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Traduzioni:



LE STANZE DEL CIELO

(Marsilio, 2008, 3a ed. 2008)
ISBN 978-88-317-9423-7
www.marsilioeditori.it

Prefazione di Alfredo Giuliani


 

 

a quanti hanno perduto
per colpa propria o altrui
la luce della loro libertà


“I poeti, al contrario di tutti gli altri, sono fedeli agli uomini nella disgrazia e non si occupano più di loro quando tutto gli va bene.”

Mori i Po

 

"Spesso in passato Ivan Dmitrič si era imbattuto nei detenuti e tutte le volte aveva provato compassione e disagio. Ma quella mattina l'incontro gli fece un'impressione strana. Gli parve a un tratto che anche lui allo stesso modo avrebbe potuto essere messo in catene e trascinato nel fango di una prigione. Di notte non riuscì a dormire: continuava a pensare che lo avrebbero potuto arrestare e gettare in una cella. Era sicuro di non aver commesso alcun delitto, e poteva garantire che anche per il  futuro non avrebbe ucciso, rubato o incendiato… Ma quanti delitti venivano commessi senza intenzione? E le calunnie? E gli errori giudiziari? Non a caso la saggezza popolare insegnava che alla miseria e alla prigione bisognava  essere sempre preparati. Chi ha un rapporto di professione con la sofferenza altrui come il giudice o il poliziotto o il medico, con l'andare del tempo e per forza di abitudine si indurisce a tal punto che, anche senza volerlo, finisce col trattare i propri clienti in modo del tutto automatico. Come il contadino che sgozza montoni e vitelli senza rendersi conto di versare il sangue. Se le cose stanno così, per privare un innocente dei diritti civili e condannarlo ai lavori forzati, il giudice ha bisogno di un'unica cosa: il tempo. Il tempo di verificare che vengano rispettate le formalità, per la qual cosa il giudice riceve uno stipendio, e tutto è risolto. Va' poi a reclamare giustizia! E non è forse ridicolo parlare di imparzialità, quando ogni sorta di violenza è accolta dalla società come necessità ragionevole e ogni atto di clemenza quale una grazia o un’assoluzione è accompagnato da sentimenti di insoddisfazione e di vendetta?"

Anton Čechov 

LE STANZE DEL CIELO
(1987-2000)

 

TUTTO IL POSSIBILE

Si fa il possibile
per questa gente”
ti dicono di noi,
“per farla stare meglio:
da bere e da mangiare
più che sufficiente,
e sonno quanto basta,
le loro messe, i libri,
ore di svago e di riposo.”
Ma è un altro, il nostro,
differente stato
inerte e doloroso.

 

ORDINE

Grate e cancelli da ogni
parte, intorno, tetri cortili
dalle altissime mura.
Ovunque regna
un ordine di cose
che qui è del tutto inusuale,
spazzato e ripulito
eppure in abbandono,
insieme ligio e duro.
L’odore di una gabbia
contro il muro:
muffa e colla, dentro,
umido e sudore.

 

LA STESSA STORIA

“Si cerca di alleviare”
ecco di nuovo allora
la storia uguale,
“la loro condizione
finché si può alleviare.
Eppure, no, non vale
non hanno il minimo
rispetto: proteste
ricorsi e lamentele,
non smettono, no, affatto
i loro piani di complotto
senza posa.”
Ripetuta, ancora
e sempre, di noi
la stessa cosa.

 

FORTEZZE

Su per la scale ripide
oltre la porta
sul lungo corridoio
illuminato da piccole
finestre tutte inferriate
un’altra porta, poi,
e chiavi rigirate
aperte e chiuse in coda
davanti e dietro
a ogni singolo passaggio.
Vecchie fortezze scure
di castelli antichi
per far scontare
i loro errori a noi
rifiuti dell’umanità,
per uno scherzo del destino
riciclate proprio là
dove stavano arroccate
le sedi del potere
nei palazzi dove i re
nel segno del divino
tenevano difesa,
in coro, dall’offesa
la maestà loro regale
più trionfale.

 

CENTINAIA

Centinaia di maschi
di ogni età,
come un gregge
rinchiuso nel recinto,
ciascuno circondato
dalla privazione
della propria libertà.
Lo sguardo spento,
un desiderio ardente
del fuori a tutti i costi
fino alla follia,
una miscela incandescente
nella nostalgia
di gente e donne,
cose e luoghi,
una mania di tutto
sublime e cupa all’infinito
di felicità da consumare…
di chi sconvolto, in sé
smarrito e dilaniato
dal suo stesso dilaniare,
trova il fresco della vita
già seccato e scolorito.

 

DETENUTO SCELTO

L’effetto è che
mi sento addosso
la fiacca del malato
e sono incerto
e lento, le giunture
piene di piombo,
stento pure a fare
da spettatore, qua,
dentro la gabbia.
Un detenuto scelto
(la sua condotta buona
è, spesso, la facciata
da marionetta
di chi nasconde
la sua disperazione)
occhi di vetro e
mani che si allungano
a caso da una parte
e dall’altra
a riordinare carte
di una improbabile
cercata verità,
nell’attesa che
le cose scritte
diventino realtà.

 

LA PROPRIA VERITÀ

Scrivere la storia
del mio caso,
pur sapendo che
a nient’altro vale
che a provare a se stessi
la propria parziale
incerta verità
e non è solo colpa tua
il tuo inutile delitto
ma della parte
più brutale della vita.
Ho avuto, un tempo,
sedici anni anch’io.
È un’età tragica,
il grande spartiacque
in cui di colpo
un’esperienza sola
ti segna o può segnarti
per tutto il tuo futuro.
Magari te ne scordi,
ma ecco all’improvviso
che riappare un giorno
e ci si rende conto
che si è stati spinti
proprio da quella
in una direzione
senza più ritorno.

 

PRIGIONE

Il tavolo e la sedia,
il piccolo scaffale
con pochi libri addosso
e la finestra sul cortile
dove è in corso
già la passeggiata
d’aria regolamentare:
pochi per volta
in marcia collettiva
di mezz’ora.
…che tu respiri
e mordi, inghiotti
e digerisci,
per sopravvivere
a te stesso
sordo e muto
a tutto il resto,
allo stato attuale
delle cose,
confuso e arreso
chiuso qua dentro
rifattoti animale.

 

SIGARETTE

Ecco che stringe
con frettolosa avidità
la sigaretta
e se la accende.
Una ruga profonda
sulla fronte
mentre aspira
per spegnere la sete.
“È come se mi avessero
preso il cervello
a martellate…
più che livido
e pestato,
ridotto in pezzi
e sminuzzato.”
Lo sguardo mite
immutabile e infelice,
ma una liberazione
in quel che dice
a chi lo ascolta
senza replicare.

 

LETTI

Letti affiancati
letti sovrapposti
uno sull’altro
accatastati
senza distacco
e senza pausa
privati del privato
espropriati
fatti numeri e oggetti
senza più persona.
Padri e madri,
e mogli, figli e fratelli
che di là dal vetro,
qualunque mai sia stato
l’errore che scontiamo,
cercano invano
di tenerci accesa
la fiamma
della vita fuori…
Tutto spostato indietro
tutto più lontano.

 

EVASIONE

Che sogno è questo
di fare un buco
tanto largo che, se vuoi,
ci puoi passare
e calarti giù
da venti metri
usando corde
sottratte chissà dove
poco alla volta…
Da qui vedo una casa
là di fronte
sulla curva del paese
e un albero fiorito
che spicca per colore
sulla facciata in ombra.
Quel pesco in fiore
e il suo tornante rifiorire
che non avevo
mai considerato
mentre ero fuori
è il simbolo
di quello che mi manca
e che ho perduto.

 

PERCHÉ?

Convulso e ansante,
membra muscoli
giunture labbra e fronte,
tutto tremante.
Cosa puoi dire?
Non c’è ragione
per tanto orrore.
Qualunque spiegazione…
Neppure Dio lo sa
perché l’ho fatto.
Devi scavare un tunnel
dentro la montagna
del dolore
che pesa qui dovunque,
ma poi la galleria
ti crolla addosso
e ti rifà sepolto
di nuovo sotto le macerie.

 

È QUI

qui che, dove niente
accade, il tempo
è senza essere
mai stato,
un’attesa senza luce
e senza fine.
Solo chi sta
nel cuore dell’inferno
sa cosa sia
l’eternità  presente,
dannato nell’oscurità
più fonda,
un guanto rovesciato
nel suo interno.

 

SOGNO

Resto libero
solo le ore della notte
finché dura il buio
dentro agli occhi.
Esco solo così
a incontrare gli ex amici
che nel caffè
giocano a carte,
e vado poi a vedere
mia madre
che rimette a posto
la cucina
e fa mangiare il gatto.
E ogni volta,
rientrato in sogno
a casa mia,
è peggio
per tornare via.

 

INFERNO

Se solo lo sapessi
cosa è cambiato
nel frattempo in me stesso,
cosa sono diventato
e se alla fine
è stato tutto il dolore
che c’è in mezzo…
Può darsi mi sia
soltanto ribellato
all’idea di non avere
un mio futuro.
È già assurdo a dirlo.
Ma chi può vivere
senza prospettive?
Questo è l’inferno
e solo chi sta dentro
può capirlo.

 

PAROLE

I giorni, i mesi e gli anni
non contano più niente:
sono parole senza senso
rimaste appese sui giornali
o i suoni sordi
che senti articolare
dal vuoto delle scatole sonore,
la radio o il televisore.
Non c’è più tempo
fuori dal mondo
e senza il modo di contare
sul tuo agire nello spazio.
E poi chissà
quante altre cose
cambiate o già
finite per sempre
là di fuori…
Non sei più vivo,
eppure ti stupisci
che non muori.

 

OMBRE

Le notti insonni,
le privazioni e le paure,
la fame della vita che
ti assale senza più respiro,
l’amore perso giù nel mondo
di un uomo o di una donna.
Si parla con le ombre,
sono fantasmi sordi
tutti quelli fuori
e tutto quello
che è successo dopo.
Le parole, a un tratto,
cominciano a strisciare
più viscide dei vermi
lungo il muro.
Solo il silenzio
può sembrare allora
il modo per restare
vivi ancora e più al sicuro.

 

UN ALTRO NOME

Potessi scivolare
nel bicchiere
o dentro la mia tazza
sciolto nel sapore
del caffè che è
passato appena
dal suo filtro…
avrei un altro nome
senza vita,
un corpo senza forma
nell’orma
del già stato,
così ricominciando
da dove poi è finita.

 

SOLI

La quantità di sentimenti
in fuga contrastante:
ogni impulso arres
e trascinato via da un altro
più forte e oscuro
e più angosciante…
l’orrido male lancinante
di stare soli e nudi
con se stessi.
Siamo un fastidio
insopportabile a chiunque,
perfino ai nostri cari
che si vergognano di noi
e che si sentono traditi:
offesi e defraudati.

 

COME GLI OSPEDALI

Sono piene le carceri
come gli ospedali:
giovani e vecchi,
uomini e donne
di ogni condizione
e di ogni età.
È gente martoriata
e sofferente,
soggetta a ricadute,
con molti malati terminali.
L’unica cura qua
è il castigo
ma non è terapia
che sempre regge.
E noi colpevoli,
che ci trattate intanto
come gli animali,
non siamo bestie
né siamo mostri
di cui vi siate liberati
dietro allo scudo
della legge.

 

IL PATTO

Non è questione, no,
di corruzione
e di sfacelo,
la malattia di un’epoca
o il cancro di una società.
È sempre stato e sempre,
forse, lo sarà:
il triste male del mondo,
la dura vita da affrontare.
Ma che significa punire?
È un patto: si arriva
a giudicare il fatto,
non la persona.
E una sola azione
non corrisponde all’uomo,
non può rappresentarlo
né tanto meno cancellarlo.

 

DI PARTE

Anche nel posto
più civile e in aria
di ideali e umanità
non siamo affatto uguali
meno che mai
al cospetto della legge.
Giudici e avvocati
testimoni e giurati
quasi tutti di parte
prevenuti, influenzati,
per non contare
gli ipocriti e spergiuri
i deboli e comprati avanti
i cinici senza
alcun rispetto e
con pretese di onniscienza
o, peggio, i tanti
presunti puri
e incontaminati.

 

L'AVVOCATO

Dà per scontato,
un giudice,
che sia il delitto
opera appunto
dell’indiziato.
Ha dalla sua
tutti i vantaggi tattici
per dar valore
a quella tesi
che ti ha spacciato
se non c’è  a fianco
un difensore
cinico e stratega.
È l’avvocato
la tua innocenza
o la tua colpa
e, più sei tu innocente,
e meno riesci infatti
a farne senza.

 

SILENZIO

L’accusa corazzata
a ogni tipo di obiezione,
domande su domande
giorno e notte
minacce e promesse
tutti i mezzi per
fiaccarti nella resistenza
compresa la condiscendenza
fino a ridurti il cervello
a un ammasso dolorante.
Non si vede
e non si sente,
non si prova ormai
più niente. Si rinuncia
a ogni difesa. E si tace
perché tutto
diventa indifferente
nella pace del silenzio.

 

IL VERDETTO

Il verdetto di condanna
per voi là fuori
è la liberazione.
Eccoci espulsi infine
dalla società e
qualcun altro, dentro
qua, ci penserà.
…che le cose
non sono poi
nemmeno così brutte,
che ci si adatta
e che è questione
di abitudine,
che le prigioni sono alberghi
in cui passare una vacanza
e che la legge segue
lo spirito dei tempi,
che non ci sono più
nel nostro stato
fastidi di denaro
o imprevisti di lavoro,
ma solo ordine e riposo…
È il discorso indecoroso
che ci viene riservato.

 

PRIMA NOTTE

La prima notte
qui in prigione,
insieme a ladri
e protettori,
la puzza e il sudiciume,
la degradazione più brutale,
come avessi sbattuto
contro il muro.
Ci volle per riavermi
o, forse, è un’illusione
riprendersi da un colpo
come questo… spogliato,
sia pure nella colpa,
di ogni dignità
lasciato nudo e indifeso
di fronte al puro
mio fatto compiuto.

 

DISTACCO

Il rude tono
delle guardie o, peggio,
la loro confidenza
piena di sarcasmo…
abbiamo perso
ogni diritto, qui, al rispetto.
Finalmente si possono
beffare senza reticenza
di chi aveva
dato l’impressione
di fregarsene, di loro.
Quasi un odio di classe…
come se manifestare
affetto o comprensione
fosse un’infrazione,
e pronti a soffocare
nell’effetto del soggiorno
tutti i sentimenti
per non dare affatto
neanche il motivo
di un sospetto, intorno.

 

IMPIEGATI

Abbassandosi di grado,
si riduce a niente
la garanzia,
si scuce via il dovere
ed è una prova
già il sospetto…
È con fastidio
che ci trattano
i subalterni qua,
sembra che provino piacere
a disprezzarci
dalle loro vite buie
come le celle
intanto sorvegliate
con il peso sempre del rigetto,
come i nostri cupi destini
finiti nelle loro mani,
appena da un abbaglio
di potenza invano consolati.
Non c’è nessuno
che crede alla missione
e ognuno, compreso
insieme agli altri il prete,
è solo un impiegato
che lavora suo malgrado
per il numero di ore
che è pagato.

 

PRIVILEGI

Blandito e agevolato
per qualche altra ragione,
chissà con quale poi
vera intenzione
in cambio intanto
di qualche concessione.
Chi non ha implorato
o contrattato
per avere qui dentro
anche solo un po’ più
di quanto di ufficiale
ci è accordato
e almeno per noi vale
di essenziale?

 

CONDANNATO

E della libertà
che farne…
la vita è un fiume
che scivola nel fango.
A cosa serve?
Se ti ha portato
dove sei finito
senza essere arrivato.
E resti sempre
più azzerato:
non sei più padre
o figlio,
non sei più niente.
Sei solo un delinquente
condannato.

 

IL TEMPO

La cella ti diventa
grande il doppio,
si stringe la finestra
e la testa ti si gonfia
come ci pompassero del gas.
E dove se ne vanno
gli anni? Come, adesso,
non li vivi più?
Lo scorrere del tempo
dentro è solo
la goccia che ti scava.
Accade naturale
che il senso della vita
vada via perduto,
ne hai la coscienza
che lo stai perdendo
e il terrore del tempo
ti consuma i nervi
così come il pensiero
che fuori qualcosa
sta accadendo
e ti è sottratto, certo
rubato per tua colpa,
ma strappatoti di dosso
quando ormai
ti ci eri abituato.

 

SE

La tortura
del “se” e del “ma,”
che tutto
sarebbe andato
in altro modo…
Speranze e desideri
si perdono presto
per la strada,
si fanno minime
le attese,
niente di elevato
qui resiste,
si fa subito
materia grossolana.
E i ricordi stessi,
draghi di fuoco,
ti tolgono il respiro.
Ma l’immagine
sfocandosi si sgrana 
ed è subito
lontana.

 

TROPPO TARDI

I rimpianti arrivati
troppo tardi,
tutto il dimenticato
che ti avrebbe invece
qui salvato. Ma
non si torna indietro
è sempre troppo tardi
a rimediare…
una volta per tutte,
così è stato.
Nessuno slancio, no,
solo i bisogni materiali:
bere e mangiare…
Il resto è anacronismo,
è vuoto inerte e limitato.
Piangere e ridere, sì,
sono per noi le cose
rimaste chiuse
fuori da qui.

 

ECCESSO DI VITA

A volte basta una canzone
un dito in più di vino
o la scena inaspettata
che va in televisione
ed ecco che sentendo
la vita senza schermi
nel tuo crudo e
a nervi ormai scoperti
non ne sopporti
la dilagante sua energia
il suo diluvio di promesse
e di aperture…
e non resisti più di qua
senza poter scappare via.

 

GOCCE

O imbottito intanto
così di farmaci e di gocce
tutta la notte e il giorno,
confuso e sempre più
sospeso… con il cervello inerte
che si è via via rappreso,
con gli occhi gonfi
ma senza che possa
sfogarmi poi nel pianto,
con il pensiero fermo
legato alla figura vuota
che lì fissandosi
si è destinata a non finire
e senza più riuscire,
chissà per quanto
tempo mai, a dormire.

 

UNA VIA PIÙ RAPIDA

È la necessità
che nasce dal disagio,
la voglia di vedere
se c’è una via
più rapida
per non vedere,
per non pensare
al tuo dolore
e conquistare il mondo
che intanto
ti scappa dalle mani
e poi crollare
nel disastro anche peggiore
nel buio che ti allaga
con il suo colore
e ti cancella dentro
la tua parte migliore.

 

LA ROBA

Quant’è la roba
che gira nel girone
della gabbia.
Se hai i soldi
puoi prendertela al volo
e un’ora, se la vuoi,
ti aspetta l’evasione.
Però ritorni
sempre più puntuale
in culo al mondo
che diventa non a caso
il tuo padrone.
E a che vale se
dall’alto dove stavi
ti ritrovi a terra, raso,
con lo scolo
che di bocca ti sale
su nel naso.

 

ABITUDINE

L’abitudine
diventa tradizione
ed è la cosa più importante,
è quello che ti salva
nella serie ripetuta
di ogni gesto,
dalle cose non dette
né fatte, o fatte
e dette troppo tardi
magari solo per metà.
E va a finire
che ti salva proprio
e ti rifà dormire.

 

MANI FREDDE

Ho le mie mani fredde
anche quando cerco
di scaldarle,
piene di sabbia
senza mai che l`acqua
scivolando le pulisca,
viscide di miele
senza il miele
abbandonato nel riposo.
Sono il termometro
di come sono diventato
mio malgrado:
un corpo inerte
ruvido e appiccicoso.

 

UN NUMERO

Sei un numero adesso
senza più persona:
tra te e il tuo dentro
qualcosa si è disciolto
ed è svanito.
È come se il tuo io
avesse perso
la sua forma,
dopo giorni e giorni
che era là pressato
e dalla più interiore
delle tue vive parti
scollato e via scucito.
Ma poi gli effetti
che un delitto
porta con sé nell’animo
non possono, si sa,
essere imputati
alla comunità.

 

SUPPLIZIO

La donna che un tempo
avevo amato,
la ragazza
dagli occhi neri
che per sempre
mi ha lasciato.
L’idea che non
la vedrò più…
È il supplizio
mio di qui:
morire senza morte,
un tempo che
intanto passa lento
e non esiste
e sembra non finire,
un non avere
ormai più porte
da cui uscire.

 

COLPA

La colpa
è la mia colpa:
lo so, sono dannato.
Ma sopportare
questa attesa
è più forte
di tutte le ragioni
che capisci.
Il corpo si ribella
e la mente, poi,
prima del corpo
e il cuore per intero
ne è svuotato.
Cadi in preda
all’orrore del non più,
del mai più
per quanto è stato.
Della vita, ormai,
disidratato.

 

ODIO

E che ti dicono
ciechi alla nostra cruda
sete di libertà?
Che non è adesso più
come  ai lontani tempi…
che le case di pena
erano inferni malfamati
e i guardiani
aguzzini veri…
che la nostra società
è civile
e i trattamenti perfino
troppo umani.
Tutto l’odio infinito
concentrato qua.

 

ESCLUSO

Sei solo con te stesso.
Escluso,
insieme ad altri
soli come te,
dal mondo intero.
Chiuso e spremuto
in cella
come dentro
una scatola di latta
conservato nel tuo
essere perduto,
col soffitto che  ti
pesa sulla testa
e il pavimento
che sprofonda
sotto di te,
le pareti che ti
tolgono il respiro.

 

LETTERA MORTA

Ripeti mille volte
la stessa breve frase
batti le dita
sopra al tavolo
o sul muro
e fai fatica
a distinguere l’adesso
dal passato.
È un flusso di suoni
e di ombre, di figure
senza più tempi
e dove tutto
è mescolato,
tutto ridotto in cenere.
Le grandi conquiste
dello spirito
quaggiù sono solo
lettera morta.
In basso regna
l’abiezione:
il male non si vuole,
semplicemente è.
Dissolvimento,
oscurità infinita…
la fine
di tutti i valori
della vita.

 

IN GABBIA

Le pupille dilatate
sempre più fisse
sempre più scure,
la smania ardente
di quello che
non più si pensa
o sente,
non faccio
che andare su e giù
come un leone
dentro la gabbia
digrignando i denti
spellandomi le dita
nel graffiare i muri
e guardo lassù in alto…
ma forse anche il cielo
è fatto a stanze
e non si può abitarne
più di una.

 

MISTERO

Non so spiegare
neppure con me stesso
come possa restare
un animo infantile
all`io di adesso
dentro il suo delitto
e che ostinato
continui a alimentare
dentro la colpa
degli atti suoi di ieri
i sogni, i propositi,
i pensieri…

 

AUTONOMIA

Si sa che voi
venite a scaricare
tutti qua dentro
i detriti dell’umanità.
Ma crescono qui piante
che voi di fuori
non conoscete ancora,
accadono cose
che occorre collocare
in un mondo intermedio
distante chilometri
dal vostro.
È tutto così vasto qui
e nello stesso tempo
così angusto,
così potente
eppure così vuoto…
Ci dite: “Avete
i giusti orari,
vitto abbondante,
state al riparo.
Che cosa mai vi manca?
Proprio un bel niente.”
In piena autonomia:
è uno infatti che
sa distruggersi da sé,
l'io delinquente.

 

 

LA SETE, IL DESIDERIO

"Ma non c’è strada
che mi riporti indietro?"

 

 

VITA TAGLIATA


Non fu curiosità
e non fu noia
la cosa che mi spinse
e mi ha smarrito…
fu anzi la coscienza
minuziosa
di me e del mondo
a muovere e guidare
i passi ignoti
del mio precipitare.
Il mondo ed io,
corrispondenze esatte:
pietra senza labbro
e labbra senza verbo,
per quanto inseguo
e cerco.
Più che fuggire
gli sono andato
incontro,
ma niente ho mai
subito o abbandonato.
Ho sempre scelto,
e ho attaccato,
per ultimo me stesso…
né rinunciato affatto.
Ho scelto e amato,
sbagliando, sì,
e avendola aggredita
ho guardato in faccia,
tagliata, la mia vita.

 

SUL MONDO

Crollare in alto
sul mondo steso
laggiù in basso,
sugli altri
esseri mortali…
Ti sale dentro
facendoti sdraiare
sul velluto
e via planare
volante sul tappeto
perdutamente solo
tu gigante in cielo.
Lucida spada,
che ti attraversi
e ti trafigga,
che tagli il filo
portandoti via da tutto
ma, da te stesso, mai.

 

FUGA

Ma non perché
incompreso
e non amato,
debole forse
non vittima però,
estraneo a tutto
e di sicuro fuggitivo,
uno che sente
l’ebbrezza di scappare
verso il vuoto,
tra le braccia
del suo niente.
Per vivere da solo,
per vivere di lei
lasciando dietro a sé
il deserto,
l’anima in cambio
della sua luce
intermittente
in campo aperto.
Pallido evanescente
come uno spettro,
il buio negli occhi
e il suono del silenzio
dentro la mente.

 

NOTTE

O notte mia diversa
da tutte le altre
notti al mondo,
notte eternamente
luminosa
nella sua chiusa
fulminante assenza,
canto e armonia
che alita dentro
il tuo silenzio,
respiro che si tende
e gonfia all’infinito:
l’essere intero
non più diminuito,
l’abisso inabissato
riempito dal suo crollo

 

SENZA DI LEI

Senza di lei
la sete, il desiderio:
un vuoto più profondo
di tutto il pieno
vomitato giù
fuori dal mondo.
Scavato con l’ago e
penetrato in carne,
dentro la vena
a risucchiarne il sangue
e poi di nuovo
che scivoli leggero
e che accarezzi i nervi
navigando sopra
col suo vapore lento
verso il cervello:
odore di un odore
eterno,
in piena fioritura
su cui di colpo
precipita l’inverno.

 

TUTTO IL RESTO

È solo lei che conta
da quando
ti si ficca dentro il corpo
mettendoci radici
che non riesci
più a estirpare
per quanto
sono scese a fondo.
Da quel momento
in poi…
è tutto il resto
che ti diventa noia:
ti basta lei
per stare al mondo
e dare voce aggiunta
al tuo silenzio
e finta luce al buio
che ti gonfia il cuore.

 

AMANTE

È un ritornare continuo
alla tua amante,
sognata ed inseguita
senza averla
potuta conquistare.
E la sua assenza andante
ecco, ti svuota
fino in fondo al sangue
nell’interiorità delle interiora,
ti rende opaco
senza altri desideri
se non di lei.
Ogni altra parte minima
di te squartato
la chiama e implora
per esserne gonfiato.
Prende la corsa il cuore
ti suda freddo
il corpo devastato
e il collo deglutisce
all’onda che ti sale
su dallo stomaco
con il suo conato
lì tra le bisce
del male ingordo
che proprio per sfamarti
ti divora.

 

SOGNO

Ma non mi piango
addosso,
non ho mai chiesto aiuto
e so che, quando
ti sei infettato,
non ne guarisci più
anche se smetti
e pure da guarito
continui a essere malato.
Riconosco l’errore
e so nel vivo
per ogni grammo di piacere
i quintali di dolore
di vomito e di noia
che è costato,
per tanto paradiso
quanto inferno di più
ho attraversato.
Ma è stato
il mio sognare
di slegare la libertà
dai vincoli del corpo
che mi ha tradito
e incatenato
da dentro all’infinito.

 

COME UN DESERTO

Inghiotte a un tratto
ogni parola,
ogni pensiero che
nell’istante
avevi già pensato…
come un deserto
deforma la realtà
togliendole i contorni,
creando immagini straniate
e intrighi foschi…
nell’arco della notte
li dissolve, via svaniti
senza traccia alcuna
dentro il niente aperto
che, uno alla volta,
li aveva partoriti.

 

IL TUO MISTERO

Ecco che ditta dentro
la voce oscura
e ti cancella il cielo,
la via e la casa
in cui hai vissuto,
il viso dei tuoi cari…
Ma c’è un abisso
tra quello che promette
e ciò che dà davvero:
una voragine che non
si può riempire,
che ti sottrae in partenza
quanto ha promesso.
Eppure già sapendolo
tu ti ci butti dentro
e quello è il baratro
del tuo mistero.
Fuori dal mondo.

 

ARTIFICIALE

Amplifica
le tue emozioni
per farle poi crollare
su se stesse,
il desiderio
diventato artificiale,
il bisogno
del bisogno indotto,
schiavo della tua
falsa identità.
Ti getta nelle mani
della bugia e del niente
allontanandoti
per sempre
dalla tua regia,
e ti fa fragile
mentre ti ha fatto credere
onnipotente.
Ti accelera la vita
nell’ossessione,
ti usa violenza e
ti scompone
lo spazio e il tempo
nel loro senso stesso,
ti priva di realtà
nell’illusione invece
di offrirtene in eccesso.

 

SCAPPARE

Vorrei scappare
da tutti i posti
della mia vita,
andarmene perché
ho orrore di quello
che è accaduto.
Non è il dolore
che mi ha reso muto,
non ce la faccio più
con questa solitudine
infinita…
uno che, come me,
neppure ha cominciato
a giocarsi la partita.
E, all’idea di tentare
un’altra chance,
non mi consolo.
Vorrei lasciare
adesso, sì, l’inferno
del tempo mio perduto,
cercare di levarmi
giù dal volo,
ma non riesco
a smettere da solo.

 

 

 

 

 

 

 




  Paolo Ruffilli Mail: paolo.ruffilli@alice.it