di loro esercitiamo? /  Gravano frattanto su se stesse / in attesa di essere di nuovo sollevate / o restano contratte in vigile difesa? / Aspettano giorni inchiodate nel silenzio / che torni ad animarle un po’ la nostra presa? / O basta solo che le pensiamo / e di per sé succede che il pensiero / nominandole faccia da tiranno /  ad annullare la loro libertà?”
 “Emerge su dal fondo, esonda la parola / lingua di fuoco a rompere il silenzio / e pronunciare netto al mondo / ciò che aspetta ancora nell’assenza, / ciò che fluttua nell’andare più indistinto / ancora lì senza la forma né i contorni / e che di colpo cessa di essere in procinto / e si fa vivo da incolore, si assume e circoscrive / dentro il magico reticolo del nome / come contenuto del suo contenitore.”
“Non c’è parola che possa dire / per due persone di genere diverso / la stessa cosa al non reciproco sentire, / meno che mai se in relazione al corpo: / voce già impressa nominandola incarnata / mentre esce spinta fuori dal soffio della gola / e, incarnandola nel sogno, dal desiderio / intanto delirata in due disegni e modi / alieni per usi e per mestieri, per forma / e per sostanza, per DNA e per stile / tra gli stranieri opposti maschile e femminile.”
Le cose hanno un senso solo nel momento in cui sono nominate o ricordate, nel momento in cui la parola si posa e riposa su di esse. Naturalmente il gioco è ambiguo: la parola può sublimarle o deteriorarle (come nella sosta del treno, prima della partenza o dopo l’arrivo), può attivarle o inibirle, può suscitarle o sopprimerle. Non è da pensare, tuttavia, a una potenza di spirito di stampo idealistico. Ormai non siamo più in quella temperie. Usando un termine che non vorrei mai usare, perché abusatissimo, è il post-moderno la chiave di lettura del lirismo di Ruffilli.
Ma non dobbiamo attenerci solo a una superficiale considerazione, quasi che post-moderno sia un connotativo o denotativo dispregiativo. Vi si coglie il dubbio forte circa la consistenza dell’ipotesi di realtà del reale. E questo dubbio, insistendo, ritengo che sia il motore della multidecennale poesia di Paolo Ruffilli. Tuttavia, se mi è consentito, il poeta, che come tale travalica il detto per proporre una metalettura di quello che intanto va dicendo, o una funzione derivata del linguaggio (altrimenti non sarebbe poesia, ma solo espressione di qualcosa), fa eco a qualcosa che, sebbene sia inserito nel tempo della post-modernità, ciononostante ne faciliterà il superamento verso nuovi lidi di nuove metafisiche.
Indulgendo un po’ alla mia competenza prima, che è di natura scientifica, noto nei versi di Ruffilli una buona traduzione dei principali punti della fisica accorrente dai primi anni del Novecento (quando Planck propose la sua teoria dei quanti). E mi sovviene, allora, anche l’aforisma: non chiedete al poeta le ragioni di ciò che scrive, ma osservate attentamente l’ambiente che lo circonda, con il quale non solo interagisce, ma al quale reagisce. Dunque la poesia di Ruffilli come “reazione” ostensiva, azzardo, della fisica post-classica? Non ne dubito affatto. Vedo la teoria della relatività condensata nella fuga del treno: l’andare dilata il tempo, rendendo anche l’anima più vasta, se possibile; nella sosta che contrae invece il tempo, il poeta si trova smarrito, disorientato, avvilito.
La funzione d’onda (Schrödinger), mentre procede, contiene in sé tutti gli autovalori dello stato di un sistema. Potremmo dire che il moto, per analogia, conserva tutte le ricchezze possibili assegnate a una certa frazione di realtà. Nel momento in cui la funzione d’onda “collassa” per intervento di un osservatore, collassa in uno solo degli stati possibili. Ecco ancora che la ricchezza esistenziale è nel moto e non nella stasi. Una cosa può essere anche altra cosa (dualismo onda/corpuscolo di De Broglie); non si possono conoscere tutti i parametri contemporaneamente di un evento (dell’elettrone, ad esempio, non si possono determinare simultaneamente posizione e quantità di moto) (principio di indeterminazione di Heisenberg). Onde Niels Bohr si spinse, con la sua Scuola di Copenhagen, a sostenere che la realtà di uno stato fisico non possa esistere al di fuori dell’osservazione – opzione che con il trascorrere dei decenni ha ricevuto sempre più corroborazioni.
In conclusione, vorrei dire: se vi sembra di riscontrare nei versi di Paolo Ruffilli più di un’assonanza con il paradigma di una realtà intraducibile in procedure di significato, secondo me siete nel giusto. E così, tornando al nostro triangolo semiotico, si vede bene che il travaglio del dubbio circa la consistenza dell’esistenza non può che esercitarsi nel musicale e geometrico sovrapporsi di parole significanti e mutevoli appigli referenti. Non può tentare il significato.
Una cosa ho dimenticato deliberatamente: parlando di geometria e musica nella forma dei versi di Ruffilli: non ho citato Platone, per il quale la musica e la geometria erano le uniche forme possibili di ideali del canto e del discorso. Lo cito adesso, ma per un altro riferimento: il filosofo discepolo di Socrate, asseriva che ogni suo scritto di filosofia era in realtà un discorso proemiale alla vera filosofia che sarebbe da considerare, di per sé, indicibile. Mi pare di vedere in Paolo Ruffilli un poeta proemiale, la sua è una poesia il cui significato non può che restare in larga misura alluso, perché nessun significato, senza essere violentato, potrebbe giammai essere posseduto. Potrebbe sembrare conquistato, ma sarebbe solo svenduto.
Giovanni Zamponi
“Smerilliana” n. 23, 2020

 

 
 

  Paolo Ruffilli Mail: ruffillipoetry@gmail.com >